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I dieci tori Zen

La ricerca spirituale vista attraverso i "dieci tori Zen"

Toro11. LA RICERCA DEL BUE
Nei pascoli di questo mondo, mi apro senza posa un varco tra l'erba alta in cerca del bue.
Seguendo il corso di fiumi senza nome, perso lassù tra gli intricati sentieri di monti lontani, le forze mi vengono meno e la mia vitalità è esausta: non riesco a trovare il bue. Odo soltanto le locuste lanciare il loro verso stridulo attraverso la foresta, nella notte.
 
 
 
toro2
2. SCOPERTA DELLE ORME
Lungo la sponda del fiume, sotto gli alberi, scopro le orme!
Anche sotto l'erba fragrante scorgo le sue impronte.
Si trovano nelle profondità di remote montagne.
Queste tracce sono perfettamente visibili come il tuo naso rivolto all'insù.
 
 
 
toro33. SCOPERTA DEL BUE
Odo il canto dell'usignolo.
Il sole è caldo, il vento dolce, i salici verdeggiano lungo la riva.
Qui nessun bue può nascondersi!
Quale artista riesce a delineare quella testa massiccia, quelle magnifiche corna?
 
 
 
 
toro44. CATTURA DEL BUE
Lo afferro grazie ad una lotta terrificante la sua grande volontà e forza sono inesauribili.
Esso si dirige verso i più elevati altipiani
assai più in alto delle nuvole,
oppure si staglia sopra un invalicabile burrone.
 
 
 
toro55. DOMARE IL BUE
Sono necessarie frusta e corda.
Altrimenti, esso potrebbe sfuggirmi per qualche strada polverosa.
Se bene addestrato, diviene naturalmente mite.
Allora, senza pastoie, obbedisce al proprio padrone.
 
 
 
toro66. CAVALCARE IL BUE VERSO CASA
Montando sopra il bue, torno lentamente verso casa.
La voce del mio flauto salmodia nelle ombre della sera.
Scandendo con battiti di mani la vibrante armonia, dirigo il ritmo senza fine.
Chiunque udrà questa melodia si unirà a me.
 
 
 
 
 
toro77. SUPERAMENTO DEL BUE
A cavalcioni del bue giungo a casa.
Sono sereno e anche il bue può riposarsi.
E' giunta l'alba. Immerso in un beato riposo.
Nella mia dimora di paglia ho abbandonato frusta e corda.
 
 
 
 
toro88. SUPERAMENTO DEL BUE E DEL SE'
Frusta, corda, persona e bue: tutto si fonde nel Nulla.
Questo cielo è così vasto che nessun messaggio potrà intaccarlo.
Come può esistere un fiocco di neve in un fuoco ardente?
Ecco le orme dei patriarchi.
 
 
 
 
toro99. RAGGIUNGERE LA FONTE
Troppa strada si è resa necessaria per tornare alle origini e alla fonte.
Sarebbe stato meglio essere sordi e ciechi fin dall'inizio!
Restando nella propria dimora senza curarsi di nulla.
Il fiume scorre tranquillamente ed i fiori sono rossi.
 
 
 
toro1010. RITORNO ALLA PIAZZA DEL MERCATO
Scalzo e a petto nudo, mi mescolo alla gente del mondo.
I miei vestiti sono a brandelli, pieni di polvere e io sono sempre immerso nella beatitudine.
Non adopero alcuna magia per prolungare la mia vita.
Ora, davanti a me, gli alberi diventano vivi.
 
 
 
 

Osservando la corrente: "questa è la mia sola preghiera, la mia unica meditazione"

riva_torrente
Vivo seduto sulla sponda del torrente.
Questo torrente è il nostro mondo interiore.
Immobile e distaccato osservo la corrente impetuosa, i potenti vortici d’acqua che trascinano sul fondo tronchi d’alberi, carcasse d’animali, oggetti smarriti e mille altre cose strappate lungo i tortuosi sentieri scavati nei secoli.
I vortici e le correnti sono i nostri pensieri che vivono e si nutrono dei detriti del nostro passato.
Immobile e distaccato lascio che la piena del torrente faccia il suo corso.
A volte sento affiorare tremende paure.
Immobile e distaccato, tengo gli occhi chiusi mentre lascio che tutto il caos della mia mente si rifletta nello spazio limpido della mia coscienza.
A volte cado nel torrente e vengo trascinato per metri, a volte chilometri, verso la valle. A volte vengo trascinato sul fondo da enormi mulinelli d’acqua, ma poi, come sempre, tutto d’un tratto mi ritrovo nuovamente immobile e distaccato, seduto sulla riva.
Noi non siamo i nostri pensieri, non siamo le nostre angosce, le nostre paure, le nostre bramosie. Quando smettiamo di voler dominare le correnti del nostro mondo interiore, e semplicemente rimaniamo silenti ed immobili al loro cospetto, pazienti e fiduciosi, scopriamo meravigliati come la violenta piena del nostro torrente interiore si plachi da sola.
Sedetevi, pertanto, lungo le rive del torrente, mentre lasciate che la superficie dell’acqua torni a riflettere le nuvole e le stelle del cielo.
Quando vorrete mi troverete sempre qui, seduto sulla sponda del torrente!
Questa è la mia unica preghiera, la mia sola meditazione!
Pier

 

Frasi da meditare tratte dagli scritti di Platone

Platone“Per chi intraprende cose belle è bello anche soffrire”. (Fedro, 274 A-B)

“Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”. (Apologia di Socrate, 30 A-B)

“Io vado intorno facendo nient’altro se non cercare di persuadere voi, e più giovani e più vecchi, che non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, e in privato e in pubblico”. (Apologia di Socrate, 30 A-B)

“Non il vivere è da tenere in massimo conto, ma il vivere bene…E il vivere bene è lo stesso che il vivere con virtù e con giustizia”. (Critone, 48 B)

“Neppure se si subisce ingiustizia si deve rendere ingiustizia, come, invece, crede la gente, perché per nessuna ragione si deve commettere ingiustizia”. (Critone, 49 B)

“Vuoi che ti esponga, o Cebete, la seconda navigazione che intrapresi per andare alla ricerca di questa causa?”. (Fedone, 99 C-D)

“Poniamo dunque, se vuoi, due forme di esseri: una visibile e l’altra invisibile”. (Fedone, 79 A)

“L’anima è in sommo grado simile a ciò che è divino, immortale, intelligibile, uniforme, indissolubile, sempre identico a se medesimo, mentre il corpo è in sommo grado simile a ciò che è umano, mortale, multiforme, inintelligibile, dissolubile e mai identico a se medesimo”. (Fedone, 80 B)

“Visto che sei giovane, esercitati, impegnandoti a fondo in quell’attività che può sembrare inutile e che i più considerano puro gioco di parole, altrimenti la verità ti sfuggirà”. (Parmenide, 135 D)

“La giusta maniera di procedere da sé o di essere condotti da un altro nelle cose d’amore è questa: prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere il Bello, salire sempre di più, come procedendo per gradi, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane,e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che è bello in sé”. (Simposio, 211 B – C)

“La bellezza splendeva fra le realtà di lassù come Essere. E noi, venuti quaggiù, l’abbiamo colta con la più chiara delle nostre sensazioni, in quanto risplende in modo luminoso […]: solamente la Bellezza ricevette questa sorte di essere ciò che è più manifesto e più amabile. (Fedro, 250 D)

“ Il motivo per cui le anime mettono tanto impegno per poter vedere la Pianura della Verità è questo: il nutrimento adatto alla parte migliore dell’anima proviene dal prato che è là, e la natura dell’ala con cui l’anima può volare si nutre proprio di questo”. (Fedro, 348 B – C)

“L’anima ci comanda di conoscere colui che ci ammonisce ‘Conosci te stesso’ “. (Alcibiade Maggiore, 130 E)

“Quello, Teodoro, che si racconta anche di Talete, il quale, mentre studiava gli astri e stava guardando in alto, cadde in un pozzo: una sua giovane schiava di Tracia, intelligente e graziosa, lo prese in giro, osservando che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno nel cielo, e, invece, non vedeva quelle che aveva davanti, tra i piedi. La medesima facezia si può riferire a tutti quelli che dedicano la loro vita alla filosofia. In realtà, ad un uomo simile sfugge non solo che cosa fa il suo prossimo, persino il suo vicino di casa, ma quasi quasi anche se è un uomo o qualche altro animale. Invece, che cosa sia un uomo o che cosa convenga alla natura umana fare o subire in modo diverso dalle altre nature, di questo va in cerca, e si impegna a fondo nell’indagine”. (Teeteto, 174 A-B)

“Dunque, non è in queste impressioni sensibili che c’è scienza, bensì nel ragionamento su di esse: infatti, è in questo che è possibile, come pare, toccare l’essere e la verità; in quella, invece, è impossibile”. (Teeteto, 186 D)

“Invece, quanto a ciò che noi ora abbiamo detto, ossia che il non-ente è, o qualcuno dovrà cercare di persuaderci che non diciamo bene, confutandoci, oppure, fintanto che non ne sarà capace, bisogna che anche lui dica come diciamo noi, ossia che i generi si mescolano fra di loro, e che l‘ente e il diverso penetrano attraverso tutti i generi e l’uno nell’altro, e che il diverso, partecipando dell’ente, non è però a motivo di questa partecipazione, ciò di cui partecipa, bensì è diverso; e poiché è diverso dall’ente, è evidentissimo che è necessario che sia non ente”. (Sofista, 250 A)

(Tutti i brani sono tratti dagli scritti di Platone)

 

Stupidità e intelligenza

alcoolQualcuno ha scritto: Per te, Pier, quando si è stupidi e quando si diviene intelligenti? Cos'è vera intelligenza?

Pier ha risposto: Ricordo una bella storiella in proposito.

Due ubriachi stanno tornando a casa dopo una lunga notte passata in osteria fra donne, vino, bestemmie e discorsi d’affari. Lungo la via del ritorno, si trovano di fronte ad una strana forma e, proprio mentre uno dei due la sta per calpestare, l’altro urla: “fermo!!”

“Cosa gridi, cosa succede?” dice il primo.

“Ma guarda per terra, idiota che non sei altro, stavi per pestare una merda!”

Allora, con fare serio e concentrato, il primo ubriaco avvicina il naso alla strana cosa, e dopo averla annusata per bene commenta: “Idiota tu! Questo è solo fango!”

“Ma no, è merda ti dico!” ripete il secondo.

“Noooo, è fangoooo” ribatte seccato il primo.

“È merda”.

“No è fango”.

“È merda”.

“No è fango”…  

Alla fine, poco prima di venire alle mani, il secondo si ferma d’improvviso ed esclama: “Ho un’idea”. A quel punto ne raccoglie un po’ con un dito e l’assaggia: Fiero esclama: “questa è proprio merda!!”

A quel punto anche il primo ubriaco l’assaggia e risponde: Mi sa tanto che avevi ragione, questa è proprio merda”. Di nuovo il secondo ubriaco l’assaggia e conclude senza più alcun dubbio: “Si, si, è proprio una grande merda”.

Anche il primo trona ad assaggiarla e si convince definitivamente: “Hai ragione, non ci sono più storie!”

A questo punto, felici e contenti, si abbracciano commentando: “Che fortuna che non l’abbiamo pestata!!!”   

Quando non si è ubriachi, si va dritti a casa, senza doversi fermare ad ogni strana cosa che si incontra lungo la via!

La stupidità comprende il male solo dopo esservi caduta dentro mille e una volta, l’intelligenza ne sente la puzza a chilometri di distanza. Tutto qui.

Un saluto,

Pier

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Sull'angoscia e la paura di vivere

alberi Sono le nostre difese che generano ogni sorta d'angoscia e problema. Sembra assurdo ma, per la mia esperienza, posso dirti che è proprio così. Crescendo iniziamo progressivamente a erigere dei muri per difenderci dall'inevitabile dolore che comporta l'affrontare totalmente le sfide della vita, ma così facendo rinunciamo anche alla possibilità di comprendere il significato che si nasconde dietro il volto del dolore. Quando tentiamo d'eliminare il dolore dalle nostre vite, ecco che lentamente l'esistenza inizia ad apparirci insensata, vuota, distante. Il dolore è un elemento fondamentale lungo il percorso di crescita che ognuno di noi deve compiere.

Cerca di non fraintendermi. Non ti sto dicendo di andare a caccia del dolore o d'indulgere in esso. Voglio solo dire che, a volte, la vita comporta il dover affrontare delle situazioni che generano in noi profonde crisi, e se noi rimaniamo totalmente aperti e sensibili in queste situazioni, l'atteggiamento di apertura, di disponibilità alla comprensione che assumiamo, trasforma il dolore in un nuovo stato di maggiore coscienza e forza interiore. Riflettiamo insieme un momento su cosa sia il dolore. V'è il male fisico che genera dolore fisico, e questa è un'altra storia. V'è poi il male interiore che genera quel che io preferisco chiamare sofferenza, per distinguerla dal dolore, che è un fatto del corpo. I mali del corpo sono problemi della medicina, sino a quando non infettano anche l'anima. Ora, però, è la sofferenza quel che vogliamo comprendere.

Bene, quando nasce in noi la sofferenza? La radice di ogni sofferenza è la nostra incapacità di accettare la realtà delle cose. Tutto qui. È poi vero che la sofferenza, nella sua manifestazione, prende mille forme, ma la sua essenza, se guardi con attenzione nella sofferenza di chiunque, è un atteggiamento, più o meno nascosto, di non accettazione della realtà. Non accettare la realtà delle cose significa, inevitabilmente, sprofondare in una spirale di sofferenza senza fine, perché quando una situazione non può essere modificata secondo il nostro desiderio, se in noi non nasce una serena accettazione dello stato di fatto delle cose, sarà inevitabile che il conflitto si sposti completamente nel nostro mondo interiore, rendendoci dei campi di battaglia ambulanti.

Ci chiudiamo alla vita quando vogliamo che la vita vada secondo i nostri piani, ma la vita è infinitamente più vasta e potente di noi piccoli individui, e opporvisi significa andare verso un sconfitta certa. In alcuni casi ci è possibile modificare gli eventi, certo, ma là dove non è possibile, per quale motivo non riusciamo a vivere ugualmente sereni? Inoltre v'è da dire che è proprio una fortuna che la vita, un gran numero di volte, non vada come vogliamo, come sarebbe possibile, altrimenti, crescere e cambiare. Tutto sarebbe sempre uguale a se stesso. Noi rimarremmo sempre gli stessi, con le stesse idee, gli stessi scopi e gli stessi bisogni. Sarebbe come essere già morti.

È proprio una fortuna che la vita sia più grande e forte di noi. Ma l'unico modo che abbiamo per vivere e sentire questa nostra impotenza come una benedizione è iniziare a percorrere con fiducia le strade lungo cui la vita ci conduce, rimanendo sempre aperti e pronti a scoprire e comprendere nuove lezioni, nuovi significati. La tua angoscia nasce dalla tua opposizione alla vita.

Prova a comprendere a cosa ti stai opponendo e vedrai che dalla comprensione dell'ostacolo nascerà un nuovo senso di libertà e comunione con il mondo che ti circonda. La paura e l'angoscia non sono nemici ma semplici spie d'allarme che ti segnalano che stai andando fuori strada. Cerca di essere aperto/a al messaggio che ti vogliono trasmettere.

Pier

 

Questo è il viaggio dell'amore

gabbiano "La tempesta dei desideri devasta le vele della nostra nave, spezza l'albero maestro, cancella le rotte coprendo le stelle dietro un cielo carico di nuvole nere e pesanti; ci travolge spingendoci alla deriva. Dov'è la dolce e calda luce del faro? Dove sono i moli del porto e la vecchia locanda a picco sul mare dove andavamo sempre a ristorarci?
No! … Ora non v'è più nulla di tutto quel che avevamo. Da qui si vedono solo grandi onde e lampi di tuono. Ma un giorno accadde, era inevitabile.
Una vita fatta di pace e silenzio forse ora nemmeno più la ricordiamo, ma un tempo ci parve scontata e insignificante. Guardando il vasto spazio all'orizzonte, dove l'ultima stella della notte scompare, e maestoso il sole sorge, udimmo una voce, proveniente dall'abisso dei nostri cuori, esclamare: la tua anima è pronta, spiega le vele e salpa verso l'ignoto! Era la voce dello Spirito, che avendoci colti immemori della beatitudine in cui riposavamo ci offrì l'illusione di poter dominare i venti, soltanto per renderci consci, poi un giorno, d'essere naufraghi fra le tempeste. Ma quale immane gioia sarà quando quest'anima, oggi perduta, scorgerà la via del ritorno? Quale estasi proverà nel vedere da lontano i possenti attracchi del porto, capendo così che la notte è ormai alla fine, e che la fioca luce delle candele, entro pochi istanti, tornerà ad unirsi all'immenso splendore dell'aurora? Questo è il viaggio dell'amore, che lega ogni frammento di questa nostra folle esistenza: dal ventre di una madre sino al cuore d’un assassino. Questo è un cerchio che si chiude solo quando chi ama si riscopre ciò che è amato.

Pier

 

Vuote parole

monaciIn Oriente c'erano due templi nemici tra loro. I monaci erano talmente rivali da aver smesso perfino di guardarsi. Se si incontravano per la strada non si salutavano, non si parlavano: da secoli ormai i "religiosi" di questi due templi non si sopportavano. Ma ciascuno di questi monaci aveva un ragazzino che lo serviva, che faceva per lui le commissioni di routine. Pertanto i monaci temevano che i due avrebbero potuto fare amicizia tra loro, dopotutto i bambini sono sempre bambini. Un monaco disse al suo giovane aiutante: "Ricordati che l'altro tempio è nostro nemico. Non parlare mai con il ragazzino dell'altro tempio. Quella è gente pericolosa: evitala come si evita una disgrazie, come si evita un flagello. Evita quelle persone!". A quelle parole il ragazzino provò un'attrazione irresistibile poiché era stanco delle grandi prediche, non riusciva a capirle. Leggevano delle scritture strane, in una lingua che non capiva. Discutevano di problemi grandi, supremi, e non aveva alcun compagno con il quale giocare e parlare. Quando gli fu detto: "Non parlare mai con il ragazzino dell'altro tempio!", lui fu irresistibilmente tentato, sino a quando, un giorno, non riuscì a evitare di parlare con l'altro ragazzino. Quando lo incontrò per strada gli chiese: "Dove vai?". Questo giovane aiutante, che aveva una mentalità un po' filosofica, sviluppata ascoltando le dissertazioni dei monaci, rispose: "Andare? Non c'è nessuno che viene e che va! Accade...ovunque mi porti il vento...". Aveva udito molte volte il suo maestro dire che così vive un Buddha, come una foglia morta: ovunque lo porti il vento, egli va. Perciò continuò: "Io non ci sono! Colui che agisce non c'è. Pertanto come posso andare? Che assurdità dici? Io sono una foglia morta...ovunque mi porti il vento...".

Il primo ragazzino era ammutolito dallo stupore. Non riuscì neppure a rispondere, non riuscì a trovare qualcosa da dire. L'imbarazzo l'aveva zittito, si vergognava e pensava che aveva ragione il suo maestro nel dirgli di non parlare con gente simile: era pericolosa! "Che discorso è mai questo? Io ho fatto una semplice domanda: 'Dove vai?'. Di fatto, so già dove sta andando, entrambi stiamo andando a comperare la verdura al mercato. Avrebbe dovuto darmi una risposta semplice". Al ritorno andò dal suo maestro e disse: "Mi spiace, scusami! Tu mi avevi proibito di parlare con quel ragazzino ed io non ti ho ascoltato. Ma è stato proprio a causa della tua proibizione che sono stato tentato. Per la prima volta ho parlato con quella gente pericolosa. Io ho fatto una semplice domanda: "Dove vai?". Il ragazzino a quel punto ha iniziato a dire cose strane come: "Non c'è l'andare, non c'è il venire. Chi viene? Chi va? Io sono il vuoto completo, sono soltanto una foglia morta nel vento...ovunque mi porti il vento...". Il maestro rispose: "Te l'avevo detto! Domani ti fermerai allo stesso posto e quando arriverà il ragazzo gli chiederai ancora: 'Dove vai?'. Quando comincerà a dire tutte quelle cose tu gli dirai semplicemente: 'E' vero. Tu sei una foglia morta e lo sono anch'io. Ma quando non soffia il vento, dove vai? Dove puoi andare?'. Dirai proprio così e lo metterai in imbarazzo...bisogna metterlo in imbarazzo, bisogna vincerlo. Abbiamo sempre partecipato a discussioni e quella gente non è mai riuscita ad avere la meglio su di noi in alcun dibattito. Quindi, domani devi rimettere quel ragazzo al suo posto!". Il giovane aiutante si alzò presto, preparò la sua risposta, la ripeté molte volte prima di incamminarsi. Poi si fermò dove l'altro ragazzino era solito attraversare la strada continuando a ripetere tra sé la risposta, a prepararsi, e quando finalmente lo vide arrivare si disse: "Bene! E' il momento!". Gli chiese: "Dove vai?". Sperava di avere l'opportunità... ma l'altro rispose: "Ovunque mi portino le gambe...". Nessun accenno al vento! Nessun accenno al nulla! Nessun accenno a colui che agisce! Cosa doveva fare? Tutta la sua risposta prefabbricata ora gli sembrava assurda. Ora parlare del vento non sarebbe stato per nulla pertinente. Di nuovo mortificato pensò: "Certamente questo ragazzo conosce cose strane. Ora ha detto: 'Ovunque mi portino le gambe...'". Tornò affranto dal suo maestro che gli disse: "Ti avevo detto di non parlare con quella gente: è pericolosa! E' una cosa che va avanti da secoli. Ma adesso bisogna farla finita, dobbiamo fare qualcosa. Perciò domani gli chiederai ancora: 'Dove vai?'. Quando risponderà: 'Ovunque mi portino le gambe...', tu gli dirai: 'E se tu non avessi le gambe...?'. In un modo o nell'altro dovrai ridurlo al silenzio!". E così il giorno seguente il ragazzino chiese nuovamente: "Dove vai?" e rimase in attesa. L'altro rispose: "Sto andando al mercato a comprare la verdura, dove vuoi che vada a quest'ora?".   

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