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Ciò che è fuori è solo un riflesso di quel che è dentro

AlbaniaG. ha scritto: Ogni volta che rientro nel mio paese d'origine mi sento fortemente sedotto, pervaso da una sensazione profonda di rispetto e d’appartenenza. È come se qualcosa, in profondità, legato alla mia infanzia vissuta in quei luoghi, si risvegliasse, tornasse a pulsare, rinascesse. Lo stato meditativo mi accade più naturalmente, percependo semplicemente gli odori, l'atmosfera che permea quella realtà. Il cercare lì non mi serve, basta che rimanga spogliato da tutto e mi ritrovo. L'Albania è il paese delle aquile, è una terra ben diversa dall'Italia, di civiltà non ce n’è molta, ed è questa la bellezza: più selvaggità, imprevedibilità. Tutto in questo paese è precario, la gente ha ancora negli occhi qualcosa di viscerale, che, se centrato nella consapevolezza, permette di scorgere il mondo senza bisogno di migrare altrove. È strano, quando mi trovavo lì, tempo fa, feci di tutto per andare alla ricerca della mia posizione nella società migrando. Adesso invece, tornando, scopro uno sguardo denudato da tutto. È un misto che mi turba, piacere e attenzione estrema. La gente è abbastanza intransigente lì, legata ai bisogni primordiali, ma ciò mi rende più vivo. Infine, la gioia è di casa, vado a rincontrare un caro amico, lasciato in quei luoghi tempo addietro: la mia Essenza!

A presto,
G.

Pier ha risposto: V’è molta bellezza e profondità in questa tua lettera. Si sente che nasce dal cuore e che non ha nulla a che fare con il pensiero. In risposta, vorrei solo sottolineare alcune cose che forse possono aiutarci a comprendere meglio come si muove il nostro pensiero. Sono certo che ora, tornando al tuo paese, tu percepisca una visceralità e una naturalezza che paesi più industrializzati e ricchi come l’Italia non possono più offrire – anche se ciò non vale per l'intero territorio nazionale – , ma questa percezione la puoi avere proprio e unicamente perché hai fatto esperienza della diversità, della scintilla che si genera quando si vive il contrasto fra due dimensioni differenti. Chi è sempre vissuto in un'unica dimensione non può comprendere le bellezze che quella dimensione nasconde, come un pesce non può capire l’importanza dell’acqua sino a quando non cade in una rete e viene gettato sotto il sole cocente sulla spiaggia. Conosco il giorno solo perché v’è la notte, conosco la gioia solo perché v’è il dolore, conosco la vita solo perché v’è la morte. La realtà che percepisce la nostra coscienza è costituita dall'alternanza perpetua di fenomeni contrari. In questa realtà, la nostra mente, con il suo desiderare, oscilla continuamente come un pendolo da un opposto all’altro. Questo movimento può risultare piacevole per un certo periodo, ma alla lunga, se non penetrato nella sua unitaria essenza, ci fa divenire insensibili. Quel che tu riporti, metaforicamente, rievoca l’apparente opposizione che sussiste fra conscio e inconscio, fra introverso ed estroverso, fra antico e nuovo, istintuale e razionale, ma questa distinzione è sempre frutto di una percezione soggettiva data dal movimento dei sensi lungo quell’infinita scala di tonalità che compone l’arcobaleno delle nostre possibili percezioni.

Ad un italiano vivere per un periodo in una qualche metropoli americana creerebbe lo stesso effetto che tu hai vissuto esperendo il contrasto fra Italia e Albania. Questo vale anche per un abitante di un piccolo paese della Sardegna che si trasferisce a Verona per poi tornare nel suo paesino. Tutto dipende dalle condizioni in cui ci siamo abituati a vivere.

Resta comunque il fatto che l’effettivo rapporto di paragone fra le nostre differenti forme di società si gioca sempre all’interno di uno schema di maggiore o minore complessità. Questo non significa che una cultura più complessa sia anche una cultura più sana, anzi. I paesi più industrializzati e progrediti tecnologicamente detengono sicuramente una maggiore conoscenza scientifica, questo, però, negli ultimi decenni ha paradossalmente causato un progressivo deterioramento della dimensione etica e spirituale della società. Sembra che maggiori possibilità economiche e tecnologiche abbiano scatenato i lati più infantili ed egocentrici degli esseri umani. I paesi più arretrati a livello economico e industriale trattengono invece un maggiore legame con i ritmi della natura e con gli elementi più essenziali e semplici della vita umana. Questa dimensione ha sicuramente un suo fascino per chi viene da realtà più complesse. Certamente l’esperienza del contrasto fra complessità e semplicità, bisogni primari e bisogni secondari, se non inutili, può aiutarci a trovare un equilibrio maggiore, ma unicamente se riusciamo a fare una sintesi, evitando, come fanno molti, di saltare continuamente da una dimensione all’altra come canarini in gabbia che per noia passano da un trespolo all'altro.

Spesso, purtroppo, quando siamo stanchi della complessità e della follia delle nostre società ci immergiamo per un po' di tempo in realtà più semplici e "primitive", poi, però, ci stanchiamo anche di questo, tornando al nostro ambiente usuale senza averne ricavato nulla. Se ci muoviamo in questo modo non approdiamo a nulla, giriamo solo in cerchio, poiché il cambiamento che otteniamo è unicamente dato da una modificazione temporanea delle condizioni esterne, ambientali.

Ritengo che il vero cambiamento possa avvenire solo quando scoviamo “l’Albania che vive dentro di noi”, riuscendo poi ad armonizzare questo ritrovamento con la complessità che la modernità ci offre. Infatti è nella sintesi fra interno ed esterno, fra semplice e complesso, fra razionale e istintuale, che possiamo raggiungere un nuovo, vero equilibrio capace di rispondere ai problemi del nostro tempo. Trovare lo stato atavico e naturale del nostro essere richiede un processo di ricerca consapevole. Immergersi in un ambiente che rievoca quello stato può divenire unicamente una fuga dalla fatica che comporta la ricerca di un reale e duraturo equilibrio interiore. I paesi e le culture più legate ai ritmi della terra e alle dinamiche ancestrali sono sicuramente permeati da un intenso profumo di mistero e magia, ma non possiamo negare la violenza, l'ignoranza e la bestialità che ancora conservano. La loro innocenza è simile all’innocenza del bambino: meravigliosa quanto inconsapevole. Il bambino quando ha fame piange, quando è arrabbiato grida e dà pugni, quando ha sonno dorme. Il suo essere e agire sono avvolti da un'innocente ignoranza. L’innocenza del saggio, diversamente, non nasce da uno stato di inconsapevolezza del bene e del male, ma da uno stato di superamento conscio di tutte quelle dinamiche che determinano un agire gruppale, di branco, bestiale, ancora legato a logiche di sopravvivenza o di follia egocentrica come quelle che contraddistinguono l'occidente. Infatti, l'occidente, quella fetta di mondo che si considera più evoluta di ogni altra civiltà passata e contemporanea, dovrebbe fermarsi per guardarsi un pochino allo specchio, da tutti i punti di vista: tecnologicamente, spiritualmente e culturalmente. L'occidente si ritiene l'apogeo dell'evoluzione umana, ritiene di aver raggiunto la massima espressione etica e spirituale. Gli Stati Uniti, baluardo dell'occidente, hanno il più alto numero di morti per arma da fuoco fra tutti i paesi del mondo. Oltre ad avere ancora la pena di morte, sono anche tra i primi paesi al mondo per numero di giustiziati, e sono sempre ai vertici anche per produzione di armi e inquinamento globale. Insomma, sembra che la bestialità e la violenza che spesso imputiamo a paesi più semplici e "arretratiti", nel nostro occidente si sia solo trovata delle giustificazioni più complesse e astute. Basti pensare all'olocausto, una fra le barbarie più immani della storia umana, perpetrata proprio dalla nazione più progredita culturalmente e tecnologicamente del secolo scorso.

Il bambino quando fa i capricci può dare calci, ma pare che l'adulto, proprio colui che si pensa misura e traguardo di ogni cosa, per le sue somme idee sia capace di organizzare cose inimmaginabili: torture, stermini di massa, armi nucleari, centrali atomiche, guerre preventive, sedie elettriche, pulizie etniche...

Da quanto detto credo che non possa essere un ritorno ai ritmi primevi dell’esistenza, ad una cultura contadina, quel che potrà determinare una svolta nella nostra coscienza, ne, tanto meno, la continuazione e la diffusione della cultura che contraddistingue quelle società che oggi definiamo moderne e avanzate. Dal mio punto di vista, solo una grande sintesi fra scienza, coscienza e natura potrà evitare l'aumento dell'immensa marea di dolore che sta affogando la nostra umanità. La mente è cresciuta troppo a discapito del cuore. L'Io e divenuto più importante di ogni noi, e le grandi domande sull'uomo sono state soffocate da vuoti tecnicismi.

A presto,
Pier

 

Come migliorarsi e vivere la vita con pienezza

GattoGiuliana ha scritto: Ciao sono Giuliana, proprio in questo periodo mi sto facendo molte domande, sulla vita, su me stessa, e trovo interessante il tuo pensiero. Vorrei vivere la vita con pienezza, senza rifiutare le responsabilità, cercando di fare di più per me e gli altri. Come fare per migliorarsi? Grazie per l'attenzione che potrai dedicarmi.

Giuliana

Pier ha risposto: Cara Giuliana, vivere la vita pienamente, nella mia visione delle cose, non centra nulla con l’idea di migliorarsi o di fare di più. Il “pieno” della vita è un qualcosa che possiamo scoprire, ma non raggiungere attraverso un'azione di modificazione volontaria di noi stessi verso un immaginario "in più". La dimensione della pienezza e della serenità è già in noi, di guisa il sentiero che dobbiamo percorrere è quello del “meno”. Siamo pieni di cose che ci appesantiscono il cuore e la mente, cose che ci impediscono di vedere e sentire quello spazio di libertà e pienezza che è già in noi, e che pertanto non può essere raggiunto attraverso la modificazione di un qualcosa che non è ancora ciò che dovrebbe essere. Ciò che non è come dovrebbe essere rimarrà sempre incompleto e deludente. Ciò che è quel che è deve solo essere lasciato affiorare. Non dobbiamo migliorare nulla, ne fare di più! Migliorarsi significa non accettare quello che si è ora, desiderare qualcosa di diverso, ma cos’è qual qualcosa di diverso che vorresti diventare? È solo il sogno di una mente insoddisfatta di ciò che vive nel presene. Perché non sei soddisfatta di quel che sei ora? Questa è la vera domanda! Ciò che ti circonda può sempre essere modificato entro certi limiti, ma ciò che si nasconde in te, la tua vera essenza, è già ciò che dovrebbe essere, ma è offuscata da pensieri di incompletezza e insoddisfazione.

Il problema è che tu non sei mai entrata in te stessa per scoprire quale sia la reale natura della Coscienza che ci “abita”. Il problema è che per una vita intera ci hanno insegnato che dobbiamo migliorarci, che così come siamo non andiamo bene, che dobbiamo sempre cercare di essere di più, fare di più, lavorare di più, capire di più. Io dico che così come siamo, siamo perfetti e che nulla in noi deve migliorarsi o divenire qualcosa. Ogni nostra idea di divenire nasce sempre da vecchi modelli che abbiamo su noi stessi e sul mondo. Le vecchie idee nascono da esperienze passata che ci hanno lasciato l’amaro in bocca o dato una qualche forma di soddisfazione. Pescando dal cesto del passato la nostra mente proietta immagini nel futuro. Tutto ciò che nel passato ci ha dato una qualche forma di appagamento, cerchiamo di riviverlo nel domani, mentre ciò che ci ha delusi cerchiamo di evitarlo. Questo tipo di comportamento nei confronti della vita è condizionato, meccanico, sempre uguale, pertanto destinato a deluderci sempre più lasciandoci nella noia e nella paura.

Cara Giuliana, la vedi la ripetitività e la limitatezza di questo modo di agire? Noi non potremo mai ripetere le esperienze passate, per il semplice motivo che l’esistenza non è mai uguale, non si ripete mai, ci continua a offrire dimensioni diverse e imprevedibili. È la nostra mente che trattiene gli eventi passati e li riproietta sul presente o sul futuro. Questo atteggiamento impedisce alla nostra coscienza di vedere “la luce sempre” nuova che illumina il presente. È come se anni fa tu avessi visto il sole, e da quel momento non avessi più riaperto gli occhi, ma fossi andata in giro per il mondo rievocando nella memoria l’immagine della luce e delle forme presenti quel giorno. Così vive la maggior parte della gente: continuano a camminare ad occhi chiusi, ricordando una luce vista molti anni prima, quando erano bambini e ancora sapevano guardare, dimentichi del fatto che il fresco sole primaverile nascosto nelle loro anime, non ha mai smesso di diffondere il suo calore e la sua magnificenza!

Tu non puoi migliorare la tua vita o fare di più per qualcuno. L’unica cosa che possiamo fare è iniziare a vivere veramente, liberando il presente dal “mantello” pesante del passato. Allora non chiederai più come “fare di più”, ma sentirai di “Essere” così libera e serena da dover sempre e comunque condividere questa tua condizione con chi ti circonda, ma tutto ciò non sarà un fare, ma un semplice e naturale modo di esprimersi della tua Coscienza. Noi dobbiamo ritornare ad “Essere” e smettere di voler divenire sempre qualcosa o qualcuno. Oltretutto, l’unico modo attraverso cui possiamo aiutare gli altri è proprio ritornando a noi stessi. Quando iniziamo ad essere in pace interiormente, ogni nostro gesto e ogni nostra parola sono una trasmissione di quiete e serenità, oltre ad essere un potente invito a fare altrettanto.

Ho sempre cercato di evitare tutti coloro che erano disposti a darmi una mano per migliorarmi, forse perché ho sempre sentito che gran parte del mio vivere male nasceva proprio dall'idea che mi era stata inculcata di dover divenire migliore. Noi abbiamo già tutto quel che ci serve per essere individui pienamente felici e realizzati. Comprenderlo è solo una questione di consapevolezza, di osservazione attenta e passiva del reale stato delle cose, dentro e fuori di noi. È una "divenire sempre meno", perdere sempre più tutte quelle idee e spinte che continuamente ci allontanano da ciò che già “è”.

Cara Giuliana, tu sei perfetta così come sei, è solo un problema di occhi chiusi o aperti! Non puoi dire a una donna che cammina ad occhi chiusi di migliorarsi, ma puoi dirle: “Hei, svegliati! Apri gli occhi e guarda!”

Un abbraccio,
Pier

 

L'uomo: un essere divinamente sessuato

Qualcuno ha scritto: Succede a volte di consumare il vino pur sapendo che probabilmente è pieno di conservanti e coloranti, le caramelle e cose del genere quali in comune hanno la non genuinità. Allo stesso modo succede spesso, tramite immagini pornografiche, che mi masturbi, scaricando così la tensione che il vecchio ego accumula. Noto che durante tutto ciò sento il piacere effimero che ricavo pur rimanendo conscio durante il processo… senza smarrirmi nel processo. È questa una via reale verso la salute, mi domando? Qual è il tuo punto di vista?!

Pier ha risposto: Come ogni cosa, è sempre una questione di equilibrio e consapevolezza. La sessualità è parte di questa esistenza, come la pioggia, le stelle, il cielo e i nostri sorrisi, e non è nulla da condannare o reprimere, ma nemmeno qualcosa da osannare o in cui indulgere. V’è da dire, infatti, che quando piove per giorni il nostro umore non è mai dei migliori, allo stesso modo, quando il sesso, come qualunque altra cosa, inizia a occupare spazi sempre più ampi della nostra vita, il nostro equilibro interiore si deteriora. Ora, la soluzione del problema non sta nel cercare di bloccare gli impulsi, ma nel cercare di capire perché questi prendano il dominio di aree del nostro mondo interiore, che dovrebbero essere sotto il controllo di ben altre forze. Il sesso, quando vive in armonia con i sentimenti e i pensieri, trova la sua giusta collocazione e realizzazione.

L’atto sessuale ha un immenso potere liberatorio, trasformativo e rigenerante solo quando è sorretto da uno stato d'armonia delle tre dimensioni che compongono l’essere umano: il corpo, la mente e la Coscienza. Quando invece il desiderio sessuale diviene una sorta di droga utile all’assopimento delle tensioni e delle sofferenze che provengono da una delle tre dimensioni che ci costituiscono, l’atto erotico muta in un gretto mezzo di fuga e di dimenticanza di sé.

Fuggire da sé aumenta poi progressivamente la paura di ritornare a sé, e più la paura aumenta, più è facile cadere in un circolo vizioso nel quale la sessualità diviene il fulcro di ogni nostra attività. Un individuo equilibrato e sereno agisce pertanto come uno specchio. Sino a quando qualcosa si riflette sulla sua superficie, lo specchio lo riflette, quando però l’oggetto svanisce, anche l’immagine riflessa scompare. Allo stesso modo, quando vediamo una persona che ci attrae, la nostra consapevolezza riflette questa eccitazione e noi vi reagiamo di conseguenza attivando tutti i consueti giochi d’amore, ma quando la persona non è più con noi, il gioco si interrompe. Questo sarebbe un vivere pienamente e liberamente i nostri rapporti d’amore, ma le cose per molti non vanno in questa direzione. La nostra mente, con i suoi numerosi pensieri, è sempre colma di sollecitazioni sessuali. La nostra coscienza smette così di riflettere la realtà, divenendo una sorta di lastra fotografica dove tutto si imprime e non svanisce più. Questo accade per diversi motivi. Uno risiede sicuramente nella patetica e ipocrita cultura in cui siamo immersi.

La nostra società ci impone sin da piccoli la repressione sessuale, ma contemporaneamente ci bombarda di sollecitazioni visive erotiche e pornografiche, ecco allora che l’energia sessuale non fluisce più nei suoi naturali canali e con il suo giusto equilibrio, ma si sposta totalmente nella sfera del pensiero e dell’immaginazione. È per questo che la pornografia dilaga e l’amore vero e autentico sta progressivamente sparendo. Le persone non fanno più del sano e naturale sesso, non si amano più totalmente, perché vivono confuse da un mondo fatto di immagini patinate, pixel e cartelloni pubblicitari. Da un lato v’è una morale sociale e religiosa repressiva, giudicante e colpevolizzante, dall’altro lato v’è un mondo fatto di pubblicità, marketing e business che sussiste proprio grazie allo sfruttamento della nostra mente ipocrita e repressa. Chi perderebbe il proprio tempo e i propri soldi in locali per lo strip, siti porno o altro se le nostre relazioni fossero fatte di amicizie profonde, amorevolezza, voglia di sperimentarsi con sensibilità e dolcezza in ogni dimensione che l’essere umano manifesta in sé? Chi baratterebbe un amore vero, in carne e ossa, per qualche misero secondo di piacere di fronte a un giornale o nella solitudine del proprio bagno? Un secondo motivo per cui la nostra energia sessuale non scorre più come e dove dovrebbe, è la totale dimenticanza, in cui siamo caduti, del nostro Essere.

La maggior parte delle persone nemmeno immagina la possibilità dell’esistenza di una dimensione più profonda e reale di quella in cui vive. Per noi tutto quel che esiste, cresce e muore unicamente con noi, quindi, macchine, case di lusso, ristoranti, potere economico e politico sono divenuti gli unici parametri su cui basare il valore e il senso delle nostre esistenze. Ma questi parametri ci impongono una continua lotta e una continua tensione emotiva e mentale che progressivamente non sappiamo più sciogliere e risolvere, ecco allora che lo sfogo sessuale diviene un mezzo capace di farci cadere per qualche istante in uno stato di abbandono e di rilassamento. È per questo che sempre più vecchietti cercano pozioni magiche per poter far funzionare oltre il suo tempo massimo quell'apparato che la natura aveva tarato su altri ritmi, significati e bisogni. Se l’uomo vivesse liberamente e naturalmente la propria sessualità, privo di folli sensi di colpa, vergogne, giudizi e spinte alla repressione, tutto seguirebbe l’armonioso e saggio corso che l’esistenza ha disegnato in millenni di evoluzione.

Caro G. spostati più verso la dimensione del corpo, del sentire, del concreto vedere e toccare. Coinvolgi tutte le dimensioni che la vita ci ha donato, fondi insieme e porta ad unità la tua mente, la tua anima e il tuo corpo, perché solo da questa alchimia possiamo sperimentare e attraversare quell’amore umano che è, peraltro, l’unica porta capace di condurci alla sconfinata dimensione dell’Essere. Osserva, attento e passivo i giochi della tua mente, ma non bloccarti e reprimerti mai quando senti che l’energia che scorre in te nasce da un movimento armonico di tutta la tua anima. Se siamo totali, tutto quel che facciamo è sano e liberatorio, se siamo parziali e remissivi, tutto si tramuta in un atto suicida contro natura. Effimero è unicamente il desiderio sessuale che nasce dal continuo stuzzicarsi del pensiero, effimero è il continuo giudizio e la continua condanna che la mente impone a se stessa, per poi dover sempre infrangere e trasgredire i sui stessi dettami, e ancora tornare a pentirsi e punirsi e infrangere e condannarsi e indulgere... Com'è banale il nostro pensiero morale, che falsa la nostra pretesa d’avere un corpo che deve stare sotto il giogo di una pulce pensante.

Ascolta, medita, osserva in modo attento e passivo, salta, ridi, divora le paure, consuma e scarica le tensioni dell’ego, sino a quando potrai sentire chiaramente come fra una preghiera e un abbraccio di corpi nudi scorra sempre e unicamente lo stesso sacro splendore.

L'uomo è un essere divinamente sessuato!

 

In attesa del tuo primo concerto

strumentoPaola ha scritto: Ciao Pier, sono entrata nel tuo blog per caso ed anch'io come tanti altri sono rimasta colpita dalle tue parole che danno una marcia in più per vivere. Ti scrivo perché da moltissimi anni vivo una situazione molto difficile. Ero una persona a cui la vita aveva dato tutto, ma improvvisamente ogni cosa mi è stata sottratta. Come è potuta accadere una cosa del genere? Sposata con un imprenditore, due figli, una famiglia invidiata da tutti e in particolare dalle famiglie di provenienza. E poi la catastrofe, l'indigenza più totale e per di più la fuga di tutte le persone care che facevano finta di non vedere quanto accadeva. Mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato tutto daccapo facendo i più disparati lavori con i miei figli a carico. Spesso con quel che guadagnavo non riuscivo nemmeno a fare la spesa. Infine è anche arrivata la separazione da mio marito. Insomma, il disastro più totale, mentre gli altri stavano a guardare: i miei genitori, i miei fratelli, gli amici.

La situazione oggi è ancora la stessa, mi sento sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capire molte cose e provare a dare un sostegno, la mia famiglia d'origine soprattutto. I miei genitori sono morti da poco ed ora devo combattere con i miei due fratelli per avere quello che mi spetta di diritto e che loro, in maniera amorale, non vogliono darmi. Ho una causa per la divisione dei beni dalla quale spero tanto che la ragione abbia il sopravvento sulla disonestà e possa vivere per quello che mi resta in maniera tranquilla. Mi sento molto sola e stanca, cerco di leggere, di tenermi aggiornata (sono laureata in Pedagogia e Lettere moderne) per dare ancora un senso alla mia vita, anche se mi chiedo quale visto che non sono riuscita a trovare un lavoro decente e dare delle risposte decenti ai miei figli in merito a quel che è successo. La fede mi ha sostenuta in tutti questi anni, ma ora comincio a vacillare. Spero che una tua condivisione mi possa aiutare a vedere in modo differente ciò che per ora mi appare solo come un totale disastro, che mi possa dare la speranza per andare avanti. Grazie!

Pier ha risposto: Cara Paola, del difficile momento che stai attraversando puoi farne due cose: trasformarlo nella svolta della tua esistenza o lasciare che divenga una pietra pesante sotto cui farti schiacciare. A te la scelta, perché una scelta v’è sempre! Confido che in te ci sia un sincero e totale desiderio di rottura con il passato altrimenti non si andrà molto lontano.

Mi chiedi: “Ero una persona a cui la vita aveva dato tutto, ma improvvisamente ogni cosa mi è stata sottratta. Come è potuta accadere una cosa del genere?” La vita non dà e non toglie mai nulla, siamo noi uomini ad aggiungere cose al valore intrinseco che hanno le nostre esistenze, spesso scordando che quel qualcosa ci può esser tolto in qualsiasi momento, mettendo così le basi per una sicura futura sofferenza. La vera vita è come l’aria per i nostri polmoni: una cosa sempre presente, silenziosa quanto essenziale. Questa “aria” è fatta dell’esser paghi di quel che si è e si fa giorno dopo giorno. La vera vita è fatta di “essere”, come prima cosa, e di “fare” come seconda, ma mai dall’avere. L’avere viene e va, e non dovremmo mai preoccuparcene troppo, altrimenti cadiamo nella dipendenza delle cose divenendo “cose” noi stessi.

Paola, cos’era quel “tutto” che credevi la vita ti avesse donato? Un ricco uomo, del denaro, una posizione sociale, una grande casa? Erano queste le cose di cui era composto quel “tutto” di cui parli? Probabilmente in questo “tutto” hai dimenticato completamente quell’unica cosa che non ti potrà mai abbandonare e tradire: il tuo Essere, quell’essenza “fatta” di libertà e amore. Il tuo Essere è pura aria per la tua mente e il tuo cuore, e quest’aria non potrai mai perderla. È però vero che a molti accade di perdersi fra i miraggi delle cose del mondo, trasformando la mente ed il cuore in deserti.

Abbiamo sradicato gli alberi della vera amicizia, prosciugato i fiumi dell’amore incondizionato, abbattuto gli elefanti della solidarietà per vendere “avorio”, abbiamo ucciso i leoni che correvano nel nostro cuore spaventati dai ruggiti dei sentimenti più profondi, abbiamo ucciso e imbalsamato le giocose e ridenti scimmiette che saltavano fra gli alberi della nostra fantasia perché la loro ilarità ci sembrava cosa troppo infantile. Ed ora, vagabondando in questo desolante deserto, veniamo colti da allucinazioni, vittime delle nostre stesse proiezioni.

Smetti di rimpiangere quel che avevi e lascia che inizi ad affiorare quel che sei sempre stata, ma che non hai mai saputo o potuto vedere. La luce del nostro Essere può manifestarsi solo quando iniziamo a liberarci dal superfluo. Tu non lo hai fatto consapevolmente, non lo desideravi, ti è accaduto, ti è stato imposto. Bene, cogli l’occasione, cerca di comprendere che da questo male, se saprai guardare in una nuova direzione, potrà derivarti un grande bene. Ora sei libera da molte cose inutili e fasulle. Se il tuo matrimonio è finito, vorrà dire che qualcosa non andava. Se eri circondata da persone che, piuttosto d’esser felici per la tua vita “realizzata”, erano invidiose della tua condizione, bene, ora che non hai più nulla ti sei anche liberata dai falsi sorrisi, dalle frasi di rito e dalle amicizie opportuniste.

Infine mi chiedi di darti la speranza per poter andare avanti, ma non ho alcuna intenzione di darti altre vane speranze, l’unica cosa che vorrei è riuscire ad indirizzarti verso quel luogo, che esiste in te come in ogni altro individuo, dove ogni cosa prende il suo giusto valore poiché tu torni ad Essere. Le speranze non ci servono a nulla: è la realtà che ci trasforma!

Non voglio che tu viva sperando di riuscire ad uscire da questa situazione, vorrei che tu vedessi e sentissi con tutta te stessa la leggerezza e la bellezza che possono affiorare quando riusciamo a svuotare le nostre menti e i nostri cuori da ogni inutile peso. Se entri in contatto con questa dimensione interiore non chiederai più alcuna speranza, alcuna consolazione, ma passerai immediatamente all’azione, ad un fare nuovo e creativo radicato nell’Essere. Ma come puoi ora, così sfiduciata e arrabbiata con chi non ha voluto aiutarti, saltare fuori dalle sabbie mobili in cui ti trovi? La prima cosa che puoi fare è smettere di rimescolare il calderone del tuo passato. Ti senti fallita perché avevi una certa idea di come la tua vita sarebbe dovuta andare. Abbandona ogni idea e segui le anse e le profondità che il fiume della tua esistenza sta disegnando. Se noi non serbiamo alcuna idea rigida su come dovrebbero essere le cose, ma riversiamo tutte le nostre energie, con fiducia e coraggio, nel momento presente, in un domani molto vicino rimarremo stupiti dalle sorprese che la vita ci porterà.

Mi chiedo poi come tu possa pensare d’essere inutile? Inutile può divenirlo unicamente un oggetto. Sono gli oggetti che nascono per uno scopo e divengono inutili una volta assolto il loro compito, ma tu non sei un oggetto e non sei nata per uno scopo che possa esaurirsi nel tempo. Pensa poi ai tuoi figli: come puoi deluderli? I figli dai propri genitori desiderano amore e serenità. Ma se dovessero già esser caduti nelle logiche del denaro e del divenire, invertite la vostra rotta fin che siete in tempo, dona loro la ricchezza dei valori essenziali che questo duro periodo ti può offrire.

Spiega loro come non sia il denaro e il plauso della gente a poter dare la forza e la serenità d’animo, ma come solo un cuore e una mente limpidi e liberi da ogni cosa superflua possano attraversare le tempeste della vita.

Un abbraccio,

Pier

 

Sull'educazione, la maturità e l'innocenza del bambino

Osservando la crescita di un individuo, dall’infanzia sino alla cosiddetta maturità, possiamo notare, nella quasi totalità dei casi, come durante questo tempo accada qualcosa, una sorta di mutazione anomala del modo di pensare e di reagire agli eventi della vita… L’innocenza si tramuta in astuzia, la serenità in preoccupazione, il gioco in serietà, la scoperta del nuovo in paura dell’ignoto, e molto altro ancora. Una così radicale metamorfosi non può esimerci dal bisogno di tentare di capirne le cause e i molteplici risvolti. Dal mio punto di vista la frattura che separa l'adulto dal bambino non è il prodotto di un progressivo aumento della complessità e, spesso, drammaticità dei fenomeni sociali, né tanto meno il risultato dell’accumularsi dell’esperienza. Ciò che determina la “morte” del bambino e consente la nascita di ciò che chiamiamo erroneamente “individuo adulto”, è il lavaggio del cervello a cui quotidianamente sottoponiamo le nuove generazioni, e a cui noi stessi siamo stati sottoposti...

 

Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva

Federico ha chiesto: Caro Pier, hai spesso detto che non esiste una tecnica o un metodo per conoscere se stessi e divenire uomini liberi ma un “giusto atteggiamento alla vita”. Potresti chiarire meglio?

Pier ha risposto: Esatto! Dal mio punto di vista non v’è una tecnica, ma unicamente un “giusto atteggiamento” nei confronti dell’esistenza: uno stato mentale che ci permette di penetrare nella dimensione più intima e profonda dell’esistenza, attraverso una disposizione di totale apertura del “sentire”. Infatti, quando desideriamo comprendere veramente qualcosa, la nostra mente diviene silenziosa, i nostri pensieri si acquietano e, in questo modo, la realtà delle cose lentamente inizia a manifestarsi.

Quando ci diviene chiaro che ogni forma di preconcetto, di desiderio selettivo, di bisogno d'essere rassicurati o compiaciuti, opera come una lente che distorce e confonde la nostra percezione della vita, la nostra coscienza entra spontaneamente in uno stato che potremmo definire d’osservazione “attenta e passiva”. Non sei il primo a chiedere chiarimenti su questo punto. Cercherò quindi di approfondire nel miglior modo possibile questo aspetto.

La ricerca esistenziale nasce dall’esigenza di comprendere e rispondere pienamente ai due principali fenomeni che costituiscono l’umana esistenza.

Il primo fenomeno è la “sofferenza”. Sofferenza interiore, mentale, emotiva, esistenziale...

Il secondo fenomeno è il desiderio. Desiderio di ricercare e scoprire uno stato interiore solitamente detto felicità, appagamento, serenità, pace, realizzazione, piacere…

Le domande che più frequentemente nascono spontanee dall’inconfutabile veridicità di questi due assunti base sono:

Esiste la felicità, la pace, la realizzazione o quant’altro? Cosa sono e come nascono la sofferenza e il dolore?

Sofferenza e dolore possono essere eliminati, superati, evasi, o sono parte costitutiva dell’esistenza umana?

1. Premessa

Un antico detto popolare afferma: "Se a un uomo sì dà un pesce lo si nutre per una notte, ma se gli si insegna a pescare lo si avrà sfamato per il resto della vita". Nel peculiare mondo della “coscienza umana” potrebbe valere il detto: “Se ad un uomo parli d’amore e libertà lo avrai sfamato per il tempo delle tue parole, ma se lo aiuterai a scoprire l’amore e la libertà che vivono in lui l’avrai saziato per l’eternità”. 

Per affrontare liberamente e serenamente il viaggio della vita, ciò che veramente conta è occuparsi del problema riguardante il “conoscere”. Com'è possibile conoscere veramente se stessi, penetrando e dissolvendo cose come il dolore, la sofferenza, la paura, l’odio, la rabbia, la morte. Come è possibile scoprire veramente se esiste in noi qualcosa come la pace e la serenità, evitando di operare attraverso autosuggestioni? Quando comprendiamo veramente qualcosa? Quando possiamo affermare che quanto stiamo sperimentando sia effettivamente realtà e non suggestione e condizionamento? Quando tentiamo di comprendere qualcosa, il problema inerente l’attività conoscitiva dell’individuo è basilare. Per comprendere veramente qualcosa, come ci si deve atteggiare, avvicinare, predisporre nei confronti di ciò che si sta per osservare?

Se giungiamo a comprendere pienamente e definitivamente attraverso quali modi e forme la nostra coscienza è in grado di penetrare ed esperire liberamente l'esistenza, avremo trovato la chiave capace di aprire ogni porta che incontreremo lungo il nostro cammino. Solitamente, però, noi uomini siamo più interessati alle risposte anziché cercare di sviscerare i segreti che si celano nelle domande. Quando abbiamo un problema o attraversiamo un momento di confusione, il più delle volte, desideriamo qualcuno che sia in grado di darci delle soluzioni immediate, qualcuno che abbia ricercato, faticato e compreso al posto nostro. È per questo che, nella migliore delle ipotesi, ci rivolgiamo a degli “esperti”.

Perché quel che ci preme di più è il cercare di evitare la fatica e il dolore che comporterebbe l’incedere con le proprie forze e la propria intelligenza. Questo atteggiamento, dal mio punto di vista, è frutto di “un’educazione” basta sulla dipendenza e la sfiducia nelle capacità e nelle risorse dell'individuo.

Abituarsi a dipendere dalle parole e dalle esperienze altrui, con il tempo, ci rende profondamente insicuri, timorosi di commettere errori e di guisa ottusi nel pensiero e privi di coraggio. Ottusità di pensiero, sfiducia, paura, insicurezza e dipendenza, sono l’humus su cui cresce ogni forma di sofferenza e violenza. Ma cosa caratterizza il dolore più di ogni altra cosa? A mio avviso, la perdita, da parte del soggetto, della sua capacità d’autodeterminarsi, di affrontare e risolvere le sfide della vita autonomamente, e, in ultima, la perdita della capacità di realizzare una vita interiore piena. Il nostro sistema "educativo" induce alla dipendenza, la dipendenza a sua volta genera sofferenza, la quale, a sua volta, progressivamente diviene un disagio interiore così radicato da costringerci a rivolgerci ai cosiddetti "esperti", perché alla fine di questo processo di deperimento interiore siamo divenuti effettivamente incapaci di risolvere autonomamente i nostri conflitti. Questo è il paradosso della profezia che si autoavvera.

La psicologia e la psichiatria si occupano di quegli stati mentali definiti “patologici”, ma perché nessuno si occupa seriamente delle radici del disagio? Perché trattiamo il disagio solo quando questo si manifesta e ci costringe ad operare con un individuo ampiamente compromesso nelle sue risorse interiori? Forse perché ciò comporterebbe il dover criticare e demolire buona parte dei presupposti su cui si fonda la nostra società? Forse perché questo scomodo lavoro non è molto remunerativo e non ci mette in buona luce?

Solo un’educazione fondata sull’autonomia, la responsabilità individuale, la fiducia nelle proprie capacità e la libertà di coscienza, può spezzare questo processo educativo malato, ma una siffatta educazione non è certo in linea con le logiche d'interesse di coloro che detengono posizioni di controllo reggendosi unicamente sulla psicologia della dipendenza. Dobbiamo smettere di condizionare persone sane e intelligenti dicendo loro cosa devono fare, come devono pensare, a chi devono credere, a cosa devono aderire e a chi devono ubbidire. Soprattutto dobbiamo smettere di far subire tutto ciò ai nostri bambini per il semplice motivo che essi sono gli individui più indifesi e meno tutelati. Bambini condizionati diverranno genitori condizionanti, e così la catena non si spezzerà mai. Per fermare questa spirale di dolore è indispensabile che gli adulti comprendano le logiche del condizionamento che hanno subito e che stanno perpetrando, riacquisendo, così, finalmente, quell'innata capacità di sperimentare e comprendere la vita, senza filtri o barriere. Se il mondo adulto continuerà ad essere sottoposto al giogo dell’autorità e dell'ignoranza di sé, non v’è alcuna speranza per le generazioni future.

Il nostro compito non è quello di dare risposte, ma unicamente quello di sollecitare e stimolare l’osservazione e la sperimentazione diretta e personale dell’esistenza. Per occuparci del sano ed equilibrato sviluppo del bambino e dell’adulto dobbiamo unicamente comprendere come l’essere umano possa autonomamente penetrare il fenomeno “vita”. Dobbiamo iniziare ad occuparci gli uni degli altri come fratelli, e non erigere alcuni a maestri e confinare altri allo stadio di alunni perennemente ripetenti.   

2. Le forme della ricerca

Tutti cercano qualcosa: piacere, fama, gloria, potere, sicurezza, felicità, amore. Tutti noi, almeno in una cosa, siamo uguali: desideriamo e vogliamo ottenere qualcosa. Detto ciò, possiamo facilmente distinguere tre fondamentali approcci di ricerca che l’uomo assume nei confronti di se stesso e del mondo che lo circonda.

Il primo è un approccio di “ricerca motivata a priori”, vale a dire una ricerca che scaturisce da una particolare necessità, da un bisogno che è causa, direzione e fine della ricerca stessa. Se vogliamo vivere nel lusso cercheremo di guadagnare molti soldi. Se vogliamo diventare genitori cercheremo di generare dei figli.  Se vogliamo trovare Dio inizieremo ad abbracciare qualche fede o a seguire qualche pratica o setta strana. Questo atteggiamento non si interroga mai sulle ragioni del desiderio che sta alla base della ricerca, ma muove la persona unicamente a reperire quel che ritiene più utile per raggiungere l’oggetto desiderato. Questa forma di ricerca è profondamente sbagliata per quanto riguarda la possibilità di comprendere veramente qualcosa poiché non è minimamente interessata alla comprensione di ciò che veramente è quel qualcosa, ma unicamente alla soddisfazione dei contenuti emotivi e mentali che l’hanno generata.

Il secondo tipo d’approccio lo potremmo definire come “un’azione d’adeguamento” da parte dell’individuo all’ambiente circostante e, quindi, anche a ciò che a priori gli viene offerto. L’uomo che si muove nella vita assumendo questo approccio è unicamente interessato a reperire mezzi noti per raggiungere fini altrettanto noti. Questo atteggiamento spinge la persona a giustificare le proprie azioni ed il proprio vivere sulla base di quel che la società ritiene buono e giusto. Il desiderio di fondo dominante è la sicurezza, che a ben vedere è il riflesso della paura prodotta dalla percezione di insicurezza, ma di tutto questo, il nostro uomo, non ne è certo cosciente, perché chi fugge dalla paura nulla teme di più che ammettere di fuggire dalle sue stesse paure. Infine v’è quell’approccio all’esistenza che ritengo indispensabile per poter comprendere realmente e risolvere i nostri problemi. Questo approccio lo possiamo definire “un atteggiamento d’indagine attenta e passiva”.

3. L’osservazione attenta e passiva.

È importante sottolineare la grande differenza che sussiste fra l’azione d’indagine e quella di ricerca. Compiere un’indagine su un determinato oggetto, su noi stessi, le nostre relazioni o qualunque altra cosa, significa cercare di osservare la realtà mossi unicamente dall’intento di voler comprendere ciò che c’è di fronte. Svolgere una ricerca, spesso invece, significa scrutare qualcosa al fine di individuarne particolari caratteristiche utili all’assolvimento di un fine predeterminato.

Ricercare significa manipolare, osservare principalmente quelle cose ritenute utili, escludendo poi tutto il resto. La ricerca è pertanto un’azione escludente, delimitante e manipolativa, tutte cose, queste, assolutamente dannose per una reale e piena comprensione di un fenomeno, qualunque esso sia. Per comprendere il nostro mondo interiore e tutti i suoi misteriosi avvenimenti è quindi fondamentale capire l’importanza capitale che gioca il modo in cui noi osserviamo. Non si potrà sottolineare e far riflettere mai abbastanza sull’assoluta importanza che esercitano i presupposti da cui muoviamo per comprendere l’esistenza. Quando sentiamo che qualcosa, in noi o fuori di noi, non va, la prima cosa che facciamo è cercare delle risposte, un aiuto, una via d’uscita. Tutta la nostra attenzione ed energia si sposta e focalizza immediatamente sulle possibili risposte. Tutta la nostra cultura inerente la cura della persona è stata completamente inglobata nel paradigma medico scientifico classico “sintomo – farmaco/stimolo – risposta”, e ormai allo stesso modo rispondiamo alle sfide della vita e del nostro mondo interiore. Un sintomo, spesso, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, è, il più delle volte, un segnale da comprendere e non da eliminare o soffocare! Ma chi lo deve comprendere? Unicamente chi lo vive, e non lo specialista o l’analista. Specialista, analista, figure religiose e quant’altro, assolvono alla loro funzione solo quando operano da agevolatori, stimolatori di un processo di auto - osservazione e comprensione dell’individuo. La paura, il dolore per la perdita di un caro, l’angoscia per un futuro che ci appare sempre più incerto o l’inquietudine che sentiamo quando affiora in noi l’idea della morte, non sono sintomi di un male da curare, inteso come patologia.

Se ci osserviamo “attentamente e in modo passivo”, quando in noi affiora della sofferenza o qualcosa di sgradito, possiamo notare come questo evento faccia scattare immediatamente la necessità di trovare una soluzione capace di eliminare in modo subitaneo il disagio. Reagiamo cercando una via di fuga, una strada che ci porti il più rapidamente possibile a una modificazione dello stato interiore che ci turba. Ma fuggire non ci porterà mai a scoprire. Per risolvere un problema è necessario comprendere la natura del problema.

Farmaci, ideologie consolanti, fanatismi, ossessioni, droghe, continue ricerche della distrazione e dello svago, nella maggior parte dei casi fungono da anestetici, da momentanee evasioni, sino a poter divenire vere e proprie prigioni della mente dalle quali non si è più in grado di ascoltare il significato che le sfide della vita cercano di comunicarci. Spesso, infatti, il rimedio sbagliato è la causa principale dell’aggravarsi di un problema. È solo a questo punto che il concetto di patologia psichica trova la sua più chiara declinazione, cioè quando l’individuo si avviluppa all’interno di una struttura di pensiero reiterante, entro la quale non può giungervi più alcuna voce dissonante dal perpetuo e sempre uguale suo pensare e sentire.

Pertanto è un grave errore definire malattia, e trattare di conseguenza, quel disagio, quel segnale, quello stimolo che in origine è unicamente la peculiare forma che l’organismo o la mente adottano per dialogare con la coscienza, al fine di dirigerla e consigliarla entro gli argini del naturale e spontaneo divenire. Potremmo dire che la sofferenza ed il disagio sono la bussola della nostra esistenza, servono per segnalarci le rotte sbagliate o per indicarci l’orizzonte da seguire. Ma tutto dipende da noi, la bussola è solo uno strumento meccanico, che senza un capitano, capace di trarne i corretti insegnamenti, risulta totalmente inutile. È indispensabile cominciare ad ascoltare e vedere ciò che ci sta di fronte, ciò che ci punzecchia continuamente, che ci irrita e ci ferisce, perché il nostro mondo interiore non risponde alle leggi della meccanica, ma unicamente alle leggi dell’intelligenza. E per comprendere l’intelligenza è necessaria l’intelligenza, null’altro.  L’unica strada possibile è, quindi, intraprendere una seria indagine, divenendo scienziati di noi stessi, del nostro mondo interiore.

Quando riconosciamo l’esistenza di un problema, fuori o dentro di noi, quale sarà la nostra esigenza primaria? Prima cercheremo di ascoltare e vedere il problema, solo così avremo poi la comprensione sufficiente per agire correttamente. Non possiamo agire d’impeto, alla ceca, spinti dalla paura di rimanere almeno per un po’ di tempo con ciò che ci confonde e spaventa!

Il primo passo di un’indagine determina tutto il suo futuro percorso. Se le prime mosse sono fallaci, ed erroneamente vengono date per valide o per già sufficientemente fondate, molte forze e tempo saranno persi nell'invano tentativo di cercare teorie che vadano a loro sostegno. È però comprensibile che l’uomo sia più interessato ad avere delle soluzioni immediate, piuttosto che intraprendere un a volte doloroso percorso di comprensione. La sofferenza, infatti, è un fenomeno che agisce direttamente sulla “pelle” di chi la osserva. È, quindi, relativamente facile divenire degli scienziati del mondo che vive fuori di noi, ma è una cosa straordinaria essere degli scienziati del nostro mondo interiore. 

Se l’individuo si lascia trasportare dalla necessità di scovare un’immediata soluzione alla sua condizione di disagio, è facile che trovi rimedi più dannosi che utili o che si lasci condurre da persone che non sanno nemmeno loro dove stanno andando, e ahimè si sa che più una persona soffre, più è disposta a credere in qualsiasi cosa possa darle una minima speranza. Per comprendere le leggi del nostro mondo interiore si devono osservare tutti i fenomeni che compongono le nostre complesse, quanto meravigliose, esistenze, come un astronomo osserva il cosmo, pieni di stupore e meraviglia per l’infinito e misterioso spazio che ci sta di fronte. Ma per fare ciò dobbiamo come prima cosa smettere di aver paura delle nostre paure, iniziando così ad affrontare la realtà di quel che si nasconde in noi. Osserviamo attenti e fiduciosi l’oscurità dei nostri cieli interiori, e lasciamo che siano le comete e i pianeti, che lì si muovono, a parlarci del loro mistero.

4. Conclusione

Da quanto detto finora risulta che l’osservazione attenta e passiva è il fondamento stesso del fenomeno della consapevolezza, e comprendere come lasciare operare la consapevolezza è l’inizio e la fine di ogni vera indagine. Lo stato mentale “attento e passivo”, inizialmente si percepisce come uno sforzo, una sorta di esercizio. Questo avviene per il semplice motivo che siamo ormai assuefatti ad una continua attività caotica del pensiero, ma perseverando con fiducia, lentamente lo stato “attento e passivo” può ridivenire quella condizione naturale che portavamo con noi, in potenza, sin dal nostro primo respiro.

Approfondirò, per chi lo volesse, in un’altra occasione, alcuni aspetti pratici utili alla corretta sperimentazione di questo stato d’osservazione. Per ora credo che quando detto sia più che sufficiente.

 

Una scarpa n°48 è grande, ma stretta per chi porta il 52!

scarpaRoberto ha scritto: Ciao Pier, sono Roberto. Sono stato obbligato dalle circostanze a fare i conti (disastrosi) con la mia esistenza alcuni anni fa, perciò comprendo il tuo linguaggio e condivido molti pareri. Personalmente ho imparato a stare molto attento a dare consigli, specialmente a chi non ha nessuna intenzione di affrontare dispiaceri addormentati, e ho notato il tatto con cui hai dato alcune risposte a persone in situazioni abbastanza delicate. Non sarei stato capace di essere altrettanto diplomatico, ed è per questo che spesso evito di proporre soluzioni. La mia domanda è: sei sincero o cerchi di addolcire la pillola temendo un rifiuto secco al giusto rimedio? Si sa che certi dolori vanno vissuti e pianti fino all'ultima lacrima affinché si manifesti il "miracoloso" effetto di accettazione della realtà, e a volte sembra tu voglia far credere che si possa evitare questo obbligo: forse non ritieni che ad ognuno venga affidato un compito alla sua portata? Non voglio essere critico, solo non ho capito la tua tecnica.

Pier ha risposto: Caro Roberto, io non ho nessuna tecnica o strategia, non valuto nulla e non elaboro calcolo alcuno per il semplice motivo che non ho nessun fine, scopo o obbiettivo. Gli obbiettivi nascono quando si proietta un’immagine di ciò che si ritiene dovrebbe essere il futuro. Per avere uno scopo devi avere un desiderio da realizzare, ma io non ho alcun desiderio da raggiungere quando rispondo a una domanda. La mia risposta è unicamente la condivisione immediata della mia percezione del problema. Se poi qualcuno, ascoltando le mie parole, riesce a dissolvere il suo problema, bene, ma questo è principalmente merito suo.

Quando condividiamo la nostra visione delle cose per il puro piacere di vivere la relazione, il nostro significato è intrinseco all’azione che compiamo. Quando, invece, agiamo con uno scopo estrinseco, predeterminato, il nostro relazionarci non è più libero, ma manipolativo e vincolante. Un fine, per me, esiste sempre e solo in chi pone una domanda. È chi chiede che elabora la risposta, e quando la risposta rientra nel suo spazio di consapevolezza, questa può essere accettata, rifiutata o deformata nei significati. Tutto qua! Non ho una tecnica, non sono uno psicologo o uno psichiatra, non ho una profilassi, una diagnosi e una prassi. Se proprio devo cercare di definire quel faccio, la parola più adatta mi sembra essere “poesia”. Ricordo che da piccolo mi chiesero cosa volessi fare da grande? Risposi il poeta. Sorrisero. Non so se mi stia riuscendo, ma credo che la poesia sia la cosa che più si avvicina alle mie risposte. Sì, perché per me è l’essenza della vita ad essere pura bellezza e poesia, e non v’è nulla di più appagante del provare a rifletterla e trasmetterla alle persone attraverso le parole. Almeno per me. Qualcun altro userà altri strumenti e sentieri: il legno, un pennello, la cura di un figlio, di un giardino, di una città. Le vie sono infinite!

Tornando a noi, dicevo che una tecnica è utile solo per chi crede che gli individui siano tutti uguali o perlomeno sottoponibili allo stesso processo di trasformazione, ma poiché ogni essere umano è un fenomeno indefinibile e imprevedibile l’unica via percorribile è l’intuizione immediata e diretta di ciò che serve fare e dire in uno scambio da cuore a cuore.

Perché credi poi che alcune mie risposte siano diplomatiche e addolcite? Sembra che in te sia radicata la convinzione che il contatto con la realtà debba necessariamente essere un fenomeno doloroso, ma per me non è necessariamente così! La strada che ci riporta a noi stessi è dolorosa quanto riteniamo che debba esserlo, dipende solo da noi. Chi è colui che riscopre se stesso? E chi è quel se stesso da riscoprire? Siamo sempre e solo noi! Tu sei la via, il viandante e la meta!

Quando rispondo a qualcuno, l’unica cosa che cerco di fare è percepire il grado di equilibrio, sensibilità e penetrabilità della coscienza di colui che pone la domanda. Un problema di cemento necessita l’utilizzo di un martello, mentre un problema fatto di palloncini d’aria l’uso di uno spillo. Vi sono, però, a volte, anche problemi così sanguinanti e sofferenti che l’unica cosa che ci mi sento di mettere in gioco è l’ascolto, il silenzio, una garza sterile e del disinfettante. Se proprio devo trovare un fine, uno scopo, il mio fine è la persona, non certo una verità, un dio o una pace fuori dal cuore dell'uomo stesso, perché non ritengo nulla più elevato della necessità e possibilità d’amore e consapevolezza che l’uomo manifesta in sé. Infine, Roberto, sono certo che a tutti noi venga sempre affidato un compito alla nostra portata, il fatto è che non tutti desiderano portare a termine quel compito.

 
Un caro saluto,
Pier

 

Comunicazione, incomprensione e ignoranza

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Quando noi uomini comunichiamo, in realtà non ci comprendiamo mai esattamente, anzi, il più delle volte ci fraintendiamo completamente. Proprio per questo cercherò di esprimermi nel modo più semplice e chiaro a me possibile. A Voi cercare di comprendere nel medesimo modo. Ogni parola che usiamo, se riflettiamo bene, non può mai avere il medesimo significato per chi l'esprime e chi l'ascolta. Ad esempio, la parola “cane” nella mia mente fa riaffiorare delle particolari immagini, nella vostra sicuramente altre. La parola “cane”, a livello logico, è un categoria universale. Il termine “cane” racchiude in sé l’idea astratta di tutti i cani esistenti al mondo. Pertanto se dico che vorrei comprare un cane, tutti comprendono esattamente il senso della mia affermazione. Quando però uso un termine generico per definire qualcosa di specifico sorgono problemi, sia per quanto riguarda la mia personale comprensione degli eventi che mi accadono, sia per quanto riguarda la possibilità di comunicare efficacemente con le persone che mi circondano.

Per esempio, quando dico di odiare i cani è molto probabile che stia creando un pensiero ingannevole capace di paralizzare il naturale processo di crescita e comprensione della mia consapevolezza. Perché odio i cani? Probabilmente perché, in passato, ho avuto delle esperienze poco piacevoli con alcuni cani. Questo però non significa che ogni cane sia uguale ai cani di cui ho fatto esperienza in passato. È quindi corretto affermare: io odio quei cani con cui sono entrato in contatto nel mio passato. Definire in modo corretto le nostre esperienze ci permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda. Da questo esempio, infatti, si capisce facilmente come il dire “odio i cani” generi in me un atteggiamento di rifiuto verso ogni essere vivente che, a livello concettuale, rientra nella mia definizione di cane. Dire, invece, “odio quel cane che mi ha morso l’anno scorso”, mi pone nella condizione di fare nuove esperienze con tutti gli altri esseri viventi appartenenti alla specie dei cani. Da quanto detto sinora dovrebbe risultare chiaro il danno enorme che portano le generalizzazione e tutte le definizioni affrettate e superficiali delle cose che spesso appiccichiamo alla realtà dei fatti.

Sostituiamo, ora, alla parola cane la parola musulmano, italiano, nomade, negro, slavo, ebreo, cattolico, ortodosso, comunista o altre simili per rilevanza. Credo risulti immediatamente comprensibile la pericolosità che si nascondono in un tale ignorante modo d’interpretare la vita che ci circonda. I concetti, usati nel tentativo di comunicare e comprendere esperienze vissute, risultano mezzi poveri e inadeguati poiché empiricamente, esistenzialmente, realmente e umanamente non esiste nulla che possa essere racchiuso in una categoria di pensiero, ma unicamente una serie infinita di esperienze diverse che ognuno di noi fa in continuazione.

Esiste pertanto una realtà empirica soggettiva (diversa per ogni individuo) e una realtà concettuale oggettiva (uguale per ogni persona). L’errore più grande nasce dal fatto che la forma oggettiva del linguaggio viene ingannevolmente utilizzata per comunicare e comprendere esperienze soggettive empiriche. Immaginiamo quale difficoltà di comprensione è connaturata a termini come mondo, amore, fratellanza, libertà, verità, dio, democrazia, società, umanità, coscienza, anima, spiritualità: tutti nomi che racchiudono un’immensità di contenuti differenti a seconda del background culturale d’ogni uomo. Potremmo proseguire in una lunghissima disquisizione sull'imprecisione del linguaggio e sulle difficoltà che troviamo nel cercare di comprenderci veramente, ma quanto detto credo possa bastare per rendere evidente l'importanza di chiarire il più precisamente possibile, a noi stessi e agli altri, la dimensione empirica soggettiva che si nasconde sotto il superficiale strato linguistico. Infine, altrettanto fondamentale è prestare totale attenzione a ciò che troppo facilmente diamo per scontato, compreso e certo.

Feriamo tanto facilmente e soffriamo proprio perché le parole sono divenute più importanti dell'amore e della verità. Amiamo più le parole della mente che il vivo corpo degli esseri umani!

Pier

Tributo allo "Zarathustra" di F. Nietzsche

Nietzsche"Così parlò Zarathustra" è un libro che ho amato moltissimo e che ritengo pregno di intuizioni illuminanti, per questo desidero condividere con voi, amici, compagni di viaggio e semplici passanti alcune brevi parole in proposito.

“Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il bambino, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve diventare anche bambino? Il bambino è innocenza e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire sì. Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro sì: ora lo spirito vuole la ‘sua’ volontà, lo spirito perduto per il mondo ora conquista per sé il ‘suo’ mondo.”

 
Il bambino sa dire sì al gioco della creazione, afferma Zarathustra, ma qual è questo gioco, quali sono le sue regole, cosa spinge l’uomo ad attraversare il ponte che unisce l’animale al superuomo vivendo le tre metamorfosi? E’ la volontà di potenza, il desiderio di superare in continuazione se stesso.
  
“E questo segreto mi confidò la vita stessa: “Vedi, disse, io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero. Preferisco perire che rinunciare a qust’una cosa; e veramente, dove si perisce e cadono le foglie, guarda, lì si sacrifica vita: per la potenza!(…) E anche tu, che segui la conoscenza, sei solo un sentiero e un orma della mia volontà: in verità, la mia volontà di potenza cammina anche con i piedi della tua volontà di verità!(…).”
 
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
 
Per rendere chiaro il ruolo che gioca, dal mio punto di vista, la volontà di potenza nello “Zarathustra”, vanno approfonditi alcuni punti. Zarathustra non concepisce l’esistenza come una totalità composta da infinite parti interconnesse, ma come un'unica, eterna, energia creativa. E’solo attraverso la mente, nello spettacolo del mondo fenomenico, che questa energia si mostra agli occhi dell’uomo sotto milioni di forme; solo all’interno delle dinamiche del mondo oggettivo si può parlare di parti e totalità reciprocamente interconnesse. Nella dimensione dell’essere, dove l’energia si mostra nella sua essenza, ogni forma di distinzione cade. E’ quindi fondamentale comprendere che il mondo dei fenomeni appare ingannevole agli occhi della consapevolezza mediata dai sensi e dalla mente, ma non lo è in sé. Tutto ciò che esiste fuori dal soggetto è sorretto e composto dalla stessa energia che mantiene in vita il soggetto stesso. Portando un esempio si potrebbe dire che come il mare è salato in ogni suo punto, così l’esistenza pulsa della stessa energia in ogni luogo. Ma l’uomo, attraverso la mente, può solo vedere il moto ondoso delle acque; per comprenderne l’unità di base dovrebbe immergervisi. Il pensiero in questo caso è totalmente impotente. Il problema risiede quindi nel come l’uomo conosce, e non in cosa conosce. Per rendere ancor più chiara questa cosa, proviamo ad immaginare un individuo che sta osservando con un cannocchiale, da pochi metri di distanza, un enorme parete di specchio mentre alle sue spalle scorrono continuamente oggetti e persone.
Cosa potrà mai capire, di quel che realmente accade, se non si volta guardando direttamente con i propri occhi? L’energia creativa, quindi, è l’unica realtà esistente, e si manifesta attraverso un continuo atto creativo, un eterno gioco senza fine, quel che Nietzsche chiama volontà di potenza.

Ora la figura del bambino acquisisce un maggiore significato, poiché l’esistenza, da quanto detto sin ora, sembra che non parli il linguaggio dell’uomo, ma sia molto più vicina all’animo di un fanciullo. Chi si pone domande come, perché la vita esiste o qual è il fine dell’esistenza, sta semplicemente dimostrando di essere ignorante sulla vita stessa. Solo per amor di discussione, si può osservare che nella domanda, perché la vita esiste, il verbo esistere potrebbe essere equiparato al verbo vivere, quindi si può riformulare la frase come: perché la vita vive. Già a questo punto, senza chiamare in gioco la dimensione dell’essere, ma rimanendo all’interno di un quadro concettuale puramente logico, si è al cospetto di una tautologia, che per sua natura è incapace di trasmettere alcun significato. Questo è un banale esempio che mostra come la mente possa facilmente cadere nella rete del linguaggio, perdendosi in un mondo astratto, inconsistente.

“ - Volontà di verità - chiamate voi, saggissimi, ciò che vi spinge e vi appassiona? Volontà di rendere pensabile tutto ciò che è: così chiamo io la vostra volontà!(…) Questa è tutta la vostra volontà, saggissimi, come volontà di potenza; e anche quando parlate del bene e del male e dei giudizi di valore. Voi volete ancora creare il mondo davanti al quale potervi inginocchiare: questa è la vostra ultima speranza ed ebbrezza.”

(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)

Teorie, concetti, speculazioni metafisiche, sono tutti prodotti dell’intelletto umano che è solo una delle tante forme che l’energia creativa assume nel suo continuo gioco di trasformazione. Contraddizioni, tautologie, aporie, conflitti ad ogni livello, queste sono le conclusioni a cui perviene chi osserva, attraverso il ‘cannocchiale della mente’, le immagini che si proiettano sullo specchio, ignaro che alle sue spalle tutto scorre in perfetta armonia. E’ così che la vita si trasforma in un enigma da risolvere, e la volontà di potenza dell’individuo viene prosciugata in una ricerca detta verità. Ma non è forse anche questa stessa verità parte integrante di un colossale fraintendimento? E’ proprio il desiderio di risolvere la sciarada del mondo dei fenomeni che spinge gli esseri umani a erigere simulacri a cui potersi prostrare. È la transitorietà che domina il mondo della creazione che fa nascere nell’uomo il bisogno di valori assoluti, ma questi assoluti sono unicamente la prova tangibile di uno stato mentale confuso dell’individuo.
‘L’occhio della consapevolezza’, per poter penetrare il mistero della creazione, deve dirigersi verso la fonte da cui tutto affiora, deve osservare nell’uomo stesso, per ricongiungersi al punto in cui la suprema volontà di potenza si disperde lungo i molteplici sentieri della mente umana. Non è il desiderio di conoscere e sperimentare che deve essere annullato, ma è la rotta che percorre che va abbandonata, per iniziare una seconda navigazione, un viaggio alla riscoperta della sorgente da cui esso stesso proviene. Rivoltarsi contro il proprio desiderio è un atto suicida, poiché è la vita stessa che attraverso l’uomo crea nuovi spettacoli di forme e colori sul palcoscenico del mondo.

“(…)io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero.”

(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)

Scopo, meta, fine, sono tutti termini che fanno parte della dimensione della mente. L’esistenza non parla questo linguaggio, la vita è più simile al mondo della poesia, dell’arte. E’ solo l’uomo che, sradicato dall’esistenza, continua ad oscillare tra i fantasmi del passato e del futuro. Scrutando attraverso il suo cannocchiale vede le forme sorgere e poi svanire, in lui nasce così l’idea della morte, del tempo che scorre inesorabile, e tutto ciò che ha sperimentato ‘ieri’ lo chiama “io”, un groviglio di ricordi confusi ed evanescenti, mentre tutto ciò che sarà domani lo chiama speranza, desiderio, scopo. Ma l’energia che pulsa e vibra nell’universo non conosce nient’altro che l’istante, l’eterno presente, l’attimo fuori dal tempo e lo spazio in cui l’infinito converge manifestando la sua enorme potenza creativa, generando ciò che è sempre nuovo.

Pier

L'amore incondizionato: il miracolo più grande

L'ego nasce quando la coscienza inizia a muoversi verso il mondo della creazione, perpetrando le spinte istintuali dettate dalla volontà di sopravvivenza. L'ego è una struttura auto-difensiva eretta nei confronti del mondo esterno, generata durante il primo stadio evolutivo. L'individuo per conoscersi deve inevitabilmente perdersi nelle forme della creazione, patire la sofferenza della perdita di se stesso, sino ad anelare successivamente la riscoperta di se stesso. Così stanno le cose per loro stessa natura: il gioco della vita si fonda sulla necessità di perdersi per poi ritrovarsi. Dio può gioire di se stesso solo dopo aver dimenticato e rievocato la sua natura divina. V’è, però, un dolore necessario al ricordo di sé e un dolore reiterante, malato, connaturato alla struttura dell'ego. La mente cerca di capire, cambiare, manipolare la realtà. Quanto sono superflui i nostri perché, quanto sono inutili le nostre domande. Ora c'è dolore, sofferenza, paura: desistiamo da ogni tentativo di capirli e spiegarli. Tutto ciò serve solo a distorcere la reale comprensione dei fenomeni per tentare di controllarli e manipolarli secondo il nostro desiderio di sicurezza. Queste sono solo le dinamiche auto-protettive dell'ego. Immobili, restiamo nel presente, seduti nel cuore del nostro dolore, e lasciamo che da solo si racconti. Stando alla sua presenza, senza manipolarlo, come ghiaccio al sole si dissolverà svelando il silenzio che nasconde al suo interno. Voler capire equivale a fuggire. Vedere è tutt'altra cosa: vedere è comprendere istantaneamente oltre il tempo. Usiamo il pensiero perché non riusciamo a reggere la realtà di ciò che accade. In ogni evento i vecchi schemi della mente s'insinuano come un virus, deformando la visione totale e chiara delle cose. La visione giunge come un lampo che squarcia le tenebre, non si può causare, può solamente accadere, e noi possiamo unicamente preparare lo spazio dove questo fenomeno può avvenire. Tutto ciò che è volontariamente causato è vincolato alle dinamiche di causa ed effetto. Tutto ciò che è sotto il dominio di tale legge non conosce libertà alcuna e ruota all'interno di meccanismi prestabiliti, ordinati nel mondo temporale.

La mente ordinaria lavora applicando tali dinamiche. Si può forse affermare che senza la mente comune quest'universo non conoscerebbe nulla come il tempo e i processi consequenziali. La sofferenza sotto una certa prospettiva è, pertanto, una sorta di benedizione.

L'intelligenza creativa, imbrigliata nelle anguste celle del pensiero reiterante, soffre e si contorce. La sofferenza diviene così un potente richiamo ad una dimensione di libertà e creatività ora dimenticata. L'intelligenza non sta nel pensiero logico, discorsivo, sillogistico, causale, mnemonico, temporale, ma vive oltre tutto questo.

L'intelligenza creativa è intuitiva, esplosiva, diretta, non causata, auto-generata, a-temporale, a-spaziale, vivifica e vivificante. Il pensiero logico, se si esplica nella sua massima estensione, può unicamente giungere a un’auto-sospensione.

Un pensiero perfetto può unicamente auto-terminarsi, come tutto ciò che giunge a perfezione, perché tutto ciò che è limitato, prima o poi, giungerà al suo apogeo, alla sua morte e dissoluzione.

Ciò che è illimitato non conosce il senso del termine perfezione, o forse, l'illimitato è imperfezione perfetta, continua trascendenza, ma queste rimangono solo vuote parole se il nostro desiderio di verità e libertà non si sposta dal piano del pensiero al piano dell’azione totale. Sediamo quindi in silenzio e in attenta e passiva osservazione del mondo che ci circonda e compenetra. Diveniamo scienziati di noi stessi. Trasformiamo la nostra stessa vita in un laboratorio di ricerca!!

Il dolore viene neutrale, può distruggere o rigenerare, può condurre alla fioritura dell'intelligenza creativa o spingere in un ancor più profondo sepolcro di memorie. La comprensione può determinare la modificazione dei nostri stati emotivi e comportamentali unicamente se è esercizio della totalità del nostro Essere. Una cosa, anche se capita, non vuol dire che sia stata compresa e assimilata. (Quante persone capiscono che il fumo uccide, ma non per questo smettono. Comprendere che il fumo uccide significa vedere istantaneamente e totalmente, nell’azione di fumare, l’idiozia di un fatto mortale in atto e non in potenza). La comprensione è contemporanea al mutamento. Il mutamento è l’ombra della comprensione, ma la comprensione, ripeto, non è un azione dell’intelletto, ma un fenomeno di percezione totale della nostra coscienza! Comprendo e immediatamente agisco di conseguenza. La comprensione parte dal centro e ordina la periferia con un atto totale. Il pensiero, che equivale al capire, parte dalla periferia per giungere al centro, ed è sempre un movimento limitato, ponderato, causale, temporale, incapace di penetrare nei recessi dell’animo umano. Il pensiero discorsivo, nella sua migliore espressione, può unicamente riflettere sè stesso e disquisire su se stesso, giungendo così ad intuire la propria intrinseca finitudine, lasciando, di conseguenza, spazio all’espansione della comprensione, dove, finalmente, l'Essere, non più ostacolato dalle barriere dei processi temporali del pensiero, può diffondere la propria luce nel mondo interiore del soggetto.

Questo è il punto in cui muore il vecchio uomo e nasce l’uomo nuovo.

Per questo in oriente si dice che una persona realizzata è un uomo nato due volte.

I discorsi sulla realtà ultima non vanno solo capiti, ma bevuti, mangiati, digeriti, letti e riletti, sino a quando, oltre le parole, s'inizia a sentire e intravedere uno spazio vivifico non più semplicemente intellettuale.

Il pensiero discorsivo si dissolve lungo il suo stesso tragitto verso la comprensione, sino ad auto sospendersi, o meglio, sino a svincolarsi dalle pastoie delle spinte fallaci del desiderio.

L'essere umano nasce con cinque sensi rivolti unicamente verso il mondo esterno e la peculiare caratteristica di non poter sopravvivere autonomamente.

Con tali premesse l'infante sviluppa, sin dai primissimi momenti di vita, un bisogno nei confronti degli elementi esterni a sé pari alla percezione della possibilità di perire per la mancata saturazione e risposta alle necessità primarie. Vi sono necessità fisiche e La Necessità Esserica.

Le necessità fisiche riguardano la protezione dell'organismo: la nutrizione, la protezione dai pericoli esterni... La necessità Esserica riguarda il bisogno d’attenzione incondizionata per la totalità dell'individuo.

Attenzione incondizionata per la totalità di un individuo è, a mio avviso, la definizione più corretta della parola amore!

Le necessità fisiche sono subordinate all'Esserica. La mancata risposta a tali condizioni s'imprime nella memoria del soggetto divenendo un dato stabile nel suo spazio coscienziale. Tale dato sarà fatto riemergere dal soggetto in ogni situazione anche solo vagamente simile alle circostanze della prima impressione. I vecchi elementi esperienziali acquisiti vengono, così, continuamente sovrapposti alle nuove situazioni esistenziali: questa è la continua reiterazione del passato a discapito del presente, effetto dell'unione d'istinto di conservazione e della possibilità di immagazzinare eventi nella memoria e combinarli, poi, tramite la facoltà associativa dell’intelletto.

Tutto ciò determina uno squilibrato sviluppo della personalità all’interno d’un sistema autodifensivo, reiterante, per nulla adeguato alle reali condizioni e sfide ambientali.

L'identificazione tra il soggetto e i fenomeni a lui esterni (oggetti, persone, comportamenti, pensieri, reazioni emotive di chi lo circonda)  sorge quando l'energia dell'individuo si muove verso il mondo esterno prendendo le forme del desiderio.

Il desiderio è sempre in relazione a qualcosa. Quando questo qualcosa assume maggior valore del soggetto desiderante, si ha il fenomeno dell'identificazione.

Un desiderio assume maggior valore del soggetto quando la mancata soddisfazione di quel desiderio viene percepita dall’individuo come potenzialmente mortale.

Ciò significa che, se durante l’infanzia e la preadolescenza, il bambino non trova adeguate risposte ai suoi due principali bisogni vitali (l’amore incondizionato e i bisogni primari dell’organismo), molto probabilmente, quando diverrà adulto sarà spinto da una paura inconscia a procurarsi in modo smisurato quei bisogni che non sono stati adeguatamente corrisposti in precedenza.

Va sottolineata una cosa d’importanza capitale: i bisogni dell’organismo dovranno sempre essere appagati dal mondo esterno, per il semplice fatto che il corpo umano è un fenomeno che vive in una dimensione d’interdipendenza organica con l’ambiente esterno (il cielo mi dà l’acqua e il sole, la terra mi dà i sui frutti, ed io partecipo, nelle forme e i modi connaturati alla mia specie, all’equilibrio della natura), ma il bisogno d’amore incondizionato, che il bambino necessita sin dal primo istante, se appagato, muta in una capacità d’amare, a sua volta, incondizionatamente.

Questo credo sia il miracolo più grande della vita, la massima libertà e grandezza che l’esistenza ci ha concesso, pertanto tengo a ribadire questa mia convinzione. Se un bambino cresce in una dimensione relazionale d’amore incondizionato il suo bisogno di ricevere amore si trasforma in una capacità attiva d’amare incondizionatamente. L’animo umano nasce bisognoso di scoprire la dimensione dell’amore e quando ne vive la pienezza esso stesso ne diviene incorruttibile portatore, custode e testimone!!

Coloro che non crescono in una dimensione d’amore, vagano spesso per tutta la vita alla ricerca di qualcuno che possa appagare questo loro bisogno negato, ma veramente poche sono le persone che hanno visto corrisposto questo loro bisogno, pertanto le relazioni fra gli uomini si tramutano in un’elemosina fra mendicanti.

Dal mio punto di vista vi sono due principali vie d’uscita da questa triste condizione che sembra affliggere la maggior parte dell’umanità. Una,la più rare, riuscire a riconoscere quel qualcuno che sia capace di donarci quel che non abbiamo mai ricevuto, e cioè uno specchio limpido ove la nostra natura più segreta possa essere riflessa e finalmente svelata a noi stessi.

L’altra è la via della ricerca personale, dove autonomamente cerchiamo di ripulire la nostra coscienza dalle ferite di un amore mancato, sino a farla divenire essa stessa quello specchio limpido capace di svelarci la nostra vera identità.

Un abbraccio,
Pier

Essere genitore è la prova più grande!

Genitore“Vorrei riportarti, a grandi linee, un dialogo che ebbi il piacere di sentire qualche anno fa, in una particolare situazione, fra due persone che reputo molto speciali. Le loro parole furono più o meno queste…
Lei: “Come sta nostra figlia Lisa?”
Lui: “La vedo molto confusa, sta passando un periodo veramente difficile! Amore mio, perché le cose vanno così? Abbiamo speso tutta la nostra vita per trovare uno spiraglio di luce che non potesse essere spento dal dolore e dalla paura, e proprio quando mi sembra d’averlo trovato mi accorgo di non poterlo donare alle persone che più amo: i nostri figli! Ti ricordi quanto ne parlammo prima che Lisa nascesse? Passavamo notti intere a immaginare cosa avremmo fatto per i nostri bambini, come ci saremmo comportati, tutto ciò che non avremmo mai dovuto fare e ciò che invece avremmo dovuto. Abbiamo provato a dargli tutto l’amore possibile per farli crescere sereni e forti nell’anima. Ma già allora sapevamo che nulla e nessuno avrebbero potuto vivere il dolore e gli errori al posto loro. Ci ripetevamo che ogni creatura viene al mondo per scoprire e sperimentare il mistero che si nasconde in questa meravigliosa e difficile esistenza, ma che in questo suo viaggio è costantemente esposta alla morte e al dolore, e chiunque tenti di proteggerla dalle insidie di questa avventura, la protegge anche dalla stessa vita, privandola, così, della possibilità di crescere libera e di sviluppare la propria forza e intelligenza. Queste parole sono assolutamente vere, ma sino a quando non ami profondamente qualcuno non puoi comprendere quale immensa prova sia farle divenire realtà! Per me essere genitore è la prova più grande che la vita mi abbia riservato, ed io non ho mai pensato di poterne essere all’altezza”.
Lei: “È proprio per questo che sei un padre meraviglioso. Non farti prendere dallo sconforto proprio quando non v’è alcun motivo. Lisa supererà benissimo anche questa fase. Quante volte ti ho sentito dire che il valore di una persona non sta nel sentiero sul quale cammina, ma nella lezione che apprende durante il viaggio che la vita gli riserba. Lascia quindi che la vita faccia il suo corso e smettila di tormentarti inutilmente!
Alla fine del breve dialogo la donna si alzo dalla sedia e andò a chinarsi di fronte al suo uomo. Lo guardò per dei lunghi secondi, immobile, senza batter ciglio, quasi severa, poi strinse la sua mano e gli sussurrò all’orecchio: “Lo vedi ancora?”.  “Si!”, rispose lui. “È dove è sempre stato. Dove l’ho visto per la prima volta: riflesso nei tuoi occhi”. “Allora non abbiamo nulla da temere”, concluse lei.
 

L'unico luogo del cambiamento è dentro di te

ViaggioFrancesco: “È un po’ di tempo che le cose non vanno più bene. Non mi sento sereno, sono sempre nervoso, perennemente insoddisfatto di quel che faccio, del mio lavoro, della mia vita sentimentale, di tutto. E la cosa peggiore è che non so nemmeno il perché. Guadagno bene, ho una donna che dice di amarmi, che mi vorrebbe sposare, ho buoni amici, eppure mi sembra di non essere minimamente interessato a tutto questo, mi sembra di essere spento dentro. Sempre le stesse giornate, gli stessi gesti, gli stessi pensieri, la stessa banca in cui lavoro. Ho trent’anni, e da qui alla fine dei miei giorni vedo tutto uguale, tutto identico. Vorrei partire per un viaggio in America forse potrebbe cambiare qualcosa.”
Pier: “E cosa c’è in America che potrebbe tirarti fuori da questa situazione?”
Francesco: “Non lo so bene, ma credo che se mi scrollassi di dosso questa città, la sua gente, il suo modo di vivere banale e inutile, forse ritroverei energie, voglia di vivere.”
Pier: “Perché? Pensi che gli altri possano toglierti la voglia di vivere? Se la tua felicità nascesse dalle persone che ti circondano, in ogni momento potresti perderla, perché le persone che ti circondano possono in ogni momento morire, partire, rifiutarti, lasciarti; non credi sia così?”
Francesco: “Hai ragione, lo so. Ma guarda cosa abbiamo qui attorno. Alla sera, quando sono le nove, la città è deserta, gli unici viali che non dormono mai sono quelli della statale per Verona dove abbiamo papponi, prostitute, lap-dance ad ogni angolo, club per scambi di coppie. Sembra una città per maniaci sessuali, altro che la città del Palladio, tra un po’ trasformeranno anche la Rotonda in un locale notturno.
Pier: “Hei Frà, se continui così ti verrà un brutto male. Liberati da questa rabbia e da questa insoddisfazione, ti prego. Cosa ti è successo? La terra ha sempre un lato in ombra e un lato illuminato. Ma la tua terra sembra non giri più, e tu sembri aver deciso di vivere dove la luce non arriva. Non dico che ciò che mi racconti non sia vero, ma questa è solo una parte della realtà, e poi cosa credi che succeda se vai a New York? Credi che sia diverso là? Forse è anche peggio. Pensi che nel mondo ci siano delle oasi felici dove puoi andare a rifugiarti? L’oriente magari? L’india? Vuoi andare a trovare te stesso da qualche santone? Vai pure se vuoi, ma ricordati di farti tutti i vaccini se non vuoi morire bevendo un tè, e di non uscire dai tragitti per turisti, altrimenti potresti sentirti molto peggio di quando esci qui per andare in centro, dove ti irriti perché tutti sono a letto aspettando un’altra dura giornata di lavoro. Cerca di capire quel che voglio dirti: per me puoi andare in giro per tutto il mondo, non è questo il problema, ma se parti per sfuggire dalla tua povertà interiore, non esiste posto al mondo che possa colmare il tuo vuoto. La tua casa sei tu e nessun altro, tanto meno una città, una nazione o una vallata. Ma dire le cose serve a poco, e so che ognuno deve comprenderle di persona, quindi, forse, dovresti partire e vedere con i tuoi occhi. Io non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma se parti con questi presupposti ha ragione Cristina: prima parti e prima torni. Spero che a quel punto tornerai avendo capito almeno una cosa: ovunque tu vada la tua miseria verrà con te perché non sono i posti a cambiarci, ma siamo noi che, quando cambiamo, vediamo ogni luogo differente, fossimo anche all’inferno!”
 

Libertà, democrazia, politica, ideologie e follia

PrigioneVorrei raccontarvi una storia, la storia di una società che si crede libera nonostante viva in una prigione. Questa è la storia di un vecchio e di una bambina che si incontrano in una prigione. Questa storia inizia così…
Dei giovani si risvegliano misteriosamente fra le mura di un carcere, completamente privi di memoria. Inizialmente tutto gli appare strano, confuso, ma dopo poco tempo capiscono che l’unica possibilità che hanno per sopravvivere è cercare di adattarsi alla situazione per tentare, solo poi, di capire quel che è successo. Dopo aver preso un po’ di confidenza con il luogo e le persone, vengono a sapere che fra i detenuti si tramandano storie su alcuni prigionieri evasi grazie alla scoperta di una via di fuga. I prigionieri più anziani sostengono però che queste storie sono solo leggende che passano di bocca in bocca da tempi immemori. Prova né è il fatto, dicono, che da quando loro sono rinchiusi lì dentro nessuno è mai evaso, e nemmeno i vecchi prigionieri, ormai morti da tempo, dissero di aver conosciuto personalmente un solo uomo riuscito a fuggire.
Dopo aver ascoltato queste parole, fra i nuovi arrivati nascono differenti opinioni in proposito. Per qualcuno i vecchi devono aver ragione: queste storie sono solo dei miti creati per sopportare meglio una condizione difficile. Per altri, il fatto che i detenuti più anziani non abbiano mai conosciuto nessun evaso non significa che effettivamente nessuno sia mai riuscito a fuggire, pertanto potrebbe anche esistere una via di fuga.
Nel frattempo i mesi trascorrono e, vivendo fra le mura della prigione, i nostri giovani iniziano ad accorgersi delle spaventose disuguaglianze e violenze che i detenuti sono costretti a subire o che essi stessi si infliggono. Un giorno, mandati a risistemare delle stanze del terzo piano dell’edificio carcerario, sentono delle grida terrificanti provenire dal fondo di un corridoio. Accorrono immediatamente per vedere cosa stia accadendo, e attraverso le strette inferiate della porta blindata riescono ad intravedere una moltitudine di prigionieri ammassati in un’immensa celle maleodorante. Un uomo emaciato e sudicio si avvicina alla feritoia e con un filo di voce racconta: “Veniamo lasciati senza cibo e con pochissima acqua per giorni, veniamo costretti a lavorare anche diciotto ore al giorno per produrre cose che serviranno poi ad altri, e se non ubbidiamo ci lasciano qui a morire di stenti”.
Indignati e allo stesso tempo impauriti, i giovani decidono che qualcosa deve essere fatto, qualcuno deve fermare questa follia: serve una rivoluzione. Ma non sanno da dove iniziare e non conoscono ancora bene le cause e i meccanismi di tutto ciò.  Dopo questo primo sconvolgente incontro, il gruppo  viene mandato a svolgere altri lavori al primo piano del penitenziario, dove scoprono, con immenso stupore, che lì i prigionieri hanno a disposizione immense stanze sfarzose, oggetti di lusso, beni d’ogni sorta, e per di più sono liberi di muoversi quasi ovunque all’interno della struttura. Scoprono poi che questi uomini consumano tutto ciò che i prigionieri del secondo e del terzo piano  producono, ma nonostante ciò sono costantemente in lotta fra loro per cercare di accaparrarsi ogni cosa.  In tutta questa follia i secondini svolgono la funzione di controllori facendo in modo che tutto ciò si svolga entro i limiti e nei modi che i direttori hanno stabilito. Anche i secondini hanno grande libertà di movimento e un certo potere, ma i nostri malcapitati vengono a sapere che nemmeno questi sono mai usciti dalla prigione. Infine scoprono che il carcere non è governato da una sola persona, ma da più individui che esercitano il loro potere rispettivamente in diversi settori del penitenziario. Ogni direttore comanda un gruppo fedele di guardie che risponde unicamente ai sui comandi, e un altrettanto folto gruppo di prigionieri. Alcuni direttori raggiungono la loro posizione per autoproclamazione, grazie a gruppi di detenuti istigati a ribellarsi all’ordine precostituito e/o con l’appoggio di guardie persuase e ispirate dalla loro arte retorica. Altri accedono alla loro carica tramite elezioni, dette libere, nelle quali un discreto numero di prigionieri e guardie sceglie fra una rosa di nomi che vengono loro imposti dal precedente direttore e dai suo collaboratori più vicini. I nostri giovani scoprono in fine, con sommo sgomento, che nemmeno i direttori sono mai usciti dalla prigione, anzi, sono fra quelli più inconsapevoli del fatto che tutto ciò che avviene accade fra delle alte e spesse mura. 
Dopo aver visto e compreso tutto ciò, il pensiero della necessità di agire in qualche modo cresce sempre più fra i giovani, iniziano così ad aprirsi accesi dibattiti. Sono tutti d’accordo sul fatto che la situazione sia insostenibile, ma ognuno crede che si possa risolvere in un modo differente.
Qualcuno vuole attuare una rivolta e sovvertire l’ordine precostituito per portare benessere e uguaglianza a tutti. Chi sostiene questa tesi afferma: “Dobbiamo avere il controllo più totale su ogni cosa e persona. Quando avremo il comando assoluto potremo dividere equamente tutto, in modo che nessuno abbia di più o di meno. Solo così potremo fermare questa vergognosa disparità di trattamento, solo così potremo domare la folle logica di dominio e sfruttamento che regna in questo luogo”.
Qualcun’altro suggerisce che potrebbero semplicemente cercare di fare in modo che le regole della produzione e dello scambio delle merci  e dei beni prodotti divengano libere, consentendo così pari opportunità d’iniziativa per tutti.
Qualcuno infine sostiene di voler eliminare tutti i vertici del potere per potersi porre personalmente alla guida e al comando. Afferma che solo quando un uomo forte e carismatico ottiene l’assoluto controllo della situazione, la giustizia e la libertà possono divenire il bene di tutti.
Quando ormai questi discorsi stanno per degenerare in una zuffa collettiva, un vecchio detenuto, da tutti chiamato “Il Matto”, interviene dicendo: “Siete qui da così poco tempo e già vi siete lasciati ingannare dalle ombre del potere. Vi siete già perduti fra le mille lotte che accadono in questo pollaio. Avete già assimilato il comportamento e il pensiero di tutti coloro che vivono qui da sempre, dimenticando che l’unico sforzo per cui valga la pena spendere energie consiste nel tentare di scoprire se esista o meno una via di fuga. Vi rendete conto che dopo un così breve tempo vi siete già scordati d’essere in una prigione, e che per quanto tentiate di sistemare le cose qui dentro rimarrete ugualmente confinati fra quattro mura? Ormai ho visto accadere milioni di rivolte, ho ascoltato migliaia d’ideologie, filosofie, teorie, e non sono mai servite a nulla. Ho visto
salire al potere spietati dittatori, volenterosi riformatori, ipocriti presidenti, illuminati legislatori, pagliacci e giullari, ma non è mai servito a nulla.
Ho sentito qualcuno di voi dire che si potrebbe sovvertire l’ordine attuale per instaurare una sorta di totale condivisione dei beni e dei valori. Ma questo stato sociale com'è attuabile se tutt’intorno a voi vivono e crescono uomini desiderosi di potere e controllo? Ci vorrebbe un governo capace di controllare in continuazione che nessun ricominci ad accaparrarsi potere e privilegi più di altri. Per fare ciò un governante dovrebbe quindi tenere costantemente sotto controllo tutto e tutti, reprimendo nel sangue, immediatamente, ogni forma di ribellione. Ma a chi affidereste serenamente un potere così grande? Credete forse che vi siano uomini migliori di altri, capaci di non abusare mai dell’immenso potere che avrebbero fra le mani? Ho sentito dire molte volte, poi, che il potere corrompe, ma vi assicuro che non è così. Credo, più che altro, che il potere corrompa chi porta già in sé i semi della corruzione. Spesso, però, scopriamo l’animo di un uomo solo quando questo può esercitare una qualche forma di potere. Il potere è, pertanto, solo una specie di riflettore che mette in evidenza ciò che persino a noi stessi è sconosciuto. Il potere è energia, e come ogni forma d’energia non è ne buono ne cattivo, tutto sta in ciò che noi ne facciamo, in come la utilizziamo. Ma voi credete che vi siano uomini coscienti di quali semi stiano silenti nei loro cuori pronti per sbocciare? Siete così illusi da ritenere di conoscervi abbastanza e di potervi fidare di voi stessi?
 
Ho sentito poi qualcuno sostenere che basterebbe offrire a tutti una qualche possibilità d’iniziativa. Ma non credete che anche in questo caso avremmo una serie di disuguaglianze sociali che facilmente sfocerebbero in un conflitto? Non credete che i più astuti e forti tenterebbero sempre e comunque di dominare i più deboli e ingenui? Voi potreste anche dirmi che se tutti partecipassero con il loro voto all’elezione di coloro che poi dovrebbero regolamentare il gioco all’interno dei criteri più diffusi di giusto e sbagliato, morale e immorale, legale e illegale, potremmo ottenere un discreto equilibrio sociale. Mio dio, forse, ora come ora, non possiamo aspettarci di più, ed è anche quello che in una discreta parte di questa prigione sta avvenendo. Ma non vedete come ben poco sia cambiato, e come si sia solo ottenuto che il gioco vada, via via, complicandosi ed esasperandosi?
I poteri che cercano di avere il controllo e il dominio non sono svaniti ma si sono solo fatti più sofisticati e occulti, e quando un potere agisce sotterraneo può divenire ben più pericoloso di una vecchia, quanto ormai banale, dittatura. Le dittature d’un tempo esercitavano un controllo grezzo attraverso la repressione fisica, grazie alla maggiore potenza che gli apparati di polizia e militari avevano nei confronti dei vari gruppi antagonisti al potere, ma ora non è più così. Dietro a paroloni roboanti si nascondono ben più delicate e perfezionate forme di controllo. Dietro tutto questo cianciare di libertà ed uguaglianza si nasconde un controllo della mente, esercitato grazie alla pressione emotiva, alla distorsione dei fatti e allo stravolgimento del significato delle parole. Amici miei, siamo al cospetto di una ben più pericolosa dittatura mascherata dietro le sembianze di un agnellino. Non capite che gli uomini sono sempre gli stessi, e che se non cambia l’animo umano, la sua educazione e le forme della sua cultura, non cambierà mai nulla?
L’unico modo che ha il potere per governare e limitare la libertà dell’individuo e riuscire a paralizzare il libero pensiero e l’autonomo giudizio. Chi agisce solo, libero nel cuore e nella mente, privo di paura, non può essere manipolato, controllato, spinto a procurare il male d’altri per l’interesse di qualcuno. L’uomo che cammina sicuro e solitario è una forza che contagia del suo spirito tutti coloro che incontra, ma non per imposizione, ne per persuasione, ma semplicemente grazie a quell’innata e spontanea capacità di riconoscere il Vero che in ognuno di noi riposa. Questa è la più potente e sconcertante ribellione che sta per accadere. I tempi sono maturi, gli uomini sono ormai sufficientemente disillusi e nauseati da tutto il falso che si sono costruiti attorno.
 
Quando non vedrete più nessuno salire su di un palco e gridare a folle osannanti, ma troverete solo individui seduti in cerchio conversare acutamente, prendendosi lunghe pause di riflessione per ogni dubbia questione, allora potremmo dire d’esser degni di quella parola così impunemente pronunciata, perché solo allora potremo dire che il tempo dell’Essere Umano è venuto.
 
A questo punto, uno dei giovani prigioniere interrompe bruscamente il vecchio  affermando: “Quel che tu stai dicendo non ha alcun senso. Non esiste nessun fuori da qui e nessuna libertà, se non quella che possiamo conquistarci qui dentro. Nessuno ha mai visto cosa c’è oltre queste mura, nessuno è mai uscito da qui, nemmeno i direttori e i secondini. Sono ormai convinto che questa storia della libertà sia tutta una menzogna inventata da coloro che non sanno come sopravvivere a questo gioco”. Dopo aver ascoltato attentamente queste parole il vecchio Matto risponde: “So che molti di quelli che sono qui dentro da più tempo hanno addirittura eretto statue con i volti di quei pochi che si dice siano stati capaci di evadere. Hanno anche eretto dei templi in loro onore, ove predicano e profetizzano che un giorno torneranno per liberarci tutti. Ma se ora ti dicessi che io esco e rientro da qui quando e come voglio, tu cosa mi risponderesti? Se ti dicessi che tutto ciò che vedi non è come tu ora lo credi?”. Il giovane ridendo a crepapelle risponde: “Ora capisco perché ti chiamano il matto: vecchio rimbambito che non sei altro!”. Il vecchietto, senza un’ombra di risentimento sul volto replica: “Posso anche dirti di più. Io parlo con voi solo per vedere se v’è qualcuno pronto a seguirmi, non ho altri fini”. Il giovane, spiazzato da tanta risolutezza, riprende il dialogo con parole nuove: “Ma dov’è questa uscita di cui parli, e cosa m’attende otre i cancelli? Io non ne posso più di quel che accade qui dentro, ma se ciò che esiste fuori fosse anche peggio di quel che ho conosciuto qui? Chi mi assicura che tu non stai solo cercando di ingannarmi?”. A questo punto una ragazzina spunta dal fondo del gruppo e guardando dritta negli occhi del vecchio, con voce esile e dolce dice: “Io ti credo perché non vedo alcun senso in tutto ciò che questi uomini combinano qui. Nessuno vuole giocare con me, nessuno ride più. Sino a poco tempo fa trascorrevo le mia giornate in compagnia di alcuni bambini, ed eravamo sereni, ma ormai anche loro hanno iniziando a parlare delle stesse cose di cui parlano questi noiosi signori qui. Da allora non ridono più, non giocano più, non scherzano più. Dimmi sola una cosa, nonnino matto. Si può giocare in quel posto da cui tu dici di venire? E la gente ride o è triste come qua?”. Il vecchio, a questo punto, con le lacrime agli occhi risponde: “Piccola mia, nel posto in cui ora noi andremo l’unica cosa  che si farà per tutto il tempo sarà ridere e giocare, perché in quel luogo la gente non ha mai smesso di amare”. A questo punto la ragazzina, con un enorme sorriso e con occhi colmi di meraviglia, chiede: “Nonnino mostrami come si fa ad andare in questo luogo, perché qui non v’è più nulla che mi trattenga”.
I vecchietto ora prende un pennarello nero dalla sua tasca e scrive delle parole sulla maglietta bianca della piccina, poi dice: “Bambina mia, per arrivare in questo luogo non devi fare nemmeno un passo perché ci sei già, devi solo rispondere ad una domanda”.
“Dimmi pure nonnino”, afferma la bimba, e il vecchio riprende: “Come può un passero fuggire da una gabbia che non esiste?”. La bambina risponde: “Basta che provi a volare”. Il vecchietto: “Ma se è convinto che la gabbia sia vera e ormai non tenta nemmeno più di volare, cosa si può fare?”. La bambina riflette per qualche istante e poi dice: “Basta fargli prendere paura, magari con un colpo simile a quello di un fucile, così il suo vecchio istinto lo spingerà a volare nonostante l’inganno in cui è caduto il suo pensiero”.
A questo punto il vecchietto, con un gesto fulmineo, estrae una pistola dal suo giaccone e spara alla bambina in piena fronte.

Tutta sudata e tremante dal terrore, Sara salta in piedi dal suo letto, apre velocemente la finestra della sua camera e, stupendi, i primi raggi del sole le illuminano il viso. Si rincuora poi vedendo le maestose querce del parco giochi di fianco alla sua casa, dove va sempre con i suoi fratellini dopo la scuola. L’odore del caffè e dei biscotti appena fatti ora sale dalla cucina da dove sente le voci della sua mamma e del suo papà che stanno parlando. È una stupenda domenica di primavera, tutto è silenzioso e in pace. “Che terribile incubo ho avuto”, pensa fra sé. Si, perché è stato tutto solo un sogno, ed ora, tornata alla realtà va in bagno per lavarsi il viso, ma appena getta un rapido sguardo allo specchio compie un balzo all’indietro vedendo sulla sua camicetta da notte bianca una scritta fatta con un pennarello nero: “Prova sempre a volare perché i limiti sono solo illusioni della tua mente! Con amore, il tuo Nonnino Matto”.

Pier

 

Moglie, marito, famiglia, conflitti e ricerca della pace

Gianna ha chiesto: Che si sia in fase di ricerca spirituale o no, purtroppo o per fortuna, la nostra vita quotidiana prosegue ugualmente con svariate peripezie... Io, per esempio, mi scontro spesso con mio marito, secondo me, per delle stupidaggini. Lo detesto sempre di più, visto che è da lui che partono queste assurde discussioni accompagnate da offese e brutte parole. Le prime volte mi sentivo crollare il mondo addosso. Scoprire il mio amato uomo così diverso, inferocito, ingiusto e sempre convinto d’avere ragione per me era una cosa inaccettabile. Adesso, quando capita, sento una tristezza immensa, perché vedo che inciampiamo sempre sugli stessi “sassolini”, e sento che dopo queste brutte cadute non potrò mai condividere con il mio compagno i miei pensieri "spirituali", nonostante lui sembri in grado di comprendermi, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più. Lo so che la ricerca spirituale è un percorso individuale, e che nessuno può cambiare qualcuno, che possiamo solo cambiare il nostro atteggiamento per riuscire a stare sereni ed evitare le collisioni. A dirlo sembra così facile, ma non lo è affatto! Quale consiglio daresti alle persone, che come me, desiderano proseguire nella ricerca spirituale senza finire per detestare chi ci sta intorno o, peggio ancora, diventare indifferenti nei loro confronti. Non sarà forse proprio il mio cambiamento a infastidire ancora di più? Si tratta di una, per così dire, rivoluzione interna, ma le rivoluzioni, lo sappiamo, non sono mai silenziose. In sostanza: come possiamo rivoluzionare la nostra vita senza spargere veleni e trovando una felicità e un’armonia sia in noi stessi che con il mondo che ci circonda? Per cambiare il mondo bisogna cominciare da noi stessi?

Pier ha risposto: Carissima Gianna, ormai è un po’ di tempo che procediamo insieme lungo i misteriosi sentieri dell’indagine esistenziale, e mi fa molto piacere vedere con quanta determinazione e sincerità tu stia ricercando un equilibrio, sia dentro che fuori. Sono certo che se proseguirai con questa motivazione, fra non molto vedrai i frutti del tuo lavoro, ma vi sono ancora diverse cose che vanno chiarite, approfondite, comprese e superate. Tu dici: “Che si sia in fase di ricerca spirituale o no, purtroppo o per fortuna, la nostra vita quotidiana prosegue ugualmente con svariate peripezie”. Certo, non v’è alcun dubbio su questo. Le peripezie della vita non finiranno mai. Anche quando realizzerai il tuo potenziale spirituale, la vita non smetterà d’essere funambolica, per il semplice motivo che la vita è per sua natura imprevedibile, avventurosa, mutevole e misteriosa. E per fortuna che le cose stanno così, altrimenti ti immagini che noia sarebbero le nostre esistenze? Esistono molte persone che si chiudono completamente alla vita, che si confinano in una routine immutabile, in poche assolute certezze e povere relazioni, ma osservale con attenzione: sono morti viventi, paralizzati dal terrore del nuovo, del diverso, dell’imprevedibile. Abbiamo un'unica possibilità: entrare in armonia con il “battito del cuore della vita”. Prima che la morte, la malattia, l’imprevedibile e l’incomprensibile vengano a frantumare le nostre inutili difese, iniziamo noi stessi ad abbattere i nostri limiti, per entrare volontariamente nel segreto più intimo dell’esistenza. Chi apre le braccia alla vita non teme più alcun male, viceversa chi stringe i pugni e chiude gli occhi non è in grado di ricevere nemmeno il dono più sublime.

Tu dici: “Io, per esempio, mi scontro spesso con mio marito, secondo me, per delle stupidaggini. Lo detesto sempre di più, visto che è da lui che partono queste assurde discussioni accompagnate da offese e brutte parole”.

Ti scontri per delle stupidaggini? Ma se le riconosci veramente come delle stupidaggini per quale motivo ti scontri? Spesso le cause scatenanti dei conflitti non hanno nessuna significato in sé, sono unicamente dei pretesti per perpetrare uno scontro che nasce da cause ben più profonde e taciute. È come se un razzista picchiasse una persona di colore, poi, una volta preso dalla polizia, giustificasse il suo gesto affermando che l’uomo aveva gettato una carta sul marciapiede e che lui non sopporta la maleducazione. Capisci? Quando in famiglia o nella coppia si litiga continuamente per delle scemenze, dietro si nascondono ferite che non siamo ancora riusciti a vedere e comprendere. Il problema reale non sta mai nelle stupidaggini, nelle cartine per terra! Come potrebbe essere così? Se fossero unicamente delle stupidaggini non ci si scontrerebbe. Guarda dentro di te e in lui cosa realmente muove questi scontri, e quando avrai sotto agli occhi la reale causa del vostro conflitto, solo allora potrai fare qualcosa di veramente risolutivo.

Dici di detestarlo sempre di più poiché pensi partano da lui queste assurde discussioni. Ma per discutere bisogna sempre essere in due, non si può discutere da soli, altrimenti ci si sentirebbe degli sciocchi. Se tu volessi fare una gara a braccio di ferro e io non volessi giocare, come potrebbe iniziare il gioco di forza? Tu potresti costringermi con la forza a sedermi sul tavolo, potresti prendermi la mano e schiacciarmela sul tavolo due, tre, dieci volte, ma se io non mi coinvolgessi, se non opponessi resistenza, per quanto potrebbe durare questo gioco? Quanto tempo ci metteresti a comprendere la stupidità di quel che stai facendo?

Poco, ma il più delle volte i nostri conflitti sono giochi dell’ego che vogliamo entrambi, salvo poi accorgerci in vecchiaia d’aver sprecato l’intera nostra vita in cose inutili.

Cerca di capire cosa ti ferisce di quel che lui dice. Per il momento lascia perdere completamente tuo marito. Lui, per ora, quando litigate, prova a vederlo solo come una parte indispensabile per proseguire la tua comprensione personale, per approfondire la tua conoscenza di te. Lui dice qualcosa, senti che in te nasce un disagio, un fastidio, bene, ascolta questo fastidio, lascialo parlare e lascia che ti spieghi da dove nasce, perché viene, lascia che ti racconti la sua storia. Non giocare a braccio di ferro, non raccogliere la provocazione esterna, ma accogli la sfida interiore, scopri perché senti questo desiderio di giocare a braccio di ferro. Qui non centra niente chi ha torto o ragione, qui centra solo chi è libero e consapevole e chi è schiavo di vecchi meccanismi.

Dici inoltre: “Adesso, quando capita, sento una tristezza immensa, perché vedo che inciampiamo sempre sugli stessi “sassolini”, e sento che dopo queste brutte cadute non potrò mai condividere con il mio compagno i miei pensieri "spirituali", nonostante lui sembri in grado di comprendermi, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più”.

Dal mio punto di vista condividere i pensieri spirituali è aria fritta. Se usate la vostra relazione per comprendervi sempre di più, per superare i conflitti, vedrai che i cambiamenti arriveranno. Se inizi a muoverti verso la comprensione di te e delle tue relazioni, chi ti sta vicino, o viene con te o si allontana, tu non devi preoccuparti d'altro, tutto accade spontaneamente. Se la persona che ho accanto non alimenta più la mia ira, il mio malumore e la mia inconsapevolezza, sono costretto a vedere che tutte queste brutture sono solo dentro di me e non in chi mi circonda. A quel punto, o cambio o mi vado a cercare qualcun’altro disposto a giocare al mio triste e stupido gioco. Ma tu dici anche che quest’uomo: “sembra in grado di comprenderti, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più.

Se inizi a creare libertà e serenità dentro di te, vedrai che aumenterà anche la compassione e l’amore per i limiti e le difficoltà degli altri, di tutti coloro che ti circondano, compreso tuo marito. La consapevolezza non può mai renderci insensibili o portarci a detestare chi ci circonda. La ricerca spirituale, se si sta muovendo nella giusta direzione, può solo condurci ad una maggiore sensibilità e libertà.

 
Un abbraccio,
Pier

 

L'inizio della ricerca spirituale

Spero che il ripercorrere il tempo in cui muovevo i primi passi spinto dalla sensazione di vivere prigioniero d’una specie d’incantesimo possa essere d'aiuto e conforto per tutti coloro che oggi si trovano nelle mie condizioni d’allora. In quegli anni avevo tempo per pensare, guardare, riflettere e rimanere un po’ solo con me stesso. Non che lo volessi, ma forse per semplice pigrizia mi capitava di preferire il divano alla confusione dei locali nel fine settimana, o la terrazza di casa alle frenetiche settimane di metà agosto. Fu proprio durante quei momenti di solitudine che iniziai a percepire qualcosa in me che chiedeva la mia attenzione, e nonostante cercassi di riaccodarmi, silenzioso e disciplinato, lungo la comune via, il cicalare che sentivo tutto intorno a me si era ormai fatto così palesemente grottesco da non permettermi più di tornare a dormire. Come dicevo, il caso mi concesse lunghi tempi morti, ore di solitudine, d’immobilità, che probabilmente andarono a spezzare quel, altrimenti meccanico e perpetuo, movimento che m’ero abituato a chiamare vita. Durante quelle pause mi capitava di confrontarmi con pensieri che già altre volte mi avevano fatto visita, ma mai cosi vividi e persistenti. Certo, erano tutte cose che già sapevo, ma prima d’allora erano sempre state solo sterili notizie, eventi lontani, mai qualcosa di così reale, vicino, se non addirittura intimo e personale. Iniziai a sentire tutta la violenza, la paura e il dolore che mi circondavano e penetravano. Dietro i sorrisi e le frasi di rito che cristallizzano i nostri rapporti iniziavo a scorgere il vuoto e la solitudine interiore delle persone. Iniziai a vedere in modo chiaro e diretto come tutti noi viviamo presi all’amo da ideali e desideri privi d’ogni significato. Fu così che in quel periodo qualcosa in me iniziò a cambiare, sino a farmi capire d’esser sempre vissuto come un dormiente fra una moltitudine di sonnambuli. Quella sensazione di disagio e irrequietudine che da sempre aveva mormorato timidamente in me, ad un tratto iniziò a gridare furiosa. L’evidenza dei fatti era sempre stata di fronte ai miei occhi, ma sino ad allora non ero mai stato pronto ad accettarla. Televisioni, quotidiani, riviste, radio e tutti quegli organi che paradossalmente chiamiamo d’informazione, mentre tutto questo accade, non trovano niente di meglio che l’occuparsi della vita sessuale di qualcuno, delle quisquilie dell’ultima gazzarra parlamentare o dei tristi quanto inutili retroscena di un omicidio. Parlano del grasso che cresce sui sederi delle persone, di alberghi di lusso, crociere per milionari, mentre noi stiamo lì a ingurgitare tutto, seduti su divani imbottiti di rate, protetti da case che saranno di proprietà d’una banca per i prossimi trent'anni. Ci comportiamo come se abitassimo in un altro pianeta, come se le grida di tutti coloro che in questo istante vengono uccisi, violentati, torturati, strappati dalle proprie famiglie non dipendessero anche dalle nostre scelte, dai nostri stili di vita, da quel che accettiamo di credere e sostenere o da quel che continuamente proviamo a negare. Ci siamo lasciati completamente inebetire e derubare d’ogni tempo necessario per riflettere, pensare, discutere. Non siamo più capaci d’alcuna empatia? Abbiamo mai provato a calarci per un secondo, con il cuore e la mente, in ciò che può provare un madre mentre, con i suoi bambini tenuti per mano, deve fuggire dalla sua casa, dalla sua terra, e incamminarsi verso l'ignoto o attraversare un mare che non garantisce l'alba del giorno dopo? Siamo ormai divenuti totalmente incapaci di distinguere il falso dal vero, la vita dalla morte, l’amore dall’odio, i film dalla realtà? A malincuore devo dirvi, amici miei, che lungo il mio cammino trovo sempre più uomini che non posso dire vivi, ma che non posso nemmeno chiamare morti. Sembra che fra noi umani si sia diffusa una specie d'epidemia capace di spegnere la vita delle persone prima che la morte abbia bussato alle loro porte.
Credo che questo "Male" sia cresciuto attraverso i secoli assumendo forme sempre differenti, senza far troppo rumore, riuscendo così a rimanere nascosto. Se a questo "Male" voi foste immuni, avrete già inteso ciò di cui sto parlando, perché sono proprio quelli ancor capaci di sentire, che pienamente comprendono la miseria di coloro che non sono nemmeno coscienti del loro soffrire.

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