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Osho e Gurdjieff: "Il testimone e il Ricordo di sè"

OshoCiro ha scritto: Caro Pier, mi piacerebbe tanto sapere il tuo parere su questi due grandi pensatori, sulle loro affinità (secondo me tante, mascherate da una diversa forma espressiva), ed in particolare: "Il testimone interiore" di Osho, ed il "ricordo di sé" di Gurdjieff sono secondo te la stessa cosa? Un abbraccio!

Pier ha risposto: Ciao Ciro, ti riporto direttamente alcune parole di Osho estremamente significative:

“L’osservatore e l’osservato sono due aspetti del testimone. Quando scompaiono l’uno nell’altro, quando si fondono l’uno nell’altro, quando si uniscono – per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità. …l’osservatore non è il testimone: né è solo una parte. E quando la parte pensa di essere l’intero, sorge l’errore. L’osservatore indica il soggetto, l’osservato indica l’oggetto. L’osservatore significa ciò che è esterno all’osservato e l’osservato significa anche ciò che è all’interno. L interno e l’esterno non possono essere separati, sono uniti e possono essere solo uniti. Quando sperimenti questa unione, o meglio l’unità, in te affiora il testimone. Non puoi esercitarti a fare il testimone. Se lo fai, ti eserciti solo a fare l’osservatore, e l’osservatore non è il testimone. Allora cosa dovresti fare? Dovresti scioglierti, dovresti fonderti,. Guardando una rosa, dimentica totalmente che un oggetto è visto e un soggetto la vede. Lasciati inondare dalla bellezza e dalla benedizione del momento, così tu e la rosa non sarete più separati – diventerete un unico ritmo, un canto, un’estasi”.

(OSHO, Il libro della consapevolezza, Edizioni del Cigno, Giugno 2001, p. 25-26)

Il ricordo di sé di Gurdjieff va comparato più alla pratica dell’osservazione che al testimone di Osho. Il testimone di Osho è comparabile alla realizzazione del Sé. Quindi abbiamo “ricordo di sé” come “osservazione” e “il testimone” come “realizzazione del sé”.

Un caro saluto,
Pier
 

Festa delle bandiere 22/09/2009

Festa delle bandiere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non esiste alcuna "periferia" senza un "centro" e non esiste alcun "centro" senza una "periferia".

Non esiste alcun "dentro" senza il "fuori", come non esiste il "fuori" senza il "dentro".

Non esiste corpo senza mente e non esiste mente senza corpo.

Non esiste solitudine senza compagnia, come non esiste compagnia senza solitudine.

Non esiste gioia senza dolore, come non esiste dolore senza gioia.

Non esiste paura senza ignoranza e non esiste ignoranza senza paura.

Non esiste illusione senza cieco bisogno e non esiste cieco bisogno che non diviene odio.

Non esiste amore senza fiducia e non esiste fiducia senza un totale desiderio di libertà.

Non esiste mutamento senza un profondo sentire e non esiste profondo sentire senza il coraggio di morire!

Non esiste mutamento che nasce dal pensiero, ma esiste un pensiero che proviene dal mutamento.

Quando la nostra mente e il nostro cuore sono liberi, niente esiste in opposizione a nulla,

perché la ruota dei contrari gira senza l'attrito che nasce dalle preferenze.

Quando la ruota gira liberamente, in noi sorge un desiderio vasto e puro quanto l'universo.

Questo desidero è la vita stessa, che senza scopo né ragione,

celebra la sua potenza e la sua bellezza.

Ecco allora che si scopre come l'essere dimori in ogni cosa e ogni cosa dimori nell'essere.

Buona Festa delle Bandiere a tutti!

Pier

11 settembre: il tutto e le parti

attentato torri gemelleFrancesco ha scritto: Decifrando la data 11 settembre 2001, giorno tristemente ricordato per l'attentato all'America, ho ottenuto la parola Shiva divinità induista dai molti aspetti, uno su tutti Rudra, lo spietato dio che dissemina distruzione. Cosa ne pensa? 

Pier ha risposto: Caro Francesco, non so quale sistema di decifrazione tu abbia usato, ma non fa alcuna differenza, perché il punto sta unicamente in ciò che cerchiamo, in ciò che vogliamo vedere o trovare. La vita è un fenomeno sconfinato all’interno del quale ogni entità è connessa. Il nostro pensiero, essendo un fenomeno di frammentazione della realtà, non è in grado di cogliere l’unita, ma unicamente una certa serie di connessioni. Ora, quando osserviamo qualcosa, e il nostro pensiero cerca in quel qualcosa un significato che vive unicamente dentro di noi, ovviamente lo troverà poiché le possibili connessioni che la vita ci offre sono infinite. Questo però non significa certo che un elemento “x” è univocamente connesso ad un elemento “y”. Poiché “x” è connesso ad infiniti elementi ed “y” è altrettanto connesso a infiniti elementi, è possibile sostenere che “x” e “y” hanno una relazione, ma il punto sta nel capire perché noi diamo particolare importanza proprio a quella relazione, quando le relazioni attive sono infinite. Anni fa entrai in un concessionario e vidi una bella macchina usata. Non l’avevo mai vista prima, ero convinto che in giro per le strade non ve ne fossero molte. La comprai, e non appena uscii in strada inizia a vederne ovunque. Sembrava che tutti, quel giorno, avessero comprato la mia stessa macchina. Ovviamente questo non era possibile, quindi cos’era successo? Un cambiamento della focalizzazione della mia attenzione. Il nostro desidero cambia la nostra percezione del mondo, anche se il mondo nella sua totalità rimane sempre uguale. Prima di decidere che quella macchina sarebbe stata mia non l’avevo mai notata, ma poi il mio sguardo vedeva il “mio” in ogni luogo. È lo stesso motivo per cui si è sempre gelosi della propria ragazza, ma quasi mai delle proprie ex o delle belle donne, almeno sino a quando non si decide di pensarle come “nostre”. In qualche modo hai visto una connessione fra l’undici settembre e tal “Shiva”, ma l’undici settembre e “Shiva” sono ovviamente connessi a infiniti altri elementi. E allora dove sta il punto? Le connessioni parziali sono sempre fenomeni che nascono dal “mio”, dal “nostro”, dall’io, ma ciò che è parziale ha significato unicamente per chi vive confinato in quella fetta di realtà. L’unica relazione che mi interessa è quella con il Tutto, poiché quando questa è realizzata ogni altra trova il suo giusto significato, mai prima!

Un caro saluto,
Dadrim

Fidati!

 
Testo della canzone "Fidati"

Sento il vento sulla mia pelle

e stringo il sole fra le mie mani.

Il tempo è un pensiero della mia mente

e l’amore è un gioco che ride e che piange.

Che riesci o cadi in fondo è lo stesso

se gira la ruota e tu sei il maestro.

Che riesci o cadi in fondo è lo stesso

se corri soltanto per stare nel vento.

Sento il rumore del tuo passato

salire piano con i ricordi,

ma fidati di me, è tempo perso

cucire il vestito di chi è morto.

Che riesci o cadi in fondo è lo stesso

se gira la ruota e tu sei il maestro.

Che riesci o cadi in fondo è lo stesso

se corri soltanto per stare nel vento.

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Con affetto, dedicata a Manu...

Pier

Sulla paura di avere figli

Alessia ha scritto: Ciao Pier, non so se ti ricordi di me, sono quella che aveva problemi di insonnia da quando mia madre era venuta a vivere nel mio palazzo l'estate scorsa. Adesso sto molto meglio e devo ringraziare il mio psicoterapeuta, ma soprattutto te, ho seguito le tue indicazioni e ho usato molte delle letture da te consigliate, come vere e proprie "MEDICINE PER L'ANIMA" e ne ho tratto davvero giovamento. Soprattutto ho capito che non dobbiamo fuggire la sofferenza ma usarla a nostro beneficio, accettarla pienamente perché ci permette di scoprire tante cose su noi stessi e la vita in generale. Volevo condividere con te un nuovo aspetto della mia vita che sento particolarmente e che non riesco ancora ad affrontare in modo lucido e sereno.

Sono sposata da due anni e non si sa perché, ma dopo che ti sei sposato tutti premono e insistono nel cercare di convincerti ad avere dei bambini. Personalmente penso che sia una cosa che, più di molte altre, devi fare se e quando lo vuoi veramente, quando ti senti pronto. In effetti però io non mi sento mai pronta, soprattutto ora che sono ben consapevole di quanto i bambini vengano rovinati dai condizionamenti della società, dei genitori, della scuola. Mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso, o perlomeno pochissimi fortunati individui. Mi chiedo come conciliare questa consapevolezza col mettere al mondo e far crescere un figlio lasciandolo libero di esprimersi e di realizzare pienamente la sua natura?

 
Grazie, con affetto,
Alessia

Pier ha risposto: Ciao Alessia, mi ricordo bene di te e non sono molto felice di sapere che le cose stanno cambiando! Entrando nello specifico della tua lettera, la mia opinione sul perché quando qualcuno si sposa tutti intorno iniziano a spingere affinché abbia dei figli è che noi conosciamo un’unica immortalità, quella che si pensa di raggiungere attraverso l’atto riproduttivo. Chi non ha mai nemmeno intravisto la pienezza di vita e il senso di libertà dal tempo che caratterizzano la nostra Essenza, trova come unica risposta all’ineluttabile destino della morte avere figli. Chi, nell’arco della sua esistenza, lentamente inizia a ritenere di non poter più raggiungere una dimensione di vita appagante, proietta spesso nella possibilità di avere figli il desiderio di compensare le frustrazioni patite.

Quanti figli hanno sofferto tremendamente proprio perché i loro genitori non li hanno mai amati, ascoltati e guardati unicamente per quello che effettivamente erano e potevano divenire, ma unicamente per quel che volevano che fossero, che diventassero e che portassero a termine?! Troppe persone vedono la felicità unicamente entro il loro desiderio di appagamento, e per questo ritengono che il mondo intero, ma soprattutto i loro figli, possano trovare felicità unicamente rincorrendo quel loro medesimo pensiero, senza accorgersi che la serenità di un individuo sta unicamente nella possibilità di essere ed esprimersi liberamente. Quando una persona vive libera e serena non perde il suo tempo ficcando il naso nel matrimonio degli altri e nemmeno ossessionandosi con l’idea di dover avere per forza dei figli.

I figli sono la verifica più tremenda della profondità del nostro amore, giacché, affinché crescano forti ed equilibrati, si dovrà essere in grado di “istruirli alla guida della barca” delle loro vite dosando fermezza, dolcezza ed esperienza, senza mai viaggiare verso rotte da noi desiderate, ma stando nella difficile attesa che questi imparino sufficientemente bene l’arte della navigazione, sino a quando potranno finalmente divenire capitani delle loro stesse vite.

È un compito estremamente difficile istruire qualcuno alla guida di una nuova e potente nave. Si dovrà viaggiare per migliaia di chilometri assieme, attraverso mari in tempesta e terre ignote, lasciando alla fine quell’imbarcazione al suo legittimo proprietario e capitano, riprendendo il nostro viaggio su di una vecchia e spesso fragile nave – il nostro copro, la nostra vita – per dirigersi vero il porto da cui si era partiti tanti anni prima. Solo chi ama profondamente e incondizionatamente può compiere un’impresa simile, solo chi ama i propri figli e le loro “barche” più di se stesso è pronto per essere un buon istruttore di navigazione. Educare per me significa insegnare ad essere capitani di se stessi capaci di affrontare con forza e fiducia anche le onde più grandi e i tragitti più lontani. Significa insegnare a gestire e farsi portare dai venti, non certo ammaestrare a tenere fermo un timone verso una rotta prestabilita.

Cara Alessia, tu dici: “Personalmente penso che (avere figli) sia una cosa che, più di molte altre, devi fare se e quando lo vuoi veramente, quando ti senti pronto. In effetti però io non mi sento mai pronta, soprattutto ora che sono ben consapevole di quanto i bambini vengano rovinati dai condizionamenti della società, dei genitori, della scuola. Mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso, o perlomeno pochissimi fortunati individui. Mi chiedo come conciliare questa consapevolezza col mettere al mondo e far crescere un figlio lasciandolo libero di esprimersi e di realizzare pienamente la sua natura?”

Io credo che si possano sentire pronti ad avere figli solo persone incoscienti o arroganti e ottuse! Come si può essere pronti ad affrontare qualcosa di così grande, imprevedibile e miracoloso? Ritenere di non essere pronti è segno di intelligenza e maturità che ci dovrebbe accompagnare per tutta la vita. In realtà noi non siamo e saremo mai pronti per nulla, proprio perché la vita è quella cosa che accade sempre nuova e imprevedibile. Ciò per cui siamo pronti è sempre qualcosa di limitato, già esperito, abituale, nulla di vivo, nuovo e stupefacente. Anthony De Mello diceva sempre che la vita è quella cosa che ci accade quando siamo impegnati a fare altri progetti: quanto è vero! Con il tempo, se prestiamo attenzione alle cose vere che l’esistenza ci dona, smettiamo di rendere i nostri progetti più importanti dello stesso accadere della vita. Un figlio non può essere un progetto, una cosa sicura per la quale possiamo essere pronti. Sono proprio le persone pronte, che credono di essere nate per fare i genitori, a rendere maggiormente i loro figli delle coscienze condizionate e sofferenti.

Scorate verso la fine della sua vita disse: “ora so di non sapere”. Cosa intendeva con questo? Finalmente ho smesso di sovrapporre le mie idee a quel che realmente “è”, alla vita; finalmente posso sentire, guardare e ascoltare senza distorsioni, pregiudizi, condizionamenti. Se non so nulla ogni cosa richiede la mia massima attenzione e sensibilità. Se so di non sapere, se so ogni istante deve essere intuito nel suo nuovo e imprevedibile accadere e non confinato nelle mie proiezioni, quanto sarò attendo alla lezione che la vita mi prepara ogni giorno? Infinitamente!

Tu dici: “…sono ben consapevole di quanto i bambini vengano rovinati dai condizionamenti della società, dei genitori, della scuola. Mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso, o perlomeno pochissimi fortunati individui”. Perfetto, sei consapevole di quel che non si deve fare, questo è il presupposto migliore. Sai che chi crede di sapere sovrapporrà il suo pensiero su giovani e fresche menti che in realtà dovrebbero sviluppare i propri pensieri. Sai che chi desidera e pianifica per gli altri, con il suo volere, sfigura i volto altrui, e sai che tutto ciò ha effetti devastanti specialmente se stiamo parlando di bambini e figli. Ma se vedi e senti tutto ciò, chi se non quelli come te dovrebbero procreare? Dici di non sentirti pronta ad avere figli, ma se concordi con me, pronta non lo sarai mai e questo è proprio ciò che potenzialmente ti rende una madre sempre attenta, sensibile e disposta a cambiare quando il viaggio della vita dei tuoi bambini lo pretenderà.

Per quanto riguarda il condizionamento della società, della scuola e dell’ambiente esterno, non mi preoccuperei tanto, dal momento che l’amore e la fiducia che una madre può donare ai suoi figli nei loro primi anni di vita è sono energie ben più potenti di qualsiasi altra spinta contraria futura. Ovviamente questo vale anche per la paura e la sfiducia che una madre può infondere ai suoi bambini, non per niente si deve sudare una vita per cancellare quel che in poco tempo dell’infanzia è stato fatto.

Se non vuoi dei figli è tutt’altra questione, ma se li desideri e non ti senti “pronta” direi che è proprio un buon inizio!

 
Con affetto,
Pier

 

Cos'è la vera amicizia

Nunzia ha scritto: Ciao Pier, sono una ragazza di diciotto anni ed è da un po’ che mi pongo la domanda “chi sono” e “come fare per scoprirlo”. Mi è sembrato opportuno scriverti qualcosa anche non sapendo di preciso cosa, ma vorrei sapere di più su tutto. Inoltre mi chiedo se è possibile prenderti come confidente personale e amico. Aspetto una tua risposta se puoi. Grazie!

Pier ha risposto: Cara Nunzia, sapere di più su “tutto” equivale, per la nostra mente, a non sapere nulla, poiché il “tutto” e il “nulla” sono concetti vuoti. Per quanto riguarda il tuo potermi prendere come confidente personale non credo proprio d’essere la persona adatta. Un confidente è una persona che ascolta tutto quel che le viene detto, punto e basta, e non è questo che solitamente faccio.

Per quanto riguarda il prendermi come un amico mi sta benissimo, non ho mai negato la mia amicizia a nessuno, semmai alcune persone con il passare del tempo mi hanno negano la loro, quando non hanno ottenuto le risposte che volevano ricevere proprio in merito alle loro confidenze. Probabilmente non avevano chiara la differenza fra amicizia e confidenza! L’amico, se vede qualcosa di potenzialmente dannoso lungo il tuo cammino o nel tuo cuore, te lo comunica, anche a discapito della vostra stessa amicizia. Il confidente annuisce sempre, non contraddice mai, evitando di esporsi, evitando di assumersi la responsabilità che una vera amicizia comporta. In un’amicizia essere responsabili significa saper rispondere (lo dice la parola stessa: respons–abile) con tutte le nostre capacità ed energie al bisogno di cura, fiducia e amore che l’amico rappresenta. Essere amici significa essere responsabili l’uno dell’altro, significa aiutarsi reciprocamente a vedere con chiarezza e vastità la vita, in tutte le sue insidie e possibilità. L’amicizia è il luogo in cui le anime si permettono di mettersi a nudo e di viaggiare assieme tenendosi per mano.

L’amicizia è il luogo in cui si può ferire profondamente qualcuno se si ritiene, con tutto se stessi, che un tale dolore sia indispensabile per evitare una peggiore sofferenza. Ma quanto si deve amare qualcuno per poterlo colpire duramente e potergli rimanere accanto nonostante la sua rabbia e il suo dolore? Infinitamente! L’amicizia è anche il luogo in cui ci si può permettere d’essere feriti profondamente senza reagire od opporsi, perché si ha piena fiducia nell’incondizionata e amorevole motivazione che spinge l’altro a correggerci, guidarci o frenarci bruscamente.

Il confidente è tutt’altra cosa, non si espone e non conosce responsabilità. Quando viene in buona fede, silente torna da dove è venuto, portando con se un po’ di dolore o di piacere ricevuto delle nostre parole, quando è in malafede riparte, invece, ciarlone e pettegolo, mostrando quel lato fetente che spesso il confidente ci riserba. Cara Nunzia, a te la scelta! Se vuoi un vero amico devi essere disposta a ricambiare l’amicizia coinvolgendoti e mettendoti totalmente in gioco, altrimenti, prima o poi, lo maledirai e rinnegherai. Se invece voi un confidente non devi fare molta fatica, verranno loro stessi, in molti, a bussare alla tua porta.

Con affetto,
Pier

 

Dio è tutto e ogni cosa

Daniela ha scritto: Ciao Pier, mi sono persa tante volte, sto cercando Dio, lo sto cercando perché vorrei guarire da tutti i blocchi, i giudizi e i pregiudizi, le paure, la paura di vivere che ho e che mi blocca, ma ogni volta che sono lì per pregare mille pensieri affollano la mia mente e la paura affiora sempre più forte e mi blocco, e più mi blocco e più mi perdo, e più mi allontano dal mio vero essere. Mi daresti un consiglio?

Pier ha risposto: Cara Daniela, non so cosa intendi tu per Dio, ma per me Dio è Tutto e ogni cosa. È un fiore, un sasso, un bambino, un uccello in volo, un filo d’erba, un dolore, un uomo che muore, un assassino, la rugiada del mattino, le onde del mare: Dio è tutto questo, ogni singola cosa e l’insieme. Per me il divino è sempre qui ed ora, in ogni luogo e in ogni evento. Nulla accade al di fuori di Dio, poiché solo Dio “è”, tutto il resto è solo un’illusione della mente umana, essa stessa illusione di Dio, ma questa è un’altra faccenda! Il divino non è il problema! Il problema sta in noi, nel nostro sentirci sconnessi, sradicati dalla sorgente della nostra stessa vita, nel nostro poterci illudere d’essere soli, isolati dall’Essere che è fondamento di questa esistenza. Ricerchi il divino, ma mille pensieri affollano la tua mente, allora ti blocchi e da cosa nasce cosa…

Ma perché vivi i tuoi pensieri come un problema? Se ogni cosa è divina, anche i tuoi pensieri lo sono, anche le tue paure sono parte di Dio, anche i tuoi pregiudizi e i tuoi giudizi. Se lotti contro queste cose stai lottando contro Dio, ma se tu sei solo una piccola parte di questa vita e Dio è la vita stessa, chi credi che vincerà la battaglia. Non lottare contro la vita, non cercare un dio ideale opponendoti a ciò che è reale. Rimani con i tuoi pensieri, le tue paure, i tuoi blocchi. Osservali, accettali, non sono affari tuoi, vengono da Dio e in Dio ritorneranno.

I nostri guai nascono sempre e solo dalla nostra incapacità di lasciare che le cose passino senza intervenire con la nostra limitata mente e la nostra piccola volontà. Se il corso di un torrente è torbido, credi che rimestando il fondo con le tue mani riuscirai a renderlo limpido? Non credo proprio, l’unica cosa che potrai fare sarà quella di sederti sulla riva, con un bel caffè in mano, aspettando che le correnti si plachino e le acque ritornino cristalline. Più fai e peggio è! Rimani in disparte, vigile, come un adolescente che attende in una piazza la sua amata. Sii aperta, sensibile, disponibile all’ascolto, qualunque cosa venga, paura, rabbia, pensieri, angosce, ricordi passati, suoni, odori, il via vai del traffico, ascolta tutto e ogni cosa, perché Dio è ovunque, siamo solo noi a volerlo rinchiudere nei nostri piccoli pensieri.

Cosa può fare un giovane che attende il suo primo amore a una fermata del bus? Nulla! Proverà paura, ansia, gli suderanno le mani, vorrà chiamare la sua amata, vorrà andarle incontro, ma se non sa il suo numero, né la strada che imboccherà per venire da lui, che farà? Ecco allora che il fremito dell’attesa renderà il suo amore ancor più profondo, intenso, deciso, e quando da lontano vedrà spuntare un viso, dirà tremante: ecco è lei! Ma anche se lei non fosse, che meraviglia avere sedici anni ed essere perdutamente innamorati!

Questa è l’unica preghiera che conosco.

 

La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica

Roberto ha risposto: Ciao Pier, ti rispondo con un po’ di ritardo perché ho considerato attentamente la tua risposta. È un’importante opportunità quella che mi puoi offrire dalla tua posizione di serio ed interessato conoscitore del pensiero di Jiddu Krishnamurti così che ne approfitto per replicare. Il corpo della tua lettera è servito per marcare quello che già avevo assorbito della filosofia di J.K. Desidererei parlare di questa parte:

“Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello astratto e teorico, ma di rimanere totalmente vuoti per quanto riguarda il livello empirico ed esperienziale, quel livello che J.K. definisce come unicamente reale e fecondo… La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie ad una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.”

Io ero convinto d’aver trovato questa chiave di volta in “Libertà dal conosciuto”[1], il libro che più degli altri onoro, dove negli ultimi capitoli affronta i temi del “guardare - ascoltare - arte - bellezza – austerità – l’osservatore e la cosa osservata”. Come ti avevo anticipato ho saggiato altre filosofie, ma soltanto superficialmente, ed ora però mi chiedo se veramente J.K. sia limitato nell’offrire una completa possibilità di riscatto spirituale. Ho apprezzato ciò che scrivi e t’invito ad essere del tutto diretto e schietto nella tua risposta.

Roberto

Pier ha scritto: Caro Roberto, è solo un mio punto di vista, ma J.K., nella sua comunicazione, non tiene sufficientemente conto dello stato di consapevolezza dei suoi interlocutori e delle grandi difficoltà che incontrano lungo il percorso spirituale. A livello descrittivo ritengo J.K. il maestro più coerente e veritiero. Il punto cruciale però non sta nel descrivere obiettivamente e coerentemente la fenomenologia del nostro mondo psichico, o perlomeno questo, spesso, non è sufficiente. Il punto sta piuttosto nel riuscire ad aiutare le persone a uscire effettivamente e definitivamente dalla loro gabbia psichica e vivere la realtà della dimensione spirituale o come la vogliamo chiamare. Dal mio punto di vista, se per ottenere questo fosse più utile raccontare una mezza verità che la pura e semplice verità, ben venga. Se una mezza verità aiuta più di una verità a raggiungere la Verità, per quale motivo dovremmo proseguire sulla linea dei duri e puri? Se per far scendere un bambino impaurito da un albero non basta ricordargli che come è salito può anche scendere, ma, magari, basterebbe raccontargli che suo fratello gli sta rubando tutte le figurine del suo adorato album di calciatori, anche se questo non fosse per niente vero, dove sta il problema? Quando scenderà dall’albero e vedrà che nella sua cameretta c’è ancora l’album di figurine, capirà!

Mai, almeno che io sappia, J.K. ha descritto una qualche forma di meditazione, esercizio, pratica o "trucco" utili a sciogliere le tensioni e i blocchi che limitano il nostro corpo e la nostra mente. Quando J.K. descrive, per esempio, come si genera in noi la rabbia, non v’è nulla che si possa ribattere. Le sue osservazioni sono penetranti, ma non per questo la nostra rabbia svanisce. È vero che J.K. invita continuamente a non capire unicamente a livello mentale quel che dice, ma di osservarlo nella vita quotidiana nel suo effettivo accadere, eppure ho personalmente notato che nella maggior parte delle persone questo approccio non si rivela efficace. Questo mi sembra accadere, paradossalmente, proprio per il fatto che J.K. ha prima dato una chiave descrittiva del fenomeno, che, per quanto veritiera possa essere, diviene ugualmente una lente attraverso cui la mente si attiva per osservare e dominare l'evento. La cosa fondamentale è riuscire a vivere un evento pienamente consapevoli e totalmente privi dell'attività analitica del pensiero. Il pensiero dovrebbe essere trattato unicamente come un semplice oggetto di percezione, smettendo di farlo divenire il punto di partenza della nostra osservazione. Non so se riesco ad essere chiaro su questo punto. Quando cerchiamo d'osservare e scoprire il nostro reale funzionamento interiore, non deve esistere alcun pensiero che dà vita al nostro osservare. Tutti i nostri pensieri dovrebbero esser visti come semplici oggetti transitanti sulla superficie della coscienza. Quando osserviamo il pensiero nella sua totalità, questo dovrebbe scorrere come le nuvole nel cielo. Quando osserviamo le nuvole che vagano nel cielo, cosa possiamo farci? Nulla! Le nuvole sono così distanti, impalpabili, immodificabili: l'unica cosa che possiamo fare è osservarle! Lo stesso dovrebbe accadere con i nostri pensieri. Ci sediamo tranquilli in un angolo, chiudiamo gli occhi e dentro di noi vediamo fluttuare tutto il nostro caos interiore: pensieri razionali, irrazionali, emozioni positive, negative, assurdità di ogni genere e così via. La cosa che comunemente facciamo è manipolare questo flusso di pensieri ed emozioni. Quando passa un pensiero subito lo cavalchiamo, ci facciamo trasportare da questo in mille altri pensieri.

Osserva, guarda se quel che dico è vero. Se ora chiudi gli occhi cosa accade? Passa un pensiero, poi un altro, e magari per qualche secondo riesci a osservarli senza farti coinvolgere, ma dopo poco arriva un pensiero più forte, più coinvolgente, ed ecco che parti a fantasticare, e da quel pensiero ne vengono altri affini e connessi che generano dialoghi interiori di ogni genere, poi sensazioni, magari immagini, ed infine, se rimani seduto per un tempo sufficiente, il sonno e i sogni.

Non so se hai già visto pienamente questo processo interiore, non so a che punto sei con le tue osservazioni, ma se hai fatto qualche esperimento sai di cosa sto parlando. J. K. può divenire un gran problema proprio per il suo averci spiegato nei minimi dettagli perché e come avvengono in noi fenomeni come la rabbia, la paura, il dolore ecc.. Se spieghiamo troppo i meccanismi dei condizionamenti interiori che ci muovono, la nostra mente può cadere nell'illusione di aver risolto i guai proprio perché comprende la verità delle nostre spiegazioni.

È vero che J.K. martella i suoi interlocutori dicendo "dovete osservare in voi il reale accadere di quel che dico, altrimenti anche quel che dico diverrà un condizionamento", ma dal mio punto di vista questa affermazione, per quanto venga ripetuta, non è sufficiente. Si dovrebbe chiarire meglio come porsi interiormente per acquisire quella "disposizione coscienziale" indispensabile per essere effettivamente in uno stato di libera osservazione.

J.K. si è dilungato enormemente in disquisizioni fenomenologiche, ma se io sono chiuso in una stanza di una casa che sta andando a fuoco non mi serve a molto sapere come il fuoco si è generato, come si propaga e che effetti produce. Quel che mi serve, più di ogni altra cosa, è sapere come potermi recare in un luogo da cui poter osservare l'incendio senza rimanervi coinvolto. Ecco allora che, forse, stando seduto su una comoda sedia del giardino, con un bel gelato in mano, inizierò anch’io a disquisire sui perché e i percome del fuoco. Il punto focale, ad un certo punto della mia ricerca, si è spostato dai "perché" al “come”, cosa che J.K. avrebbe rifiutato totalmente. La domanda ultima era divenuta: "ma come devo pormi interiormente, per riuscire effettivamente a comprendere e dissolvere i miei condizionamenti". Raccogliendo quanto detto sino ad ora, il punto capitale di tutta la faccenda "spiritualità", dal mio punto di vista, sta nel riuscire a generare o riscoprire quella dimensione di consapevolezza dalla quale ci è possibile osservare tutto quel che accade in noi senza perdere la percezione che noi siamo sempre e solo colui che sta osservando. Ma come far emergere questa disposizione della consapevolezza?

Se ci sediamo su di una comoda sedia, sul divano, a terra con le gambe incrociate, sul tetto di casa o dove e come stiamo meglio, chiudiamo gli occhi e iniziamo a osservare, cosa vediamo, cosa sentiamo? Facciamolo! Considerando che nella forma siamo tutti diversi, ma nella sostanza siamo tutti uguali, ognuno di noi avrà sfumature di pensieri ed emozioni diverse, ma tutti avranno ugualmente un flusso più o meno importante di pensieri, emozioni e immagini. La svolta sta nel vedere la differenza che sussiste fra l'osservare questo flusso ed il partecipare attivamente alla creazione, modificazione e direzione del flusso.

Dobbiamo esercitarci ad essere degli osservatori imparziali di questo flusso, dobbiamo smettere di alimentarlo, e l'unico modo possibile per fare ciò è provare e continuamente riprovare a sederci, chiudere gli occhi e lasciare che le cose vadano per gli affari loro, rimanendo, però, sempre vigili e attenti. Un pensiero, passa, poi un altro, poi un'immagine, poi un'emozione, poi ancora un pensiero che rievoca un altro pensiero, che rievoca delle immagini, e queste, a loro volta, rievocano altre emozioni. Il nostro mondo interiore inizialmente è solo questo: un magma di impressioni acquisite con l'esperienza, con il passare degli anni e, pertanto, con l'imprimersi degli eventi nella nostra memoria.

Questo flusso di memorie può scorrere libero o venire manipolato da quello che riteniamo essere il nostro “Io”, cioè noi stessi, che altro non è che un ennesimo pensiero. Quando osserviamo in noi questo flusso, se prestiamo attenzione, vediamo che sussiste una netta differenza fra lo stato di "consapevolezza osservativa" e lo stato di "coinvolgimento diretto". Quando ci coinvolgiamo direttamente diveniamo protagonisti del nostro film interiore, ed è questa sensazione che definiamo ego.

Questo continuo gioco del cadere e dell'uscire dal nostro film interiore, inizialmente ci accadrà tantissime volte, ma lentamente, se tenaci e fiduciosi proseguiremo con la nostra meditazione, inizieremo ad essere sempre più capaci di rimanere dei semplici spettatori del film. Ecco allora che il film perderà progressivamente la sua capacità di attrarci e tenerci incollati alle sedie, e forse, dopo qualche tempo, riusciremo anche ad uscire dal cinema e fare ritorno a casa. Vivere in un cinema non è cosa molto piacevole infondo. Quando la nostra coscienza sviluppa, come sua caratteristica dominante, la capacità di rimanere in uno stato di osservazione attenta e passiva, molte cose interessanti inizieranno ad accaderci.

Punti importanti da sottolineare di questo processo sono:

I° La sua apparente banalità, noiosità, inutilità se non stupidità.

II° La persistenza e la sottigliezza del nostro flusso meccanico interiore

III° La potente illusione di essere sempre e solo quel colui che vive proprio dell'attività manipolativa e desiderante del flusso interiore.

Risposta al primo punto: “Tutto ciò sembra banale solo perché siamo così abituati a fare, a manipolare e a credere la vita un fenomeno difficile, fatto di astuzie, ostacoli e imprese megalomani, che non riusciamo più a credere e stare in qualcosa di semplice, rilassato, immotivato, privo dell'attività mentale”.

Risposta al secondo punto: “Qualunque cosa passi nel nostro flusso interiore, pensieri, immagini o emozioni, lasciamola scorrere totalmente e liberamente. Accettiamo incondizionatamente tutto, poiché quel che scorre in noi non siamo noi. Noi siamo solo e sempre colui che osserva, e colui che osserva non giudica. Se cadiamo nel giudizio, non giudichiamoci per aver giudicato, ma ritorniamo a osservare. Se qualcosa ci spaventa, se le paure sono intense, se l'angoscia sale, se ci sentiamo morire, va benissimo, significa che questa è l’attuale natura del nostro flusso interiore. Se lo lasciamo scorrere lentamente andrà diminuendo. La follia, in sostanza, è un conflitto interiore represso, ma quando ci si permette di osservare ed accettare qualunque conflitto, su quale terreno può crescere un disturbo mentale? Se l'attività mentale viene lasciata scorrere liberamente, senza impedimenti, senza giudizio o repressioni, chi e che cosa inizierà a lottare contro se stesso?”.

L'ultimo punto: “Quando il pensiero scorre senza un attore che lo manipola, modifica e sviluppa, dove va a finire quell'entità che siamo soliti chiamare Io. Chi siamo noi a quel punto? Dove vanno a finire tutte le nostre idee su noi stessi e tutte le nostre frammentate e dolorose strutture di personalità? Semplicemente crollano, svaniscono, si dissolvono, facendoci riscoprire la reale natura della nostra Coscienza Originaria. Una Coscienza che non ha alcun nome o forma, e che pertanto non può essere descritta ma unicamente “incarnata”.

Un caro saluto,

Pier

 


[1]Jiddu Krishnamurti, Astrolabio Ubaldini Edizioni, Roma, 1973.

Karma e pastoie esistenziali

Giochi fra amiciNatalie ha scritto: Ciao Pier, ti scrivo perché se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere. Sono sufficientemente presuntuosa da valutare molto attentamente le parole che mi vengono rivolte, eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri. Quello che desidererei da te, se possibile, è una chiave di interpretazione, le soluzioni forse sono chiare e già esistenti dentro di me, ma, ti assicuro, al momento, non riesco proprio a vederle, a coglierle. Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male; in un'interpretazione pagana direi che ho un karma fortemente negativo, da scontare in questa e forse anche nelle prossime vite. Credi possa farcela in un'esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serenità se non proprio di gioia? Troppo ermetica? Troppo criptica? Forse, ma la confusione è tanta. Sto pianificando un viaggio in Terra Santa a brevissimo: ho bisogno di spirito, del MIO spirito prima possibile! Devo centrare di nuovo, o per la prima volta, me stessa.

Ti ringrazio, fai buona vita,
Natalie

Pier ha risposto: Cara Natalie, la tua lettera è estremamente ermetica, oserei dire blindata, non spiega praticamente nulla della situazione che stai attraversando, ma forse proprio in questo sta la chiave di lettura di quel che vivi e senti. Sei isolata, chiusa in te stessa e in un costante atteggiamento di difesa, hai paura di dare e altrettanta paura di ricevere, forse perché non ti è mai stato insegnato il linguaggio della fiducia, forse perché non ti è mai stato donato amore o forse, quando questo è accaduto, ormai era troppo tardi e tu stavi già con i pugni chiusi e la testa bassa. Se le cose dovessero stare così, in questo sta la causa del tuo male e della tua confusione.

Affermi: “Ti scrivo perché, se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”. Ma dove hai raccolto questi pensieri? Io non ho alcuna missione e tanto meno vivo per donare. Questa vita è un fenomeno di condivisione e dono reciproco. Non è possibile donare senza ricevere e non è possibile ricevere senza donare. Questo è un fatto, che lo si voglia accettare oppure no. Sfortunatamente però, la nostra piccola mente legge la realtà delle cose sempre a metà o a pezzi, senza comprendere la reale portate degli eventi. Se si è vivi si è costantemente esposti all’incontro con l’altro, ed ogni volta che accade un incontro avviene anche un dono, perché l’incontro in sé è un dono. Non è possibile sottrarsi all’incontro con la vita, che è sempre dono immotivato e gratuito.

Beviamo la pioggia che cade dal cielo, respiriamo l’aria che portano i venti, veniamo scaldati dai raggi del sole, nutriti dai frutti della terra, rallegrati dal canto degli uccelli e dai giochi di colori dipinti nel cielo, e tutto ciò, anche se la maggior parte delle persone non lo vede, è un dono. Ogni giorno, da quando ci alziamo sino a quando ritorniamo a letto, incontriamo persone, situazioni e luoghi che riteniamo scontati, ma non lo sono affatto: domani potrebbe terminare ogni cosa, domani potrebbe essere il nostro ultimo giorno di vita, e sfortunatamente solo allora, forse, tutto questo ci apparirebbe come qualcosa di tremendamente speciale ed eccezionale. Non sappiamo perché siamo qui, non sappiamo per quanto vi rimarremo, ma per non dover fare i conti con il mistero della vita e la sua tremenda fragilità e forza, dimentichiamo di continuo che il nostro tempo è limitato, che il nostro esser vivi è un omaggio e che le cose più importanti e preziose, necessarie per essere sereni, ci vengono di continuo regalate a mani aperte. È proprio a causa di questo nostro continuo dimenticare la brevità delle nostre esistenze che possiamo così facilmente lasciarci andare alla rincorsa di cose sciocche e a inutili rancori e ferite del passato.

Ogni giorno, entrando in un bar, in un negozio, nel posto di lavoro, nella casa di un amico o in un qualsiasi altro luogo, qualcuno ci incontra con un sorriso, con una parola cortese, con uno sguardo sensuale o magari con una smorfia di fatica e dolore sul viso, con una parola dura o indifferente, ma comunque accada, questo è sempre e solo un dono, un qualcosa che ci cambia, che ci arricchisce, che ci dà la possibilità di scoprire nuove cose su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Sfortunatamente l’idea imperante è che un dono è solo quel che ci fa piacere, che ci aspettiamo e desideriamo, ma se così fosse come potremmo crescere, arricchirci e cambiare? Se ottenessimo sempre e solo quel che desideriamo la vita sarebbe unicamente il sordo eco delle nostre stesse voci, dei nostri sempre uguali e monotoni desideri: che vita orrenda sarebbe! Fortunatamente, però, questa vita è un implacabile fenomeno di condivisione sempre nuovo.

Vivendo doniamo continuamente quel che siamo, belli o brutti, buoni o cattivi, e altrettanto riceviamo cose belle e cose brutte, buone e cattive. L’importante non sta in cosa riceviamo, ma nell’essere aperti al dono, perché se siamo aperti all’incontro e all’ascolto qualsiasi evento può divenire una porta. Se viceversa viviamo chiusi, blindati in noi stessi, nelle nostre solite idee, sordi alla vita, tutto viene continuamente sprecato e i nostri anni passano senza alcun significato. Colui che vive aperto e sensibile al mondo che lo circonda, anche dall’incontro con una persona chiusa e sofferente viene arricchito, fosse anche solo dal riconoscere la miseria che scaturisce dall’esser morti dentro. Diversamente, chi è morto dentro, non è in grado di riconoscere nulla, nemmeno il dono più grande: quell'amore che nonostante l'immane orrore del mondo, comunque, continua ad accadere.

Chi vive chiuso in se stesso è come un uomo che siede su una spiaggia ad occhi chiusi: il sole abbronza la sua pelle, illumina l’orizzonte, crea miliardi di scintillii riflettendosi sulle onde, ma lui non sa nulla di tutto ciò, anche se v'è totalmente immerso! Questa nostra esistenza è un fenomeno di totale interdipendenza e prima lo capiremo prima inizieremo a vivere serenamente e con fiducia questa condizione.

Affermi: “Ti scrivo perché se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”. Con questa frase stai comunicando una grande paura di ricevere qualcosa, poiché ricevere significa anche doversi rendere disponibili all’altro, esponendosi al rischio d’essere modificati, cambiati nel nostro essere e magari feriti, ma difendersi in continuazione significa non vivere. Non aprirsi significa morire interiormente, ma aprirsi ci espone alla possibilità di essere feriti. Questo circolo vizioso si spezza quando comprendiamo che anche il dolore più grande che può provenire dall’aprirsi alla vita è migliore del nauseante puzzo di morte che proviene dal vivere nella paura.

Scrivendomi non fai un favore né a me né a te, ma dimostri i primi germogli del tuo desiderio d’incontrare l’altro e di uscire dalla tua prigione, dalla tua confusione, ma per fare ciò devi essere totale, completamente aperta all’ascolto e all’incontro, altrimenti anche questo tentativo cadrà nel nulla, come ogni altro. Se non abbassi le difese non ti basteranno mille viaggi in mille terre sante per smettere di soffrire e far soffrire. Importante non è ciò che fai, dove vai o chi incontri, ma come incontri qualcuno, come fai e come entri in un viaggio, con quale disposizione interiore. Ciò che importa è la disposizione del tuo animo.

Scrivi poi: “Sono sufficientemente presuntuosa da valutare molto attentamente le parole che mi vengono rivolte, eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri”.

Se vai verso l’incontro e l’ascolto con presunzione cosa potrà scaturirne? Valuta molto attentamente le parole di chiunque, ma fallo sempre e comunque totalmente aperta all’ascolto. Cerca di divenire il più sensibile e ricettiva possibile, solo così riuscirai a cogliere ciò che è di nutrimento per il tuo Essere e scartare ciò che è nocivo. Ma se filtri la realtà attraverso il tuo orgoglio non riuscirai ad andare oltre i tuoi stessi pensieri e convincimenti. Dici di non riuscire a trovare le risposte che cerchi, ma forse, per cambiare veramente, non necessiti delle risposte che vorresti. Quel che ora vivi è solo confusione, e le risposte che ritieni di dover avere sono ovviamente frutto di quella stessa tua mente che ora vive confusa, saranno pertanto risposte altrettanto confuse e poco risolutive. Ecco allora che ancora una volta torno a dirti di abbandonare i tuoi confini, le tue difese, per invitarti a sentire, toccare e gustare quella realtà che ora non puoi nemmeno immaginare.

Tu dici: “Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male da altri...” Bene! Quel che è stato è stato, ora è tempo di chiudere con il passato e di raccogliere la lezione. Se smetti di vivere entro gli automatismi e gli schemi della tua mente, quel che qui hai chiamato “karma” verrà bruciato in un istante. Il karma si perpetua quando non apprendiamo nulla dagli eventi che ci accadono. Viceversa quando la nostra consapevolezza penetra totalmente, momento per momento, i fatti che ci accadono, non esiste karma o destino che ci possa influenzare. 

Infine scrivi: “Credi possa farcela in un'esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serenità se non proprio di gioia?” Potresti liberarti dalle pastoie in cui ti sei invischiata anche in questo istante se lo volessi veramente, ma il problema è che tu non vuoi solo liberati, ma vuoi anche raggiungere una certa felicità che altro non è che la proiezione della tua mente infelice. Lascia perdere la serenità, moderata o scellerata che sia.

Quando la nostra mente infelice inizia a sognare la felicità, genera uno stato emotivo di tensione basato su di un desiderio di fuga ed evitamento della realtà in cui siamo. Cadiamo così dalla padella alla brace, immaginando la felicità come uno stato futuro, lontano, privo di conflitti e dolori, quando invece l’unica pace possibile nasce da una totale accettazione e comprensione di ogni conflitto e dolore che esiste qui ed ora. Per concludere quanto detto fino ad ora vorrei lasciarti in compagnia delle splendide parole di Michael Adam.

Un abbraccio,
Pier 

“Forse il tentare porta persino all’infelicità. Forse tutto il rumore del mio desiderare ha tenuto lontano lo strano uccello dalle mie spalle. Ho inseguito la felicità così a lungo e così fortemente. Ho cercato nei luoghi più remoti, in lungo e in largo. Ho sempre immaginato che la felicità fosse un’isola nel fiume. Forse essa è il fiume. Pensavo che la felicità fosse il nome di una taverna in fondo alla strada. Forse essa è la strada.

Credevo che la felicità fosse sempre domani, e poi domani, domani ancora. Forse essa è qui. Forse essa è ora. E io ho guardato in qualsiasi altro luogo. Ma qui e ora, chiaramente, c’è infelicità. Forse, allora, non esiste una cosa come la felicità, forse la felicità non esiste. È solo un sogno creato da una mente infelice. Certamente, non può essere come io infelicemente la immagino. Qui e ora non c’è felicità. Quindi la felicità non esiste. Dunque non ho bisogno di sprecare ulteriormente me stesso in qualcosa che non esiste.

Posso dimenticarmi della felicità; posso smetterla di preoccuparmi e interessarmi invece a qualcosa che conosco, che sono in grado di sentire e sperimentare pienamente. La felicità è un sogno vano: e adesso è mattina. Mi posso svegliare in compagnia dell’infelicità, di ciò che è realmente sotto il sole in questo momento. Ma ora vedo quanto della mia infelicità viene dal cercare di essere felice; sono in grado persino di vedere che il cercare è infelicità. La felicità non cerca…Finalmente sono qui e ora. Finalmente sono quello che sono. Non pretendo nulla, sono a mio agio. Sono infelice – e allora?... Ma è questo ciò da cui scappo? È davvero infelicità?... e quando smetto di provare ad essere felice, o qualunque altra cosa, quando non cerco più, quando non mi preoccupo di andare da qualche parte, di ottenere qualcosa, allora si direbbe che sono già arrivato in uno strano luogo: sono qui e ora.

Quando mi rendo conto che non c’è niente che io possa fare, che tutto il mio fare è lo stesso sogno, nel momento in cui mi accorgo di ciò, la mia mente vecchia sognatrice e girovaga, in quel momento è immobile e presente. In quel momento, qui e ora, appare il mondo reale; vedi: qui e ora è già e sempre tutto ciò che avevo visto e che ho cercato di conseguire in qualunque posto lontano da me. E ancora di più: sono andato a caccia di ombre; la realtà è qui, in questo luogo soleggiato, in questo canto di uccelli, adesso. Era il mio inseguire la realtà che mi ha allontanato da essa, il desiderio mi assordava.

L’uccello stava cantando qui, per tutto il tempo… se io sono immobile e non mi preoccupo di trovare la felicità, allora si direbbe che la felicità sia in grado di trovare me. Essa esiste se io sono davvero immobile, come morto – se io sono completamente morto, qui e ora”. 

Michael Adam

 

La morte dell'autorità e la nascità della vera libertà

onda

Athena ha scritto: Pier, vorresti ampliare ed estendere questa tua affermazione: "non mi riconosco in nessuno"?

Pier ha risposto: Cara Athena, con questa mia affermazione desidero evidenziare l’inganno che si cela nell’identificazione ad un pensiero, una filosofia, una religione o una teoria. Si tramanda la storia di un missionario cristiano che giunge in uno sperduto villaggio dell’Africa. Dopo qualche tempo ha già fondato una chiesa e convertito gli adulti del posto alla fede cattolica. Una domenica mattina, mentre sta indottrinando i bambini più piccoli del villaggio, conclude la sua oratoria affermando con tono solenne: “Il regno dei celi è solo per chi si è pentito dei suoi peccati e per chi ha visto la corruzione e il male che albergano nella sua anima. Solo a chi chiede perdono il nostro Padre celeste aprirà i cancelli della gioia e della vita eterna!” Alla fine di queste parole, dall’ultima fila di banchi, un bambino alza la mano intimorito chiedendo la parola. Il prete, con voce gentile, afferma: “Dimmi pure figliolo, vuoi sapere altro sul regno dei cieli?” Il bimbetto con innocenza risponde: “ No padre, volevo solo capire. Come prima cosa dobbiamo peccare, e pure molto, così poi ci possiamo pentire e chiedere perdono?”

Questo è quel che combinano tutte le dottrine, le teorie e i credo di tutto il mondo. Prima ancora che il bambino faccia una domanda noi gli diamo mille risposte, condizionando la sua mente, ponendo dei limiti ben definiti alla naturale e spontanea fioritura della sua intelligenza.

Questo punto è di estrema importanza e spero di riuscire a comunicarlo chiaramente. Supponiamo che dopo una vita di ricerca faticosa riesca ad avere una concreta e profonda esperienza di pace, armonia e bellezza. Supponiamo anche che io sia un insegnate in una scuola materna. Secondo te, la mia esperienza, il mio vissuto di pace e vastità, lo trasmetterò ai bambini attraverso il vivere quotidiano, il mio semplice e spontaneo relazionarmi con amore e pazienza o inizierò ad organizzare lezioni e incontri per indottrinarli al pensiero della bellezza e dell’amore?

Chi indottrina dimostra di vivere soffocato da pensieri e ideologie. Ma l’ideologia non può sostituire la fatica e la profondità di un cammino fatto di esperienze concrete, di incontro con l’altro, con noi stessi, i nostri limiti e le nostre paure. È solo l’esperienza reale, che è sempre un’esperienza totale, l’unica vera azione trasformativa possibile. Il chiudersi in fedi e dogmi è un’esperienza parziale, incompleta, che non costa grande sacrificio e sforzo. Posso infatti pensare all’amore, alla solidarietà e alla non violenza tutto il giorno, ma ciò non implica che nella realtà dei fatti io sia effettivamente quel che penso! Il pensiero è solo una piccola e debole parte del nostro essere. I bambini non vanno indottrinati o portati a lezioni su Dio e l’amore, ma vanno amati ed educati da persone che sentono la reale presenza dell’amore nei loro cuori. Solo così, rispecchiandosi in una relazione fatta di bellezza e profondità, l’intrinseco e naturale potenziale dei giovani sarà aiutato a manifestarsi.

Aiutare i bambini a sviluppare la loro innata dimensione interiore è una cosa semplice e naturale se noi stessi siamo stati capaci di realizzarla, perché i bambini assorbono tutto, dal più piccolo movimento degli occhi, alla minima sfumatura d’emozione che passa attraverso le nostre voci.

Il vero guaio è aiutare gli adulti ad uscire dalle loro caotiche, intricate e chiassose menti, ingolfate da teorie, credo, dogmi e allucinazioni. Gli adulti non vedono più nulla in modo diretto e semplice, non sentono, ma interpretano di continuo, fraintendono, manipolano, e tutto per difendere in continuazione quella stessa gabbia mentale che gli impedisce di vivere sereni.

Dopo aver visto e compreso tutto ciò, come possiamo riconoscerci ancora in qualcosa o in qualcuno? L’unica cosa che possiamo fare è tuffarci nell’oceano della vita per averne finalmente un’esperienza totale e reale, smettendo così di teorizzare restando seduti sulla nostra barchetta scassata che va alla deriva. E quando faremo esperienza di cosa voglia dire nuotare realmente fra le grandi onde dell’oceano, non ci sarà più possibile dire io sono un “oceanista”, io credo nell’esistenza dell’oceano e teorizzo sulle sue onde. A quel punto potremo solo sorridere per la felicità che proviene dall’esservi totalmente immersi!”

A quel punto, se vorremo effettivamente aiutare qualcuno a vivere veramente, certo non gli parleremo dell’oceano, non gli daremo nuove teorie o superstizioni, ma semplicemente lo condurremo ad una spiaggia e quando saremo lì gli diremo: “Ecco!, questo è l’oceano, se vuoi puoi immergerti e conoscerlo, se hai paura puoi anche tornare a casa, ma d’ora in poi, ovunque andrai, non potrai più scordare che la realtà e la bellezza sono sempre a tua disposizione, e che se vivi in una menzogna è solo perché tu lo vuoi, perché dentro di te sei pieno di paura d’affogare!

La metafora dell’oceano e del nuotarvi dentro è veramente significativa. Infatti come impariamo a nuotare? Impariamo a nuotare solo dopo aver imparato a rimanere a galla. Ma come si fa a rimanere a galla? Si rimane a galla solo quando fiduciosi ci si abbandona totalmente all'acqua. Dopo aver vissuto la fiducia ed essersi abbandonati totalmente, con leggeri movimenti armonici possiamo anche iniziare a giocare e a muoverci fra le onde e le correnti.

Questa è la metafora perfetta che descrive la relazione che sussiste fra il nostro Essere e l’Esistenza! Quando il nostro Essere si abbandona totalmente all’Esistenza, senza sforzo alcuno, iniziamo a fluttuarvi beati in superficie, sino a fonderci, poi, totalmente in essa, senza più alcuna necessità di respirare, poiché il nostro respiro diviene il suo respiro e il suo il nostro.

 
Un abbraccio,
Pier

 

Jiddu Krishnamurti

Roberto ha scritto: Ti avevo anticipato che la lettura di Jiddu Krishnamurti[1] mi ha sollevato le “tapparelle” sui miei pensieri e sulle mie emozioni. Trovo però difficoltà a seguirlo quando parla di realtà a me esterne:

“Che cos’è la vita? Allora che cos’è la creazione? La vita dell'albero, la vita del piccolo filo d'erba - la vita, ... l'origine della vita -, qualcosa che vive? Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro. Non dite di sì o di no, ... stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere? Questo è un argomento troppo serio… stiamo provando a penetrare in qualcosa che non ha nome, che non ha fine. Posso uccidere quell'uccello, ma ce ne sarà sempre un altro… Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo? State aspettando che sia io a descrivervelo, ... Perché?”[2]

Ecco, qui non saprei da che parte addentrarmi. Non è che sia indifferente a ciò che vive, anzi, mi stupisce parecchio, ma poiché scarto l’idea di un Dio creatore non vado al di là di pormi come uno spettatore affascinato da ciò che lo circonda. Vorrei capire se lui qui ci invita a trovare un regista, un Dio, una causa; siccome però non si è mai pronunciato su questi temi ho scartato l’ipotesi. Li citò, ma per svalutare come sono stati da sempre gestiti dagli uomini. Questo discorso io lo considero come un suo testamento e non avrò pace fino a che non lo avrò digerito in tutte le sue parti. Ancora grazie per il tempo che mi stai dedicando.

Roberto

Pier ha risposto: Caro Roberto, grazie a te per la tua domanda, perché per la prima volta vengo chiamato a rispondere in merito a uno dei maestri che più ho amato e hanno segnato la mia vita: Jiddu Krishnamurti. Il tuo quesito è sorto molte volte anche nella mia mente, e ogni volta che non riuscivo a darvi risposta ritornavo a leggere ogni singolo passo, ogni riga e ogni parola di tutti i discorsi tenuti da J. K., ma niente! J. K. sembrava non voler completare la sua visione delle cose, proprio su quegli argomenti che più mi stavano a cuore: “esiste una vita prima e dopo questa nostra esistenza? Esiste l’anima? Esiste un Dio o qualcosa di simile? Esiste un senso, un significato o una destinazione ultima per noi uomini?” No! J.K. non ha mia risposto a questi quesiti, ma più la mia mente si contorceva nel tentativo di trovare una risposta a queste domande e più il mio cuore iniziava a comprendere la motivazione che stava alla base di queste apparenti incompletezze.

Tutto il messaggio di J.K. è un invito all’osservazione, alla diretta e personale sperimentazione del reale accadere delle cose. Krishnamurti, attraverso la minuziosa descrizione del come nascono, crescono e si consolidano i nostri processi mentali, vuole unicamente portare il suo interlocutore alla comprensione dei limiti e delle barriere che impediscono alla coscienza di esperire la reale natura delle cose, una natura fatta di creatività, bellezza e pace. J.K. non ha mai risposto a nessuna domanda attraverso una definizione intellettuale, ma unicamente attraverso una descrizione dell’effettivo accadere fenomenologico delle cose, ribadendo sempre e sino alla nausea che anche questo suo continuo descrivere il reale non avrebbe avuto nessun senso per l’ascoltatore se quest’ultimo non si fosse messo in gioco personalmente e totalmente, cercando di osservare direttamente in lui stesso come nasce e si mantiene quella limitata e tormentosa entità che siamo soliti chiamare ego o personalità. Se rileggiamo attentamente la frase che tu riporti, notiamo che anche in questo caso J.K. invita ripetutamente alla personale e diretta osservazione e comprensione delle cose.

“Non dite di sì o di no, ...stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere?”

J.K. afferma: “Non dite di sì o di no”. Perché questa affermazione? Perché noi solitamente ci lasciamo andare all’assenso o al dissenso unicamente in base al nostro condizionamento, partendo da quel che il nostro ambiente, la nostra cultura, la nostra società o la nostra famiglia ci hanno spinto a credere o non credere. Non so quante persona riescano a comprendere l’immensa importanza di questo punto! Noi crediamo a certe cose o dubitiamo d'altre unicamente sulla base di quel che abbiamo sentito dire da altri. È raro trovare un individuo che fonda la sua vita unicamente su quel che egli stesso ha affettivamente sperimentato e compreso in prima persona.

V’è chi crede in Dio, chi nell’anima, chi nell’amore e chi nel famiglia, ma quanti hanno avuto esperienze reali di Dio, dell’anima, dell’amore o della validità del vivere in famiglia? Quante persone sono prova vivente di quel che sostengono? Vi sono poi persone che non credono in Dio, nell’anima o nell’amore, e che magari spendono tutta la loro vita per difendere un’ideologia politica, filosofica o scientista, ma quante di queste persone possono effettivamente dire d’aver speso ogni loro energia per indagare l'effettiva esistenza o meno di quel che negano?

Di guisa non dite sì o no partendo da condizionamenti, da affermazioni prese in prestito o dal rispetto dell’autorità, ma gettate tutto alle vostre spalle e guardate con i vostri stessi occhi, con la vostra consapevolezza, dentro e fuori di voi. Osservate il reale manifestarsi delle cose, sia in voi che fuori da voi, senza pregiudizi, senza desideri pregiudicanti, senza pretese. Inizialmente, ovviamente, le uniche cose che potrete osservare saranno proprio i vostri pregiudizi, le vostre paure, i vostri limiti, ma questo è solo l’inizio!

Dalla lettura degli scritti di J. K. si comprende come il novantanove percento del lavoro di auto-conoscenza consista nella rimozione dei condizionamenti. Quando i condizionamenti vengono rimossi la nostra coscienza è finalmente in grado di penetrare la realtà, e la realtà è un qualcosa di incomunicabile. J. K. afferma: “L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”. Cosa intende? Noi siamo abituati a usare la mente per dominare, per acquisire nuove conoscenze che potremo poi usare per difenderci, per arricchirci, sia interiormente che esteriormente. Ogni volta che approcciamo qualcosa con la mente, attraverso il pensiero, in realtà desideriamo ottenere una ricompensa, vogliamo un guadagno, la nostra conoscenza è tutta finalizzata al divenire sempre di più. Poche persone andrebbero a un seminario che ci aiuta ad essere più vuoti, meno competitivi, meno attrezzati alla lotta per la sopravvivenza sociale, e dato che la nostra mente è radicalmente condizionata a operare in questo modo, alla stessa maniera affrontiamo le domande ultime sull’esistenza. Noi vogliamo dominare Dio, l’eternità, la morte, vogliamo conoscere per poterci difendere o per poter gestire gli eventi. Mai ci sogneremmo di farci dominare, travolgere e possedere da qualcosa, fosse anche il divino o l’amore. Questo è il motivo per cui poche persone sanno cosa sia il vero amore. L’amore non può essere posseduto, dominato, previsto o calcolato, perché se così fosse, in esso, non vi sarebbe nulla di meraviglioso, di nuovo, di fresco e imprevedibile. Noi vogliamo conoscere l’estasi, ma non vogliamo rischiare nulla, non vogliamo perdere i nostri rassicuranti confini, le nostre paure, le nostre statiche idee sulla vita, gli altri e il mondo. Noi vogliamo tutto, ma senza mai abbandonare nulla. Ecco allora che J.K. ci dice: “L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”.

“Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro”. Cosa intende ora J.K.? La vita continua, è evidente, anche se domani scoppiasse una guerra nucleare e l’intero pianeta terra venisse distrutto, quale folle potrebbe pensare che in qualche miliardo di anni un nuovo universo non potrebbe riformarsi e che il nostro livello di evoluzione non potrebbe essere raggiunto se non superato? Chi potrebbe pensare che noi umani siamo il migliore, il primo e l’unico esperimento che l’esistenza ha compiuto per manifestare se stessa?

Come si può credere che lo spazio infinito che ci circonda non sia capace di ospitare altre infinite forme di vita? L’affermazione di J.K. pertanto pone un altro problema, per noi uomini ben più grande: possiamo anche uccidere quel che vive, ma di quel che vive tutto viene annientato, ucciso, cancellato? Esiste qualcosa nascosto in quel che vive che non può morire? Cos’è quel che vive? Cos’è la vita? Noi lo sappiamo veramente? Ne abbiamo avuto esperienza reale e diretta, l’abbiamo "vista con i nostri stessi occhi" o stiamo solo ripetendo parole d’altri?

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

In quest’affermazione J.K. offre unicamente un invito alla sperimentazione diretta e personale dell’assoluto. Non si deve cercare di leggere questa frase da un punto di vista descrittivo, sarebbe un grave errore, vorrebbe dire ricadere nuovamente in quei limiti che J.K. cerca continuamente di abbattere. Significherebbe voler ottenere l'assoluto come ricompensa per portarlo a casa e poterlo usare.

J.K. descrive minuziosamente unicamente i nostri limiti, i nostri condizionamenti, quel che è in noi e che facilmente possiamo osservare, per questo mille volte ripete che per comprendere qualcosa dobbiamo seguire la “via negativa” e vedere ciò che quel qualcosa non è. Per trovare la libertà dobbiamo prima di tutto comprendere cosa ci rende schiavi. Krishnamurti, infatti, descrive sempre e solo le forme e i modi attraverso cui si generano e manifestano le nostre catene, ma mai dirà cos’è la libertà. Non dirà mai cos’è la libertà perché noi, non avendone alcuna esperienza, trasformeremmo la sue parole in un nuovo credo, in un dogma. Si può solo parlare e approfondire quel che effettivamente vive nell’animo di una persona, ma se nell’animo di una persona v’è pace e libertà a cosa servono le parole, a cosa servono i maestri? A nulla! Pertanto le parole servono solo a descrivere e approfondire la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre paure, ma quando questi vengono totalmente visti e trascesi, ecco che le parole non servono più a nulla, perché l’amore e la libertà usano il linguaggio del silenzio.

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

Caro Roberto, leggendo queste parole ti potrei dire che per me J.K. usa il termine “creazione” con la valenza di “entità in stato di perpetua creatività”, potrei dirti che per J.K. non v’è un Dio persona che genera il mondo, ma un’infinita e intelligente energia creativa che, al di là del tempo e dello spazio, manifesta se stessa attraverso forme a noi visibili e invisibili. Potrei dire mille altre cose, ma che importanza avrebbero? Nessuna! Sarebbero sole le mie parole messe in bocca a chi non c’è più. Quello di cui sono certo è che le parole di J.K., come di ogni altro uomo che vive oltre i confini del pensiero, non vanno mai prese alla lettera e, soprattutto, non si deve mai cercare di capirle a livello intellettuale. Vanno prese come un invito, uno spunto, un cartello stradale. Il cartello stradale non è la meta, non è nulla se non un aiuto a raggiungere la realtà della meta. Non cercare di capire se J.K., attraverso la sua esperienza spirituale, riteneva esistesse un Dio creatore, un’energia creativa, l’anima, il nulla o un soldo bucato, ma cerca piuttosto di comprendere e dissolvere i limiti che ti impediscono di scoprire personalmente quel che qui viene definito l’Assoluto. Segui la via negativa, svuotati, solo così il positivo, il pieno potrà rivelartisi.

Mi permetto infine di concludere con una nota critica sulla forma di comunicazione usata da J.K. Krishnamurti nei suoi scritti definisce il metodo analitico come fallace, infatti afferma spesso: “analisi vuol dire paralisi”. Sono pienamente d’accordo su questo, ma non posso fare a meno di notare come egli, negando ogni metodo, ogni atto di abbandono e fiducia, si ritrovi costretto, suo malgrado, a fare uso del metodo analitico e dello strumento della ragione in maniera spropositata, lasciando facilmente cadere il suo interlocutore nella stessa gabbia che vorrebbe dissolvere. Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello teorico, ma di rimanere vuoti per quanto riguarda il livello esperienziale, proprio quel livello a cui J.K. ci vorrebbe condurre. Nel mio personale percorso sono riuscito a risolvere questa impasse in un unico modo. Le descrizioni di J.K. dei nostri processi mentali sono lapalissiane, inconfutabili, ma quando si è visto ciò non rimane altro che entrare con sempre più fiducia nel silenzio che vive oltre le forme della mente. J.K. offre una genealogia della mente, dell’ego, ma, dal mio punto di vista, non sottolinea a sufficienza l’importanza che riveste l’atto d’osservare in sé, l’abbandono e la fiducia. La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie a una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.

Sempre a disposizione per qualunque altro chiarimento ti lascio con queste altre stupende parole del maestro J.K..

 
Un caro saluto,
Pier

«Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una "fede". La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. »[3]

 


[1] Jiddu Krishnamurti (Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo mistico di origine indiana.

[2] Frammenti tratti dall’ultimo discorso di Jiddu Krishnamurti tenuto il 4 gennaio 1986 a Vasanta Vihar. EFB, numero speciale, 1986, e The future is Now (Gollancz, Harper & Row, 1988)

[3] Jiddu Krishnamurti, discorso di scioglimento dell'Ordine della Stella, 3 agosto 1929, Ommen, Olanda

Amore come possesso e amore come dono ricevuto

Susanna ha scritto: Sento uno sviscerato amore per tutto e tutti, insomma, invadente. Non so cosa vi sia sempre da osservare, riflettere e capire?

Pier ha risposto: Cara Susanna, reputo non vi sia nulla da insegnare e nessuna strada da indicare per chi, come te, sente uno sviscerato amore per tutto e tutti, anzi, se non sono impertinente, vorrei essere io a farti un paio di domande.

La prima è questa: “Hai un amore invadente o senti d’essere pervasa dall'amore?” Perché nel mio pensiero queste due espressioni hanno significati diametralmente opposti. Un amore sentito come proprio possesso è solo una manifestazione del nostro egoistico bisogno di sentirci speciali, dura quanto un temporale e soffoca chi ci sta vicino. Un amore che sentiamo venire come una marea che ci sommerge e cancella, invece, è un fenomeno meraviglioso perché libero dal nostro controllo egoico. Se il tuo amore è quest’ultimo, io dovrei essere il primo a venire da te per imparare e per farmi guidare!

L’altra domanda che vorrei farti è questa: “Affermi di amare tutto e tutti, ma riesci ad amare anche ogni cosa e ogni singola persona? Perché nel mio pensiero anche queste due espressioni hanno realtà diametralmente opposte. Amare tutto e tutti equivale ad amare niente e nessuno, è solo un’astrazione mentale, il tutto non esiste come tutti non esistono. Non posso incontrare il signor “tutti”, ma solo Andrea, Sara, Francesca, mio fratello, mio figlio. Questo mondo è fatto unicamente da tante singole cose e da tante singole persone. Amare tutto e tutti non costa nulla, è solo un concetto, una parola. Amare ogni singola persona, ogni essere vivente e ogni cosa, invece, significa essere riusciti a cancellare ogni nostro pregiudizio, ogni nostro desiderio di possesso, ogni nostra paura, insomma, significa essere riusciti a dissolvere completamente la nostra ignoranza. Se questo è il tuo amore cos’altro resta da chiedere ad uno come me? Che aiuto potrei darti? Di che aiuto dovresti avere bisogno? Infine, l'unica cosa che vorrei dirti è che io non parlo per altri, non mi riconosco in nessuno e tanto meno ho una verità o una conoscenza contenutistica da impartire, pertanto il "voi" non mi si addice, poiché anche questo è solo un’astrazione, e l’ultima cosa che auguro ad un individuo è di vivere in un’astrazione!

Un caro saluto,
Pier

Perchè Dadrim?

Athena ha scritto: ... ma dimmi... il nome Dadrim da dove spunta? da-dream.. ahah! ...

Pier ha risposto: "Dadrim" è il nome "Mirdad" letto capovolto, cioè visto allo specchio. Mirdad è il personaggio di un libro intitolato "Il libro di Mirdad", scritto da Mikhail Naimy, testo che amo infinitamente e che consiglio e regalo sempre a tutti gli amici. Mirdad raffigura la saggezza e la bellezza che vive nei nostri cuori, Dadrim rappresenta il ricercatore spirituale che vaga fra le forme esteriori, l'apparenza, ciò a cui continuamente ci identifichiamo, alla ricerca della verità. In questa metafora ognuno di noi è Dadrim sino a quando non ci poniamo nudi di fronte allo specchio della nostra consapevolezza, e scopriamo che Dadrim è Mirdad.

 

Augurandoti una notte Da Dream o meglio da Mirdad..

Un caro saluto,
Pier

P.S. Se non conosci "Il libro di Mirdad" devi leggerlo!

 

L'incoscienza del bambino e la consapevolezza del saggio

La nascita è un mistero meraviglioso! Ogni nascita è un evento incredibile, ma quella dell’essere umano è qualcosa di sconvolgente, di assurdo, geniale e stupefacente. Veniamo al mondo nudi, incapaci di vedere, di camminare, di mangiare autonomamente, ma quel che più è grande è la nostra assoluta mancanza di difese. Siamo fragili e sensibili come null’altro al mondo, e proprio in questo fatto si racchiude la nostra illimitata forza, il nostro infinito potenziale: che meraviglioso paradosso, che illogica manifestazione! Cresciamo nove mesi nella più assoluta protezione e dipendenza, per poi, in pochi istanti, entrare in un mondo totalmente sconosciuto, imprevedibile e tremendamente complesso. Ma noi non sappiamo nulla di tutto ciò, non sappiamo chi sono i nostri genitori, quale sarà la nostra casa, il nostro futuro, il nostro destino. Quando nasciamo non abbiamo nemmeno la minima consapevolezza di cosa significhino parole come: famiglia, destino, futuro, casa, solitudine, dolore, morte.

Vi immaginate se un bambino nascesse con tutto il bagaglio culturale ed esperienziale che avete accumulato sino ad ora? Vi immaginate cosa vorrebbe dire dover nascere nudi, ciechi e totalmente dipendenti da due adulti, o chissà chi, che nemmeno conoscete, con tutto il sapere che oggi ci portiamo appresso nella nostra memoria, con tutte le nostre paure, le nostre ferite e i nostri pregiudizi? Quanti di noi avrebbero il coraggio di venire al mondo? Oggi abbiamo paura del futuro, abbiamo paura del passato, abbiamo paura della morte, ci difendiamo dietro pregiudizi, ricchezze, potere, sapere, forza fisica, astuzia, ma quando siamo venuti al mondo non avevamo nulla e non eravamo nulla, e solo grazie a questo miracolo abbiamo potuto lasciarci andare a quell’avventura che ora chiamiamo vita.

Quando moriremo saremo nuovamente nudi, perché tutti i nostri possessi non varranno più nulla, saremo nuovamente dipendenti, perché le nostre forze non saranno più sufficienti ad autogestirci, saremo nuovamente ciechi, perché i nostri occhi si chiuderanno su questo mondo, ma quanti di noi moriranno consapevoli di non essere nessuno e di non poter possedere nulla?

La forza del bambino sta nella sua assoluta ignoranza, la forza del saggio sta nella capacità di riappropriarsi dell’ignoranza del bambino pienamente consapevole!

L’innocenza del bambino, poiché inconsapevole, è contingente, l’innocenza del saggio, poiché consapevole, è immortale.

Pier

 

Prima di tutto Maestri di noi stessi

Chi diviene maestro di se stesso dà inevitabilmente vita a delle relazioni significative e trasformatrici, qualunque sia lo stato interiore delle persone con cui entra in contatto e qualunque siano i presupposti che determinano gli incontri. Essere maestri di se stessi non c'entra nulla con avere una laurea in psicologia, filosofia, pedagogia, o con l’aver seguito corsi di meditazione e letto libri di spiritualità. Queste sono tutte cose che possono aiutare o ostacolare la realizzazione di noi stessi, poiché tutto dipende sempre e unicamente da quanto noi vogliamo veramente crescere e scoprire l’esistenza. V’è chi dalla lettura dei Vangeli ha dato vita alle inquisizioni e chi ha servito e aiutato gli ultimi e gli indifesi. V’è chi dall’esperienza dei lager nazisti ha accresciuto la sua riflessione e la sua compassione, ma anche chi è uscito corrotto dall’odio e dalla violenza subiti.

L’estrapolazione di un significato da un’esperienza spetta sempre e solo a noi, alla nostra coscienza individuale. L’unica cosa che può renderci liberi e forti è raccogliere il coraggio necessario a mettere in gioco qualunque aspetto della nostra vita, al fine di vagliarne la realtà, la verità e l’effettiva bontà. Chi trasforma la propria anima nella fucina del suo illimitato sperimentare e creare, con il tempo forgia inevitabilmente un cuore e una mente limpidi e imperturbabili, e solo da siffatti presupposti si può sperare di generare delle relazioni profonde ed edificanti, prima di tutto con noi stessi, poi con gli altri e con la natura nella sua totalità.

 

Libri

Contengono alcune fra le risposte più significative del blog su amore, meditazione, realizzazione di sé, libertà dai condizionamenti.

Canzoni

Ascolta le nostre canzoni: un viaggio nel mondo delle emozioni e del pensiero umano alla ricerca del significato ultimo delle cose.

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