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Sulla crisi economica, la sfiducia e l’incertezza: “Il manifesto del vero rivoluzionario!”

Luce fra le nuvole Dobbiamo imparare a vivere il presente in modo totale, senza preoccuparci per il futuro e per il passato, liberi dall'egoismo e dagli istinti animaleschi che ancora ci abitano. La maggior parte della persone, invece, vive mentalmente confinata in piccoli anfratti del tempo a causa di un'inconscia paura per il futuro, per l'impermanenza che caratterizza ogni aspetto delle nostre esistenze e per il terrore della morte che inevitabilmente ci attende. Inconsciamente le persone percepiscono tutte queste cose, ma la paura che provano all'idea di doverle affrontare le spinge a rifugiarsi in una sorta di vita ristretta, che paradossalmente le rende ancor più lacerate da angosce, rabbie, timori e desideri di controllo e potere. La maggior parte delle persone non vive nel presente ma "alla giornata", non molto diversamente dalle galline.

L’uomo libero e consapevole vive nell'istante, nell'eterno presente, perché ha trasceso il tempo, perché ha saputo completamente vedere e comprendere la natura impermanente di tutte le cose e, di conseguenza, la futilità dei nostri vischiosi attaccamenti e di tutte le sciocche ossessioni che ne derivano. Contrariamente l'uomo inconsapevole nemmeno sa di vivere prigioniero del tempo poiché la tremenda paura che inconsciamente sente nei confronti dell'immensità e dell'ineffabilità del mistero dell'esistenza lo spinge a creare un mondo immaginifico che è costretto poi a difendere con tutte le sue forze dalla continua intrusione della realtà...

 

Come risolvere i conflitti: una risata è la risposta

storia zenC'è un'antica tradizione in alcuni monasteri Zen del Giappone, secondo la quale se un monaco errante può vincere un dibattito sul Buddhismo con uno dei monaci residenti, acquisisce il diritto di pernottare una notte, altrimenti deve proseguire il suo cammino.

Vi era uno di questi monasteri nel Nord del Giappone tenuto da due fratelli; il più anziano era molto istruito, e il più giovane era piuttosto stupido, in più orbo di un occhio.

Una sera un monaco errante capitò da quelle parti per chiedere ospitalità. Il fratello maggiore era molto stanco, poichè aveva passato tutto il giorno a studiare, perciò disse al più giovane che doveva essere lui ad affrontare il dibattito. "Abbi cura che il vostro dialogo avvenga in silenzio", lo ammonì.

Alcune ore dopo il viandante si presentò dal monaco più anziano dicendo: "Vostro fratello è proprio un tipo straordinario! Ha vinto il dibattito in modo assolutamente geniale, così ora devo andarmene, non mi è più possibile rimanere". "Prima di andarvene", disse il fratello più anziano, "vorreste essere così gentile da raccontarmi com'è andato il dibattito?".

 

 

"Beh", disse il viandante, "per prima cosa io ho sollevato un dito per simboleggiare il Buddha. Allora il vostro giovane fratello ha alzato due dita, che stavano a rappresentare il Buddha e il suo divino insegnamento. Così ho sollevato tre dita ad indicare il Buddha, il suo divino insegnamento e i suoi discepoli. A quel punto il vostro sagace fratello agitò il pugno chiuso davanti alla mia faccia, ad indicare che tutte queste tre cose provengono da un'unica realizzazione" E con queste parole il viandante partì.

Alcune ore più tardi il giovane monaco comparve davanti al fratello con aria afflitta. "Mi è parso di capire che hai vinto il dibattito", disse il fratello più anziano. "Non ho vinto niente", rispose, "quel viandante era proprio un villano". "Toh", esclamò l'altro, "raccontami come è andata..." "Sai che ha fatto", proseguì il giovane, "appena mi ha visto ha alzato un dito per insultarmi, per farmi notare che sono orbo di un occhio. Ma ho pensato che, poichè era un forestiero, era mio dovere comportarmi educatamente, così ho alzato due dita per congratularmi con lui che di occhi ne aveva due. A quel punto quello screanzato ha alzato re dita per farmi capire che in due avevamo solo tre occhi, così non ci ho visto più... sono diventato pazzo di rabbia e l'ho minacciato di spaccargli il muso con un pugno".

L'anziano fratello rise.

 

Questo è vero amore o una delle tante storie?

coppia2Haly ha chiesto: Caro Pier, come posso sapere se la relazione che sto vivendo è una storia veramente basata sull’amore o è solo una delle tante storie?

Pier ha risposto: Mia cara Haly, quante volte abbiamo parlato, tu e io, dell’amore e della libertà? Molte! Eppure sei ancora piena di dubbi e paure. E da questa tua domanda si capisce bene perché vivi ancora nell’incertezza. Tu sei ancora centrata verso l’esterno, verso l’altro. Vuoi prima capire se chi ti sta accanto è innamorato di te, per poi forse decidere di aprire il tuo cuore. Ma se ti muovi in questo modo l’unica cosa che posso dirti con certezza è che il tuo amore non prenderà mai il volo e che anche questa diverrà una delle tante storie. Rifletti attentamente: perché le relazioni passate le definisci come “le tante storie”? Perché i tuoi incontri del passato non si chiamano: Marco, Francesco, Giulio…, ma sono tante storie senza colore, odore e sapore? Per me la risposta è semplice: sono tante storie, perché tu non hai mai vissuto veramente e pienamente quegli incontri!

Sei sempre rimasta in disparte a valutare se era o meno il caso di lasciarsi andare, ma tale certezza non la potrai mai avere! Com’è possibile sapere se una persona ti ama veramente se nemmeno tu sai se lo ami veramente, e perché dovrebbe essere proprio l’altro a fare il primo passo se tu ti avvicini a lui guardinga, sulla difensiva? È per questo che la maggior parte delle relazioni muoiono senza esser mai nate! E tutto ciò che muore prima d'esser giunto al suo apogeo, lascia dietro di sé un senso di fallimento, di promessa mancata, di delusione, di spreco. Non è forse così che ci si sente? 

Come ti ho sempre detto, l’amore è come la piena di un fiume, non puoi decidere il giorno e l’ora in cui verrà, perché ciò dipende da moltissime cose. Dipende dalla stagione, da quanta neve è caduta durante l’inverno, da quanto abbondanti sono state le piogge… L’unica cosa che noi possiamo fare è rimanere vigili e pazienti seduti sull’argine del fiume pronti a saltarvi dentro quando l’acqua giunge abbondante e cristallina. Ma per saltare dentro a un fiume in piena bisogna avere molto coraggio e voler giungere sino alla foce, là dove i confine svaniscono e la tua piccola identità si dissolve nella grandezza delle maree. Non chiederti mai come puoi sapere se ciò che stai vivendo è solo una delle tante storie o è la storia delle storie, perché nel momento stesso in cui inizi a volere che qualcosa non finisca stai già creando tutti i presupposti per il suo funerale. 

Se un'aquila mentre è in volo iniziasse a pensare a quale certezza si può aggrappare, per non dover mai rischiare di cadere, non credi che la prima cosa che farebbe sarebbe ritornare immediatamente al suolo, e lì rimanere a pensare e ripensare continuamente? Mio Dio! Diventerebbe certamente un buon pensatore, ma non sarebbe più un’aquila. E tu cosa vuoi diventare, una filosofa inaridita dai vortici dell’inconcludente pensare o una donna che sa volare alta nel cielo portata dalle correnti dell’amore?

L’amore non si chiede mai se viene ricambiato, ma si chiede sempre e unicamente se sta dando abbastanza. L’amore non si chiede mai se durerà per sempre perché nel suo stesso essere non conosce l’ombra del tempo. Quando l’amore accade, nemmeno si guarda alle spalle per paragonare le vecchie esperienze, perché quando giunge, come la piena di un maestoso fiume, sente sempre d’essere unico e irripetibile, ma mai migliore o superiore.

Cara Haly, perché stai ancora pensando a come proteggerti quando non v’è nulla per cui valga la pena combattere in amore. L'amore non è una guerra, anche se molti lo credono! Se ti proteggi sempre forse non soffrirai mai troppo, ma quando i giorni della tua vita staranno per finire cosa te ne sarai fatta di una vita spesa a difenderti? Non credi che in quel tempo il rimpianto potrà essere una sofferenza ben più grande di qualsiasi altro dolore che la giovinezza avrebbe potuto darti, perché nulla sarà più rimediabile?!

 

I più furbi sono sempre i primi nella corsa degli stupidi!

La gara dei furbi Luigi ha scritto: “Perché i più furbi e spietati sono sempre i primi in questo mondo?”

Pier ha risposto:La tua domanda mi fa venire in mente una simpatica storiella. <<Un’elegante signora entrò nella banca più importante della sua città e andò direttamente all’ufficio del direttore che era impegnato in un colloquio con una coppia di anziani da sempre suoi clienti. La donna, arrogante e spavalda, aprì la porta a vetri dell’ufficio e, prima che qualcuno potesse dire qualcosa, rivolgendosi ai due clienti, perentoria esclamò: “Voi due, fuori da qui! È tempo di fare veri affari. I vostri quattro risparmi possono anche aspettare!” Il direttore, allibito, si alzò in piedi e rosso in viso per la vergogna e la rabbia replicò: “Ma lei chi si crede d’essere. Io sono il Direttore Generale di questa banca e questi sono due miei stimatissimi clienti da sempre. Come si permette, vada subito fuori da qui o chiamo la sicurezza!”.

A quel punto la donna, impassibile, ribatté: “Mio caro direttore, per quanto stimati siano questi due, io non ho tempo da perdere e se lei mi da cinque minuti le potrei far guadagnare 200.000 euro in meno di ventiquattro ore, decida lei!” Il Direttore, a quel punto, un po’ imbarazzato ma convinto della possibilità dell’affare dal tono deciso della giovane donna, rivolgendosi ai suoi due vecchi clienti disse con voce gentile: “Scusatemi signori miei ma vedendo la scortesia e la cocciutaggine di questa signorina vi chiedo cortesemente se vi fosse possibile lasciarmi solo con lei due minuti per cercare di riportarla alla ragione e alle buone maniere”. I due anziani signori, scocciati, si diressero verso la sala d’attesa. Non appena richiusa la porta, la donna replicò: “Io sono certa che lei ha i testicoli triangolari!”. “Ma come si permette” ribatté il direttore, “ora la faccio veramente sbattere fuori”. “Aspetti un secondo mio caro Direttore, scommetto 200.000 euro che se domani ritornerò qui da lei e mi lascerà toccare un secondo i suoi attributi, proverò che lei ha i testicoli triangolari. Sono disposta a firmarle una dichiarazione subito. Se avrò ragione lei mi darà solo 10.000 euro, ma se non sarà come credo, io le dovrò dare 200.000”, affermò nuovamente la giovane donna, decisa più che mai. A quel punto il Direttore, allettato dalla sfida e certo di non avere i testicoli triangolari, accettò la proposta, e alla presenza di un notaio i due firmarono l'accordo. Alle otto in punto del giorno dopo la donna entrò nella banca in compagnia di un distinto signore. “Buongiorno mia cara, vedo con piacere che mantiene le sue promesse, ma chi è questo egregio signore qui con lei”, chiese il Direttore. “Questo è il mio avvocato. È qui solo per vedere che tutto accada correttamente. Bene, possiamo iniziare”, ribatté lei. “Ma prego, faccia pure” replicò il Direttore soddisfatto e convinto di sé.

A quel punto la signora calò piano i pantaloni del direttore, poi le mutande e, felice più che mai, gli strinse i testicoli voltandosi compiaciuta verso il suo avvocato, il quale cadde a terra svenuto. “Mio Dio, cosa gli è successo”, esclamò il Direttore cercando di ricomporsi in fretta. “Oh nulla, è un semplice malore” replicò la donna, “ieri ho scommesso con lui un milione di euro che entro le nove di questa mattina avrei tenuto per le palle il Direttore Generale della banca”>>.

Caro Luigi, le ricchezze materiali sono limitate, ed è proprio la loro natura limitata a renderle ambizione degli avidi. L’avidità infatti nasce in relazione a ciò che è finito, esauribile, dominabile e sfruttabile. Ciò che è indomabile e illimitato, l’individuo avido tenterà sempre e solo di distruggerlo, poiché tutto quel che non può possedere e dominare gli rispecchia continuamente la sua impotenza e piccolezza!

Gandhi disse: “La terra è abbastanza ricca per soddisfare i bisogni di tutti, ma non l’avidità di ciascuno.” Ecco in una frase la risposta ad ogni nostra domanda. Chi partecipa alla corsa dei furbi corre unicamente mosso dall’avidità, ma in una gara di questo genere solo pochi possono stare alla testa del gruppo dove, nei fatti, nessuno giunge mai al traguardo, poiché una fine, per chi vuole sempre di più, non può mai arrivare, altrimenti terminerebbe il senso stesso della motivazione che dà vita alla gara. Vista in questo mondo la corsa dei furbi è, in realtà, un girotondo di stupidi! Diversamente, se intraprendiamo il viaggio delle persone intelligenti, tutti giungeremo al traguardo e saremo primi, perché questo viaggio nasce dal nostro più intimo e profondo bisogno d’amore e condivisione, e termina nel centro della nostra coscienza, dove ognuno di noi può giungervi, libero e felice senza competizione alcuna.

Intelligenza e furbizia non sono la stessa cosa. La furbizia è uno sforzo, mosso esclusivamente dall'avidità, per raggiungere uno specifico obbiettivo. L’intelligenza invece è l’espressione della nostra capacità di riconoscere la natura indivisa dell’Esistenza e di amare.

Quando realizziamo che nulla in realtà vive separato dal nostro stesso esistere e sentire, nessuna nostra azione potrà mai più esprimersi attraverso le forme dell’avidità, del dominio e della violenza. Ciò che è fuori di noi è solo un riflesso di quel che è dentro, e ciò che facciamo a chi pensiamo diverso e sempre anche qualcosa che stiamo facendo a quel “noi stessi” che ancora non conosciamo. Se ciò è compreso e visto profondamente ogni forma di conflitto e prevaricazione diviene impossibile.

Un abbraccio,
Pier

 

Sulla solitudine interiore, l'impermanenza e l'effimero

La società come pedine del dominoAntonella ha chiesto: Ciao Pier, da quando ho iniziato il percorso interiore, sento sempre più il bisogno di stare sola, allontanando sempre più l'effimero. Ma tutto è effimero guardando con il concetto di impermanenza. Come conciliare la quotidianità?

Pier ha risposto: Cara Antonella, il bisogno di solitudine, quando si inizia il proprio viaggio alla scoperta di sé e della vita, ritengo sia un fatto inevitabile, proprio perché la ricerca spirituale, nella sua essenza, è totale accettazione e sperimentazione della natura solitaria del nostro Essere. Quando entriamo in noi stessi scopriamo che la solitudine è la natura della nostra Essenza e che proprio grazie a lei ci è possibile essere veramente liberi e amare. Per amare è indispensabile riappropriarsi della solitudine interiormente, altrimenti si finirà sempre per dipendere e possedere, ma per poter incontrare e godere la propria solitudine bisogna, più d’ogni altra cosa, desiderare la libertà.

Viviamo la nostra solitudine interiore, coltiviamola, lasciamola crescere, sino a farla divenire una maestosa montagna dalla quale poter osservare, liberi dalle opinioni, dalle assordanti chiacchiere del pollaio che si estende giù a valle. Ma la solitudine di cui parlo, nasce sempre e solo dall’imparare a stare con gli altri rimanendo centrati nella propria consapevolezza, nella propria libertà di pensare, parlare e sentire. La solitudine di cui parlo non è isolamento dal mondo o dalle proprie emozioni, ma è quel grande distacco necessario a osservare e comprendere totalmente e profondamente ogni cosa, per poterla poi affrontare e vivere in piena libertà e con sensibilità. La solitudine di cui parlo mostra la sua realizzazione solo se cresce tanto quanto in noi cresce l’amore e la comprensione per chi ci sta accanto.

Nella tua domanda dici: “Sento sempre più il bisogno di stare sola, allontanando sempre più l'effimero. Ma tutto è effimero guardando con il concetto di impermanenza. Come conciliare la quotidianità?” Dal mio punto di vista nulla è effimero in questa vita, le cose divengono effimere unicamente quando vengono utilizzate strumentalmente dalla nostra mente per il raggiungimento dei suoi scopi. Quando ci abbarbichiamo alle cose, alle persone, alle situazioni, ai posti, alle memorie, è solo allora che, pensando all’impermanenza di ogni cosa, tutto ci appare effimero. Ma tale interpretazione è corretta? Effimero semanticamente significa unicamente “di breve durata”, ma noi quando usiamo tale concetto vi aggiungiamo sempre un senso di insignificanza, di dolore e tristezza, non è vero? Ecco allora che il problema sta in noi e non nelle cose. Noi dividiamo la vita fra ciò che ci dà piacere e ciò che ci dà dolore, ritenendo poi effimero, cioè insignificante, ciò che ci dà piacere perché lo scopriamo di breve durata, e definendo insensato e ingiusto ciò che ci dà dolore perché non combacia con il nostro desiderio. Ecco allora che riduciamo la vita a un mezzo per i nostri scopi che non ci soddisfa, rimanendo confinati fra la percezione di un piacere effimero e di un dolore ingiusto. Un rapporto sessuale, un amore, un bacio, un sorriso, un fiore, un tramonto sono cose effimere, questo pensiamo quando iniziamo a comprendere l'impermanenza delle cose. Ma non diciamo mai che la morte è effimera, il dolore o le gravi conseguenze fisiche di un incidente stradale sono effimere, queste cose, per noi, sono sempre ingiuste, insensate.

Ciò che ci fa soffrire dilata immensamente il tempo, sembra eterno, sembra che non debba finire mai. Pensa a una vita in carrozzella, nessuno direbbe mai che è cosa effimera, ma facilmente useremmo parole come: che dura prova, che strazio, che forza, che tormento… Effimero non sembra addirsi al dolore, eppure anche questo è impermanente, ma noi non ce lo ricordiamo mai, per il semplice motivo che la nostra mente ha deciso a priori ciò che è bene e ciò che è male poiché legge la vita partendo sempre dai suoi apriori. Ma io sostengo che nulla è effimero se vissuto e sperimentato sino all’ultima goccia. Un bacio, se dato con amore e passione, non può avere fine, anche se l’evento fisico non dura più di qualche secondo. Un sorriso, se nasce dall’anima e raggiunge il cuore di un'altra persona, crea un ponte che nessuna guerra può abbattere, nemmeno la morte. Chiamiamo effimere le cose del mondo perché le nostre menti non riescono a vedere oltre la superficie mutevole del corpo della vita. Dobbiamo quindi imparare a guardare e sentire attraverso lo specchio limpido della nostra coscienza, perché solo così potremmo scoprire l'armonia nascosta dietro alla superficie mutevole del mondo!

Mi chiedi: "Come conciliare la quotidianità?" Non dobbiamo conciliare nulla, smettiamo semplicemente di dividere la realtà e vedremo che tutto è sempre stato perfettamente conciliato in se stesso. Vivi totalmente, ama totalmente, soffri totalmente e la parola effimero non farà mai più parte del tuo vocabolario interiore.

 
Un caro saluto,
Pier

Il divino non è conoscibile

Pier: Cercare di liberare chi è caduto nel labirinto dei propri pensieri usando la logica e la ragione è come cercare di liberare un uomo legato con delle corde usando ago e filo. Ciò che serve in questi casi è unicamente il coltello!

La più grande scoperta che il pensiero può fare sulla realtà umana è comprendere che esso non è la porta attraverso cui possiamo passare per giungere alla “radura dell’essere”. Il pensiero può essere solo un veicolo che utilizziamo per una certa parte del tragitto, sino a quando comprendiamo che è esso stesso a creare e alimentare la prigione entro cui vive la nostra coscienza. È paradossale, lo so, ma le cose stanno così: l’uomo indaga il mondo e se stesso attraverso il pensiero, ma è proprio il pensiero che gli impedisce di entrare in contatto con la propria realtà interiore, allo stesso tempo, però, è anche sempre e solo il pensiero che lo può incamminare verso quella realtà.

Per vedere la verità di questo fatto dobbiamo comprendere come opera il nostro pensiero, dobbiamo osservarci in continuazione per cogliere tutti i fenomeni che accadono quando la nostra mente elabora, interpreta e legge l’esistenza. Come dice Haiddeger : "La realtà di cui Noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una realtà conosciuta e creata da Noi". Questo è assolutamente vero! Noi non conosciamo nulla per quello che è, ma unicamente per come noi lo percepiamo e pensiamo.

Ora, chiedersi come sia realmente ciò che esiste, al di là del nostro modo di conoscere, è una di quelle tipiche “domande vuote” che può partorire unicamente il nostro intelletto, per il semplice motivo che esso si muove slegato da un sostrato unitario e organico. Cerco di spiegarmi meglio. Il pensiero opera attraverso la frammentazione del corpo indiviso dell’esistenza. Il pensiero divide il tutto attraverso la registrazione, in forma verbale e di pensiero, degli stimoli che il nostro organismo subisce quando entra in relazione con l’accadere dei fenomeni quotidiani. Ecco però che già dire "l’accadere dei fenomeni quotidiani" è una frammentazione bella e buona del nostro pensiero.

Se ci pensiamo, infatti, tutto ciò che viviamo ogni giorno della nostra vita, non è mai l’accadere di vari eventi e fenomeni, ma un continuo accadere dell’evento "vita", del fenomeno "esistenza". Siamo solo noi, attraverso il nostro pensiero, a fermare alcuni eventi, a registrare unicamente certe esperienze, a cogliere sempre singoli frammenti, ma se, per un istante dovessimo osservare l’effettivo movimento delle cose, vedremmo che il nostro organismo, ma ancor più la nostra coscienza, esistono in una continua relazione unitaria con l’esistenza. Il nostro respiro si muove fluido, indivisibile, come il nostro battito cardiaco, il nostro vedere, il nostro ascoltare, il nostro toccare e, cosa più importante, il nostro essere sempre colui che sperimenta tutto ciò che avviene.

Il nostro corpo è totalmente coinvolto nell’accadere di quel “tutto organico” che è la vita. È sempre e solo il nostro pensiero che può muoversi slegato da ciò che sempre esiste e accade nel “qui e ora”. Solo il pensiero, che altro non è se non memoria, può attardarsi sullo ieri, può volare verso un domani che mai sarà come pensato, può generare scienza, può scrivere leggi che collimano con segmenti di realtà. È solo la mente, attraverso il pensiero, che può chiedersi come esiste il mondo che vive al di là della mente, proprio perché la mente è uno strumento frammentario. Ma se esiste un qualche cosa di divino, quel qualcosa non potrà certo rientrare entro gli schemi di un fenomeno limitato e limitante come il nostro pensiero. Ecco allora che chi cerca di comprendere il divino compie un’azione fallimentare a priori. Sarebbe come cercare di raccogliere l’oceano con le mani. Il divino non è un qualcosa che possa essere conosciuto, proprio perché la sua realtà comprende e si estende oltre l’attività conoscitiva del pensiero.

L’unica cosa che il pensiero può fare è comprendere come esso stesso opera, e quando giunge alla comprensione della propria finitudine e impotenza nei confronti dell’immensità della vita, può auto-sospendersi. Quando il pensiero cade, solo allora la nostra coscienza è in grado di riconnettersi al flusso costante degli eventi, esperendo così un senso di appartenenza viscerale e totale alla vita. Tale esperienza però non ha nulla a che vedere con le logiche del pensiero, ne con le percezioni derivanti dal nostro organismo, ma è un accadimento profondo, tutto interno al nucleo più segreto dell’animo umano, quel nucleo che racchiude l’essenza stessa della vita, quel nucleo che è la reale identità che si nasconde dietro ogni nostro sentire, agire e pensare. Il divino, dal mio punto di vista, può unicamente essere un qualcosa che si può sperimentare, vivere, sentire, di momento in momento, ma mai e poi mai capire!

Ho studiato per anni le varie scuole psicologiche e filosofiche, mi sono pure laureato in filosofia, ma ogni giorno che passava sentivo che la maggior parte di tutto quel che apprendevo, invece di avvicinarmi alla pace, all’equilibrio e alla realtà della vita, mi allontanava sempre più dall'esistenza, facendomi divenire sempre più rigido, arrogante e saccente. Dal vedere tutto ciò, lentamente, ho compreso i limiti e i pericoli del “pensiero”. Ora non voglio più capire nulla o ricercare un dio o una verità che sarebbero sicuramente e unicamente il parto della mia piccola e impaurita mente o della mente di qualche individuo ritenuto saggio. In questo lento abbandono sento che è la vita stessa a venirmi a cercare, a volermi parlare e volersi raccontare. Ma questo suo confidarsi e disvelarsi non avviene mai attraverso parole, ma sempre e solo attraverso il silenzio.

È anche vero però che solo dopo aver pensato l'impensabile e ricercato l'impossibile la mente è pronta a deporre le sue armi. Chi non ricerca senza sosta, consumando completamente la propria ragione come il proprio dubbio, cade unicamente in cechi fideismi e convinzioni.

 

Madre e figlia: dipendenza e libertà

fiore

Sladjana ha scritto: Mia madre; mia madre è completamente diversa da me! Come madre le si potrebbero trovare mille difetti, ma solo dal mio o dal tuo punto di vista, perché lei ha fatto quello che poteva, entro i suoi limiti, ed io l’ho capito da tanto tempo, infatti, "andavamo e andiamo d'accordo". Meschinità, invadenza, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo. Ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute. Faccio questo, perché ho sempre visto mia madre come una vittima, perché era figlia di un tempo, forse meno amata dei suoi fratelli perché femmina, perché si è sposata molto giovane e ha fatto una vita di sacrifici, perché ha sposato un uomo piacente e basta, perché non ha mai lavorato fuori casa e non mi ha mai lasciato senza un pasto caldo? Perché mio padre non le ha mai regalato quei tanto amati fiori, perché è andata sotto la pioggia battente a raccogliere per me le ciliege, perché è ammalata e sempre più indifesa? Mi sento sempre in debito con mia madre, nonostante io fossi la figlia "buona" che ha sempre cercato di non darle troppi grattacapi, in qualche modo sento di averla lo stesso delusa e ferita, (compresa la mancanza di un figlio mio). Mi rendo conto che tutto questo dà l’idea di un rapporto patologico, ma secondo me lo è solo in quanto tutti i rapporti, se vengono analizzati bene, possono sembrare tali. Ma allora, di che cosa si tratta? Forse è semplicemente un amore incondizionato verso chi ti ha dato la vita, oppure un senso di dovere e rispetto innato che io ho, o magari il cordone ombelicale tra mia madre e me c'è ancora... Questa è una cosa mia, sono io che mi domando sulla normalità di tutto questo, quindi il "difetto" è mio, ma dove sta? Intendiamoci, io vivo normalmente, cerco di non trascurare nessuno dei miei ruoli , ma devo ammettere che quando so che mia madre non sta bene o ha bisogno di qualcosa vengo avvolta da una leggera depressione che mi toglie interesse per tutto il resto, mia madre diventa il centro dei miei pensieri e delle mie azioni. Ma un giorno quando lei non ci sarà più, che cosa succederà? Diventerò un’orfana o una madre inconsolabile?

 
Con affetto,
Sladjana

Pier ha risposto: Tua madre è completamente diversa da te? Ne sei certa? Quando qualcuno mi dice d’essere completamente diverso dai suoi genitori mi viene sempre in mente l’immagine di una clessidra: anche se la rovesci misura sempre lo stesso tempo. La maggior parte dei genitori getta nei “campi dell’anima” dei propri figli una quantità di semi che nemmeno riusciamo a immaginare. È raro trovare dei genitori che cercano unicamente di far crescere, sani e forti, quei fiori e quei frutti che già si nascondono nel giardino dell’anima di un individuo.

I nostri genitori, o chi ci ha cresciuti, troppo spesso agiscono come degli “stampi” inconsapevoli che danno forma alla nostra struttura caratteriale, mentale, emotiva, a molto di quel che siamo, e nonostante spesso si abbia il desiderio di essere o divenire diversi da loro, la realtà è che quello “stampo” che viene impresso in noi vive e agisce ugualmente, spesso nascosto, rinnegato, rifuggito o più o meno modificato. Lo sforzo di un’intera vita sarà poi, pertanto, quello di comprendere e trascendere quello “stampo”, come ogni altra struttura condizionante acquisita, se veramente desideriamo vivere liberi.

“Trascendere i nostri genitori” significa vivere, comprendere e superare totalmente quei condizionamenti che vivono in noi e che ci sono stati trasmessi nell’infanzia. Una vera e sana educazione, dal mio punto di vista deve ancora nascere. Genitori, scuole, istituzioni, mass media…, sono prevalentemente organi di istruzione, formazione, ma non di educazione.

Educare significa “portare fuori”, far emergere quel qualcosa di misterioso e unico che dimora in ogni individuo. Quel che spesso fanno i genitori, invece, è condizionare, plasmare, costringere l’intelligenza creativa del bambino entro dei confini. Per poter educare bisogna essere individui educati, e per essere individui educati, o si è stati educati o ci si è educati da soli con grande fatica, sofferenza e volontà. Essere educati non centra nulla con le buone maniere, il galateo o sciocchezze simili. Significa vivere avendo scoperto quel tesoro che si nasconde in noi. Educata è la persona che ha condotto fuori da sé, che ha estratto dalle profondità dell’anima la propria consapevolezza. Il termine “educare” deriva infatti dal latino “e-ducere”, che significa portare fuori, liberare, e se iniziamo a vedere le cose da questa prospettiva fa veramente male vedere le forme e i modi con cui oggi intendiamo l’atto educativo. La vera educazione nasce solo da un naturale, spontaneo e amorevole rapporto fra un individuo libero (educato) e un individuo aperto alla relazione. I bambini sono per eccellenza anime educabili poiché il loro modo d’esistere è un’assoluta e totale apertura alla vita.

Cara Sladjana, dici d’essere totalmente diversa da tua madre. Se così fosse, questo vorrebbe dire che sei riuscita a trascendere il tuo passato, i tuoi condizionamenti, e che sei riuscita a divenire una persona educata, cioè una persona che è stata in grado di far emergere ed esperire la “luminosa” natura della sua Coscienza innata.

Ma da quel che scrivi nella tua lettera credo che questo tuo ritenerti totalmente diversa da tua madre sia soprattutto un desiderio di rimuovere e cancellare le ombre di quella figura materna che vive ancora nascosta in te. Tu scrivi: “Meschinità, invadenza, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo, ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute”. Perché giustifichi tutto questo? Noi giustifichiamo qualcosa solo quando non abbiamo la capacità d’accettare la realtà di quel qualcosa. Giustificare è un’operazione razionale atta a lenire la sofferenza che nasce dal contatto con una realtà che non riusciamo ad accettare e che pertanto ci genere sofferenza. Giustifichiamo l’esistenza della morte con l’esistenza di Dio, l’esistenza del male con l’idea di una colpa originaria dell’uomo. Per ogni cosa la nostra mente può trovare una qualche giustificazione, ma giustificare non ci permette di comprendere veramente la natura di quel qualcosa, e quando non possiamo penetrare la reale natura di un fenomeno, non possiamo nemmeno trascenderlo. Non è quindi attraverso la giustificazione che possiamo risolvere una relazione complicata, ma unicamente grazie alla comprensione e disidentificazione da quella relazione. Osserva in maniera lucida e imparziale tutto ciò che accade in te e in tua madre quando vi incontrate. Ascolta tutte le emozioni e i pensieri che ti affiorano quando siete l’una accanto all’altra, e lentamente vedrai che fra voi si genererà una distanza che vi permetterà una nuova forma di dialogo e di comprensione, perlomeno in te. Se fra noi e un oggetto non v’è alcuna distanza, come ci sarà possibile vedere cos’è di fronte ai nostri occhi? Stessa cosa vale per le nostre relazioni. Quando siamo troppo coinvolti in una relazione, non siamo più capaci di vedere le dinamiche che governano e dirigono quel rapporto, divenendo così passeggeri di un treno senza macchinista. Spesso, inoltre, giustifichiamo i nostri genitori perché il vedere e l’accettare i loro limiti e i loro difetti significherebbe per noi dover accettare il fatto che non v’è più qualcuno a cui potersi appoggiare. Quante persone conservano per tutta la vita il desiderio di avere dei genitori o delle figure ideali, capaci di accudire e consolare nel momento del bisogno. Con quale facilità ci aggrappiamo a fedi, ideologie, identità? Che altro sono tutte queste cose se non il desiderio di vivere permanentemente sotto la protezione di un qualche grande “genitore”? E tutto accade, come dicevo poc’anzi, proprio perché sin dalla prima infanzia ci insegnano a dipendere da ciò che sta fuori da noi, soffocando la nostra consapevolezza.

Cara Sladjana, dici di vedere tua madre come una vittima. Vorrei invitarti a smettere di giustificare, giacché vittima, dal mio punto di vista, è solo colui che vuole vivere come tale. Tua madre ha più di sessant’anni, e vuoi dirmi che v’è sempre stato un colpevole, qualcuno o qualcosa che le ha impedito di trovare un po’ di libertà e serenità? La libertà, come abbiamo detto, fa paura, per questo molte persone si inventano o cercano prigioni e carcerieri. Dici inoltre di sentirti in debito con lei. Ma anche qui, per me, in debito si sente solo chi non ha il coraggio di vivere libero o la voglia di chiudere i conti con il passato. Chi ha paura della propria solitudine si aggrappa a qualcuno, e questo qualcuno, se accetta il peso, diviene responsabile dell’altro evitando così la propria solitudine. In questo girotondo la libertà si perde in un rimpallarsi di paure, colpe e responsabilità scaricate vicendevolmente.

Tu sei la figlia buona, vivi normalmente, senza trascurare nessuno dei ruoli che hai, poi ti chiedi se è amore incondizionato o un senso di dovere innato quello che provi nei confronti di tua madre. La mia risposta è che ogni bambino nasce con un amore incondizionato nei confronti dei suoi genitori. Il bambino non viene al mondo dicendo: “papà, tu non sei laureato, non guadagni bene, non hai sposato la donna giusta per me, non mi hai dato i fratellini che volevo…, papà mi hai deluso!”. Il bambino viene al mondo con una promessa di amore assoluto e incondizionato verso i propri genitori, sono questi ultimi che nel tempo mettono una serie di condizioni a questo amore, e quando l’amore incondizionato viene aggiogato a dei desideri personali ecco che si trasforma in un senso di dovere o di colpa. Il senso di dovere o la colpa che proviamo verso i nostri genitori è la prova tangibile che il nostro amore incondizionato è stato manipolato e non ricambiato. Tutto questo, se mi hai capito, non lo dico per accusare tua madre, ma per spingerti a vedere l’enorme dolore che questa donna porta con sé, e l’errore che tu continueresti a commettere se dovessi proseguire la tua vita entro queste logiche d’amore negato.

Quando sai che tua madre non sta bene vieni avvolta da una “leggera depressione” che ti toglie interesse per tutto il resto, così tua madre diviene il centro di tutti i tutti pensieri e di tutte le tue azioni. Non mi sembra poi così leggera questa depressione. Se fosse pesante cosa accadrebbe? L’amore che si nasconde in te è stato risucchiato nel vuoto che logora l’anima della tua povera mamma, e a sua volta, tua madre a riversato il suo amore nel vuoto dell’anima di qualcun altro, ma le leggi dell’esistenza non permettono che qualcuno viva la vita al posto nostro. Quando spendiamo tutte le nostre energie per colmare le mancanze di chi ci sta accanto o per corrispondere ai suoi desideri, compiamo un duplice errore. Da un lato sosteniamo un comportamento dipendente, e dall’altro consumiamo la nostra energia gettandola in un pozzo di disperazione che non vedremo mai colmo.

L’unica cosa assennata che possiamo fare è iniziare a preoccuparci di più per noi stessi senza pretendere che gli altri siano il mezzo per il raggiungimento della nostra pienezza interiore.

Se riuscirai a vivere senza asservirti ai bisogni egoistici di chi ti sta accanto e se, così radicata in te stessa, riuscirai ad accompagnare tua madre verso la fine, continuando a donarle quell’amore incondizionato che sempre le hai dato, ma finalmente purificato dal senso di dovere e dalla colpa, ecco che quel poco che per lei puoi ancora fare l’avrai fatto, e quel molto che per te devi ancora fare l’avrai iniziato a realizzare!

Un abbraccio,
Pier
 

Ciò che è fuori è solo un riflesso di quel che è dentro

AlbaniaG. ha scritto: Ogni volta che rientro nel mio paese d'origine mi sento fortemente sedotto, pervaso da una sensazione profonda di rispetto e d’appartenenza. È come se qualcosa, in profondità, legato alla mia infanzia vissuta in quei luoghi, si risvegliasse, tornasse a pulsare, rinascesse. Lo stato meditativo mi accade più naturalmente, percependo semplicemente gli odori, l'atmosfera che permea quella realtà. Il cercare lì non mi serve, basta che rimanga spogliato da tutto e mi ritrovo. L'Albania è il paese delle aquile, è una terra ben diversa dall'Italia, di civiltà non ce n’è molta, ed è questa la bellezza: più selvaggità, imprevedibilità. Tutto in questo paese è precario, la gente ha ancora negli occhi qualcosa di viscerale, che, se centrato nella consapevolezza, permette di scorgere il mondo senza bisogno di migrare altrove. È strano, quando mi trovavo lì, tempo fa, feci di tutto per andare alla ricerca della mia posizione nella società migrando. Adesso invece, tornando, scopro uno sguardo denudato da tutto. È un misto che mi turba, piacere e attenzione estrema. La gente è abbastanza intransigente lì, legata ai bisogni primordiali, ma ciò mi rende più vivo. Infine, la gioia è di casa, vado a rincontrare un caro amico, lasciato in quei luoghi tempo addietro: la mia Essenza!

A presto,
G.

Pier ha risposto: V’è molta bellezza e profondità in questa tua lettera. Si sente che nasce dal cuore e che non ha nulla a che fare con il pensiero. In risposta, vorrei solo sottolineare alcune cose che forse possono aiutarci a comprendere meglio come si muove il nostro pensiero. Sono certo che ora, tornando al tuo paese, tu percepisca una visceralità e una naturalezza che paesi più industrializzati e ricchi come l’Italia non possono più offrire – anche se ciò non vale per l'intero territorio nazionale – , ma questa percezione la puoi avere proprio e unicamente perché hai fatto esperienza della diversità, della scintilla che si genera quando si vive il contrasto fra due dimensioni differenti. Chi è sempre vissuto in un'unica dimensione non può comprendere le bellezze che quella dimensione nasconde, come un pesce non può capire l’importanza dell’acqua sino a quando non cade in una rete e viene gettato sotto il sole cocente sulla spiaggia. Conosco il giorno solo perché v’è la notte, conosco la gioia solo perché v’è il dolore, conosco la vita solo perché v’è la morte. La realtà che percepisce la nostra coscienza è costituita dall'alternanza perpetua di fenomeni contrari. In questa realtà, la nostra mente, con il suo desiderare, oscilla continuamente come un pendolo da un opposto all’altro. Questo movimento può risultare piacevole per un certo periodo, ma alla lunga, se non penetrato nella sua unitaria essenza, ci fa divenire insensibili. Quel che tu riporti, metaforicamente, rievoca l’apparente opposizione che sussiste fra conscio e inconscio, fra introverso ed estroverso, fra antico e nuovo, istintuale e razionale, ma questa distinzione è sempre frutto di una percezione soggettiva data dal movimento dei sensi lungo quell’infinita scala di tonalità che compone l’arcobaleno delle nostre possibili percezioni.

Ad un italiano vivere per un periodo in una qualche metropoli americana creerebbe lo stesso effetto che tu hai vissuto esperendo il contrasto fra Italia e Albania. Questo vale anche per un abitante di un piccolo paese della Sardegna che si trasferisce a Verona per poi tornare nel suo paesino. Tutto dipende dalle condizioni in cui ci siamo abituati a vivere.

Resta comunque il fatto che l’effettivo rapporto di paragone fra le nostre differenti forme di società si gioca sempre all’interno di uno schema di maggiore o minore complessità. Questo non significa che una cultura più complessa sia anche una cultura più sana, anzi. I paesi più industrializzati e progrediti tecnologicamente detengono sicuramente una maggiore conoscenza scientifica, questo, però, negli ultimi decenni ha paradossalmente causato un progressivo deterioramento della dimensione etica e spirituale della società. Sembra che maggiori possibilità economiche e tecnologiche abbiano scatenato i lati più infantili ed egocentrici degli esseri umani. I paesi più arretrati a livello economico e industriale trattengono invece un maggiore legame con i ritmi della natura e con gli elementi più essenziali e semplici della vita umana. Questa dimensione ha sicuramente un suo fascino per chi viene da realtà più complesse. Certamente l’esperienza del contrasto fra complessità e semplicità, bisogni primari e bisogni secondari, se non inutili, può aiutarci a trovare un equilibrio maggiore, ma unicamente se riusciamo a fare una sintesi, evitando, come fanno molti, di saltare continuamente da una dimensione all’altra come canarini in gabbia che per noia passano da un trespolo all'altro.

Spesso, purtroppo, quando siamo stanchi della complessità e della follia delle nostre società ci immergiamo per un po' di tempo in realtà più semplici e "primitive", poi, però, ci stanchiamo anche di questo, tornando al nostro ambiente usuale senza averne ricavato nulla. Se ci muoviamo in questo modo non approdiamo a nulla, giriamo solo in cerchio, poiché il cambiamento che otteniamo è unicamente dato da una modificazione temporanea delle condizioni esterne, ambientali.

Ritengo che il vero cambiamento possa avvenire solo quando scoviamo “l’Albania che vive dentro di noi”, riuscendo poi ad armonizzare questo ritrovamento con la complessità che la modernità ci offre. Infatti è nella sintesi fra interno ed esterno, fra semplice e complesso, fra razionale e istintuale, che possiamo raggiungere un nuovo, vero equilibrio capace di rispondere ai problemi del nostro tempo. Trovare lo stato atavico e naturale del nostro essere richiede un processo di ricerca consapevole. Immergersi in un ambiente che rievoca quello stato può divenire unicamente una fuga dalla fatica che comporta la ricerca di un reale e duraturo equilibrio interiore. I paesi e le culture più legate ai ritmi della terra e alle dinamiche ancestrali sono sicuramente permeati da un intenso profumo di mistero e magia, ma non possiamo negare la violenza, l'ignoranza e la bestialità che ancora conservano. La loro innocenza è simile all’innocenza del bambino: meravigliosa quanto inconsapevole. Il bambino quando ha fame piange, quando è arrabbiato grida e dà pugni, quando ha sonno dorme. Il suo essere e agire sono avvolti da un'innocente ignoranza. L’innocenza del saggio, diversamente, non nasce da uno stato di inconsapevolezza del bene e del male, ma da uno stato di superamento conscio di tutte quelle dinamiche che determinano un agire gruppale, di branco, bestiale, ancora legato a logiche di sopravvivenza o di follia egocentrica come quelle che contraddistinguono l'occidente. Infatti, l'occidente, quella fetta di mondo che si considera più evoluta di ogni altra civiltà passata e contemporanea, dovrebbe fermarsi per guardarsi un pochino allo specchio, da tutti i punti di vista: tecnologicamente, spiritualmente e culturalmente. L'occidente si ritiene l'apogeo dell'evoluzione umana, ritiene di aver raggiunto la massima espressione etica e spirituale. Gli Stati Uniti, baluardo dell'occidente, hanno il più alto numero di morti per arma da fuoco fra tutti i paesi del mondo. Oltre ad avere ancora la pena di morte, sono anche tra i primi paesi al mondo per numero di giustiziati, e sono sempre ai vertici anche per produzione di armi e inquinamento globale. Insomma, sembra che la bestialità e la violenza che spesso imputiamo a paesi più semplici e "arretratiti", nel nostro occidente si sia solo trovata delle giustificazioni più complesse e astute. Basti pensare all'olocausto, una fra le barbarie più immani della storia umana, perpetrata proprio dalla nazione più progredita culturalmente e tecnologicamente del secolo scorso.

Il bambino quando fa i capricci può dare calci, ma pare che l'adulto, proprio colui che si pensa misura e traguardo di ogni cosa, per le sue somme idee sia capace di organizzare cose inimmaginabili: torture, stermini di massa, armi nucleari, centrali atomiche, guerre preventive, sedie elettriche, pulizie etniche...

Da quanto detto credo che non possa essere un ritorno ai ritmi primevi dell’esistenza, ad una cultura contadina, quel che potrà determinare una svolta nella nostra coscienza, ne, tanto meno, la continuazione e la diffusione della cultura che contraddistingue quelle società che oggi definiamo moderne e avanzate. Dal mio punto di vista, solo una grande sintesi fra scienza, coscienza e natura potrà evitare l'aumento dell'immensa marea di dolore che sta affogando la nostra umanità. La mente è cresciuta troppo a discapito del cuore. L'Io e divenuto più importante di ogni noi, e le grandi domande sull'uomo sono state soffocate da vuoti tecnicismi.

A presto,
Pier

 

Come migliorarsi e vivere la vita con pienezza

GattoGiuliana ha scritto: Ciao sono Giuliana, proprio in questo periodo mi sto facendo molte domande, sulla vita, su me stessa, e trovo interessante il tuo pensiero. Vorrei vivere la vita con pienezza, senza rifiutare le responsabilità, cercando di fare di più per me e gli altri. Come fare per migliorarsi? Grazie per l'attenzione che potrai dedicarmi.

Giuliana

Pier ha risposto: Cara Giuliana, vivere la vita pienamente, nella mia visione delle cose, non centra nulla con l’idea di migliorarsi o di fare di più. Il “pieno” della vita è un qualcosa che possiamo scoprire, ma non raggiungere attraverso un'azione di modificazione volontaria di noi stessi verso un immaginario "in più". La dimensione della pienezza e della serenità è già in noi, di guisa il sentiero che dobbiamo percorrere è quello del “meno”. Siamo pieni di cose che ci appesantiscono il cuore e la mente, cose che ci impediscono di vedere e sentire quello spazio di libertà e pienezza che è già in noi, e che pertanto non può essere raggiunto attraverso la modificazione di un qualcosa che non è ancora ciò che dovrebbe essere. Ciò che non è come dovrebbe essere rimarrà sempre incompleto e deludente. Ciò che è quel che è deve solo essere lasciato affiorare. Non dobbiamo migliorare nulla, ne fare di più! Migliorarsi significa non accettare quello che si è ora, desiderare qualcosa di diverso, ma cos’è qual qualcosa di diverso che vorresti diventare? È solo il sogno di una mente insoddisfatta di ciò che vive nel presene. Perché non sei soddisfatta di quel che sei ora? Questa è la vera domanda! Ciò che ti circonda può sempre essere modificato entro certi limiti, ma ciò che si nasconde in te, la tua vera essenza, è già ciò che dovrebbe essere, ma è offuscata da pensieri di incompletezza e insoddisfazione.

Il problema è che tu non sei mai entrata in te stessa per scoprire quale sia la reale natura della Coscienza che ci “abita”. Il problema è che per una vita intera ci hanno insegnato che dobbiamo migliorarci, che così come siamo non andiamo bene, che dobbiamo sempre cercare di essere di più, fare di più, lavorare di più, capire di più. Io dico che così come siamo, siamo perfetti e che nulla in noi deve migliorarsi o divenire qualcosa. Ogni nostra idea di divenire nasce sempre da vecchi modelli che abbiamo su noi stessi e sul mondo. Le vecchie idee nascono da esperienze passata che ci hanno lasciato l’amaro in bocca o dato una qualche forma di soddisfazione. Pescando dal cesto del passato la nostra mente proietta immagini nel futuro. Tutto ciò che nel passato ci ha dato una qualche forma di appagamento, cerchiamo di riviverlo nel domani, mentre ciò che ci ha delusi cerchiamo di evitarlo. Questo tipo di comportamento nei confronti della vita è condizionato, meccanico, sempre uguale, pertanto destinato a deluderci sempre più lasciandoci nella noia e nella paura.

Cara Giuliana, la vedi la ripetitività e la limitatezza di questo modo di agire? Noi non potremo mai ripetere le esperienze passate, per il semplice motivo che l’esistenza non è mai uguale, non si ripete mai, ci continua a offrire dimensioni diverse e imprevedibili. È la nostra mente che trattiene gli eventi passati e li riproietta sul presente o sul futuro. Questo atteggiamento impedisce alla nostra coscienza di vedere “la luce sempre” nuova che illumina il presente. È come se anni fa tu avessi visto il sole, e da quel momento non avessi più riaperto gli occhi, ma fossi andata in giro per il mondo rievocando nella memoria l’immagine della luce e delle forme presenti quel giorno. Così vive la maggior parte della gente: continuano a camminare ad occhi chiusi, ricordando una luce vista molti anni prima, quando erano bambini e ancora sapevano guardare, dimentichi del fatto che il fresco sole primaverile nascosto nelle loro anime, non ha mai smesso di diffondere il suo calore e la sua magnificenza!

Tu non puoi migliorare la tua vita o fare di più per qualcuno. L’unica cosa che possiamo fare è iniziare a vivere veramente, liberando il presente dal “mantello” pesante del passato. Allora non chiederai più come “fare di più”, ma sentirai di “Essere” così libera e serena da dover sempre e comunque condividere questa tua condizione con chi ti circonda, ma tutto ciò non sarà un fare, ma un semplice e naturale modo di esprimersi della tua Coscienza. Noi dobbiamo ritornare ad “Essere” e smettere di voler divenire sempre qualcosa o qualcuno. Oltretutto, l’unico modo attraverso cui possiamo aiutare gli altri è proprio ritornando a noi stessi. Quando iniziamo ad essere in pace interiormente, ogni nostro gesto e ogni nostra parola sono una trasmissione di quiete e serenità, oltre ad essere un potente invito a fare altrettanto.

Ho sempre cercato di evitare tutti coloro che erano disposti a darmi una mano per migliorarmi, forse perché ho sempre sentito che gran parte del mio vivere male nasceva proprio dall'idea che mi era stata inculcata di dover divenire migliore. Noi abbiamo già tutto quel che ci serve per essere individui pienamente felici e realizzati. Comprenderlo è solo una questione di consapevolezza, di osservazione attenta e passiva del reale stato delle cose, dentro e fuori di noi. È una "divenire sempre meno", perdere sempre più tutte quelle idee e spinte che continuamente ci allontanano da ciò che già “è”.

Cara Giuliana, tu sei perfetta così come sei, è solo un problema di occhi chiusi o aperti! Non puoi dire a una donna che cammina ad occhi chiusi di migliorarsi, ma puoi dirle: “Hei, svegliati! Apri gli occhi e guarda!”

Un abbraccio,
Pier

 

L'uomo: un essere divinamente sessuato

Qualcuno ha scritto: Succede a volte di consumare il vino pur sapendo che probabilmente è pieno di conservanti e coloranti, le caramelle e cose del genere quali in comune hanno la non genuinità. Allo stesso modo succede spesso, tramite immagini pornografiche, che mi masturbi, scaricando così la tensione che il vecchio ego accumula. Noto che durante tutto ciò sento il piacere effimero che ricavo pur rimanendo conscio durante il processo… senza smarrirmi nel processo. È questa una via reale verso la salute, mi domando? Qual è il tuo punto di vista?!

Pier ha risposto: Come ogni cosa, è sempre una questione di equilibrio e consapevolezza. La sessualità è parte di questa esistenza, come la pioggia, le stelle, il cielo e i nostri sorrisi, e non è nulla da condannare o reprimere, ma nemmeno qualcosa da osannare o in cui indulgere. V’è da dire, infatti, che quando piove per giorni il nostro umore non è mai dei migliori, allo stesso modo, quando il sesso, come qualunque altra cosa, inizia a occupare spazi sempre più ampi della nostra vita, il nostro equilibro interiore si deteriora. Ora, la soluzione del problema non sta nel cercare di bloccare gli impulsi, ma nel cercare di capire perché questi prendano il dominio di aree del nostro mondo interiore, che dovrebbero essere sotto il controllo di ben altre forze. Il sesso, quando vive in armonia con i sentimenti e i pensieri, trova la sua giusta collocazione e realizzazione.

L’atto sessuale ha un immenso potere liberatorio, trasformativo e rigenerante solo quando è sorretto da uno stato d'armonia delle tre dimensioni che compongono l’essere umano: il corpo, la mente e la Coscienza. Quando invece il desiderio sessuale diviene una sorta di droga utile all’assopimento delle tensioni e delle sofferenze che provengono da una delle tre dimensioni che ci costituiscono, l’atto erotico muta in un gretto mezzo di fuga e di dimenticanza di sé.

Fuggire da sé aumenta poi progressivamente la paura di ritornare a sé, e più la paura aumenta, più è facile cadere in un circolo vizioso nel quale la sessualità diviene il fulcro di ogni nostra attività. Un individuo equilibrato e sereno agisce pertanto come uno specchio. Sino a quando qualcosa si riflette sulla sua superficie, lo specchio lo riflette, quando però l’oggetto svanisce, anche l’immagine riflessa scompare. Allo stesso modo, quando vediamo una persona che ci attrae, la nostra consapevolezza riflette questa eccitazione e noi vi reagiamo di conseguenza attivando tutti i consueti giochi d’amore, ma quando la persona non è più con noi, il gioco si interrompe. Questo sarebbe un vivere pienamente e liberamente i nostri rapporti d’amore, ma le cose per molti non vanno in questa direzione. La nostra mente, con i suoi numerosi pensieri, è sempre colma di sollecitazioni sessuali. La nostra coscienza smette così di riflettere la realtà, divenendo una sorta di lastra fotografica dove tutto si imprime e non svanisce più. Questo accade per diversi motivi. Uno risiede sicuramente nella patetica e ipocrita cultura in cui siamo immersi.

La nostra società ci impone sin da piccoli la repressione sessuale, ma contemporaneamente ci bombarda di sollecitazioni visive erotiche e pornografiche, ecco allora che l’energia sessuale non fluisce più nei suoi naturali canali e con il suo giusto equilibrio, ma si sposta totalmente nella sfera del pensiero e dell’immaginazione. È per questo che la pornografia dilaga e l’amore vero e autentico sta progressivamente sparendo. Le persone non fanno più del sano e naturale sesso, non si amano più totalmente, perché vivono confuse da un mondo fatto di immagini patinate, pixel e cartelloni pubblicitari. Da un lato v’è una morale sociale e religiosa repressiva, giudicante e colpevolizzante, dall’altro lato v’è un mondo fatto di pubblicità, marketing e business che sussiste proprio grazie allo sfruttamento della nostra mente ipocrita e repressa. Chi perderebbe il proprio tempo e i propri soldi in locali per lo strip, siti porno o altro se le nostre relazioni fossero fatte di amicizie profonde, amorevolezza, voglia di sperimentarsi con sensibilità e dolcezza in ogni dimensione che l’essere umano manifesta in sé? Chi baratterebbe un amore vero, in carne e ossa, per qualche misero secondo di piacere di fronte a un giornale o nella solitudine del proprio bagno? Un secondo motivo per cui la nostra energia sessuale non scorre più come e dove dovrebbe, è la totale dimenticanza, in cui siamo caduti, del nostro Essere.

La maggior parte delle persone nemmeno immagina la possibilità dell’esistenza di una dimensione più profonda e reale di quella in cui vive. Per noi tutto quel che esiste, cresce e muore unicamente con noi, quindi, macchine, case di lusso, ristoranti, potere economico e politico sono divenuti gli unici parametri su cui basare il valore e il senso delle nostre esistenze. Ma questi parametri ci impongono una continua lotta e una continua tensione emotiva e mentale che progressivamente non sappiamo più sciogliere e risolvere, ecco allora che lo sfogo sessuale diviene un mezzo capace di farci cadere per qualche istante in uno stato di abbandono e di rilassamento. È per questo che sempre più vecchietti cercano pozioni magiche per poter far funzionare oltre il suo tempo massimo quell'apparato che la natura aveva tarato su altri ritmi, significati e bisogni. Se l’uomo vivesse liberamente e naturalmente la propria sessualità, privo di folli sensi di colpa, vergogne, giudizi e spinte alla repressione, tutto seguirebbe l’armonioso e saggio corso che l’esistenza ha disegnato in millenni di evoluzione.

Caro G. spostati più verso la dimensione del corpo, del sentire, del concreto vedere e toccare. Coinvolgi tutte le dimensioni che la vita ci ha donato, fondi insieme e porta ad unità la tua mente, la tua anima e il tuo corpo, perché solo da questa alchimia possiamo sperimentare e attraversare quell’amore umano che è, peraltro, l’unica porta capace di condurci alla sconfinata dimensione dell’Essere. Osserva, attento e passivo i giochi della tua mente, ma non bloccarti e reprimerti mai quando senti che l’energia che scorre in te nasce da un movimento armonico di tutta la tua anima. Se siamo totali, tutto quel che facciamo è sano e liberatorio, se siamo parziali e remissivi, tutto si tramuta in un atto suicida contro natura. Effimero è unicamente il desiderio sessuale che nasce dal continuo stuzzicarsi del pensiero, effimero è il continuo giudizio e la continua condanna che la mente impone a se stessa, per poi dover sempre infrangere e trasgredire i sui stessi dettami, e ancora tornare a pentirsi e punirsi e infrangere e condannarsi e indulgere... Com'è banale il nostro pensiero morale, che falsa la nostra pretesa d’avere un corpo che deve stare sotto il giogo di una pulce pensante.

Ascolta, medita, osserva in modo attento e passivo, salta, ridi, divora le paure, consuma e scarica le tensioni dell’ego, sino a quando potrai sentire chiaramente come fra una preghiera e un abbraccio di corpi nudi scorra sempre e unicamente lo stesso sacro splendore.

L'uomo è un essere divinamente sessuato!

 

In attesa del tuo primo concerto

strumentoPaola ha scritto: Ciao Pier, sono entrata nel tuo blog per caso ed anch'io come tanti altri sono rimasta colpita dalle tue parole che danno una marcia in più per vivere. Ti scrivo perché da moltissimi anni vivo una situazione molto difficile. Ero una persona a cui la vita aveva dato tutto, ma improvvisamente ogni cosa mi è stata sottratta. Come è potuta accadere una cosa del genere? Sposata con un imprenditore, due figli, una famiglia invidiata da tutti e in particolare dalle famiglie di provenienza. E poi la catastrofe, l'indigenza più totale e per di più la fuga di tutte le persone care che facevano finta di non vedere quanto accadeva. Mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato tutto daccapo facendo i più disparati lavori con i miei figli a carico. Spesso con quel che guadagnavo non riuscivo nemmeno a fare la spesa. Infine è anche arrivata la separazione da mio marito. Insomma, il disastro più totale, mentre gli altri stavano a guardare: i miei genitori, i miei fratelli, gli amici.

La situazione oggi è ancora la stessa, mi sento sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capire molte cose e provare a dare un sostegno, la mia famiglia d'origine soprattutto. I miei genitori sono morti da poco ed ora devo combattere con i miei due fratelli per avere quello che mi spetta di diritto e che loro, in maniera amorale, non vogliono darmi. Ho una causa per la divisione dei beni dalla quale spero tanto che la ragione abbia il sopravvento sulla disonestà e possa vivere per quello che mi resta in maniera tranquilla. Mi sento molto sola e stanca, cerco di leggere, di tenermi aggiornata (sono laureata in Pedagogia e Lettere moderne) per dare ancora un senso alla mia vita, anche se mi chiedo quale visto che non sono riuscita a trovare un lavoro decente e dare delle risposte decenti ai miei figli in merito a quel che è successo. La fede mi ha sostenuta in tutti questi anni, ma ora comincio a vacillare. Spero che una tua condivisione mi possa aiutare a vedere in modo differente ciò che per ora mi appare solo come un totale disastro, che mi possa dare la speranza per andare avanti. Grazie!

Pier ha risposto: Cara Paola, del difficile momento che stai attraversando puoi farne due cose: trasformarlo nella svolta della tua esistenza o lasciare che divenga una pietra pesante sotto cui farti schiacciare. A te la scelta, perché una scelta v’è sempre! Confido che in te ci sia un sincero e totale desiderio di rottura con il passato altrimenti non si andrà molto lontano.

Mi chiedi: “Ero una persona a cui la vita aveva dato tutto, ma improvvisamente ogni cosa mi è stata sottratta. Come è potuta accadere una cosa del genere?” La vita non dà e non toglie mai nulla, siamo noi uomini ad aggiungere cose al valore intrinseco che hanno le nostre esistenze, spesso scordando che quel qualcosa ci può esser tolto in qualsiasi momento, mettendo così le basi per una sicura futura sofferenza. La vera vita è come l’aria per i nostri polmoni: una cosa sempre presente, silenziosa quanto essenziale. Questa “aria” è fatta dell’esser paghi di quel che si è e si fa giorno dopo giorno. La vera vita è fatta di “essere”, come prima cosa, e di “fare” come seconda, ma mai dall’avere. L’avere viene e va, e non dovremmo mai preoccuparcene troppo, altrimenti cadiamo nella dipendenza delle cose divenendo “cose” noi stessi.

Paola, cos’era quel “tutto” che credevi la vita ti avesse donato? Un ricco uomo, del denaro, una posizione sociale, una grande casa? Erano queste le cose di cui era composto quel “tutto” di cui parli? Probabilmente in questo “tutto” hai dimenticato completamente quell’unica cosa che non ti potrà mai abbandonare e tradire: il tuo Essere, quell’essenza “fatta” di libertà e amore. Il tuo Essere è pura aria per la tua mente e il tuo cuore, e quest’aria non potrai mai perderla. È però vero che a molti accade di perdersi fra i miraggi delle cose del mondo, trasformando la mente ed il cuore in deserti.

Abbiamo sradicato gli alberi della vera amicizia, prosciugato i fiumi dell’amore incondizionato, abbattuto gli elefanti della solidarietà per vendere “avorio”, abbiamo ucciso i leoni che correvano nel nostro cuore spaventati dai ruggiti dei sentimenti più profondi, abbiamo ucciso e imbalsamato le giocose e ridenti scimmiette che saltavano fra gli alberi della nostra fantasia perché la loro ilarità ci sembrava cosa troppo infantile. Ed ora, vagabondando in questo desolante deserto, veniamo colti da allucinazioni, vittime delle nostre stesse proiezioni.

Smetti di rimpiangere quel che avevi e lascia che inizi ad affiorare quel che sei sempre stata, ma che non hai mai saputo o potuto vedere. La luce del nostro Essere può manifestarsi solo quando iniziamo a liberarci dal superfluo. Tu non lo hai fatto consapevolmente, non lo desideravi, ti è accaduto, ti è stato imposto. Bene, cogli l’occasione, cerca di comprendere che da questo male, se saprai guardare in una nuova direzione, potrà derivarti un grande bene. Ora sei libera da molte cose inutili e fasulle. Se il tuo matrimonio è finito, vorrà dire che qualcosa non andava. Se eri circondata da persone che, piuttosto d’esser felici per la tua vita “realizzata”, erano invidiose della tua condizione, bene, ora che non hai più nulla ti sei anche liberata dai falsi sorrisi, dalle frasi di rito e dalle amicizie opportuniste.

Infine mi chiedi di darti la speranza per poter andare avanti, ma non ho alcuna intenzione di darti altre vane speranze, l’unica cosa che vorrei è riuscire ad indirizzarti verso quel luogo, che esiste in te come in ogni altro individuo, dove ogni cosa prende il suo giusto valore poiché tu torni ad Essere. Le speranze non ci servono a nulla: è la realtà che ci trasforma!

Non voglio che tu viva sperando di riuscire ad uscire da questa situazione, vorrei che tu vedessi e sentissi con tutta te stessa la leggerezza e la bellezza che possono affiorare quando riusciamo a svuotare le nostre menti e i nostri cuori da ogni inutile peso. Se entri in contatto con questa dimensione interiore non chiederai più alcuna speranza, alcuna consolazione, ma passerai immediatamente all’azione, ad un fare nuovo e creativo radicato nell’Essere. Ma come puoi ora, così sfiduciata e arrabbiata con chi non ha voluto aiutarti, saltare fuori dalle sabbie mobili in cui ti trovi? La prima cosa che puoi fare è smettere di rimescolare il calderone del tuo passato. Ti senti fallita perché avevi una certa idea di come la tua vita sarebbe dovuta andare. Abbandona ogni idea e segui le anse e le profondità che il fiume della tua esistenza sta disegnando. Se noi non serbiamo alcuna idea rigida su come dovrebbero essere le cose, ma riversiamo tutte le nostre energie, con fiducia e coraggio, nel momento presente, in un domani molto vicino rimarremo stupiti dalle sorprese che la vita ci porterà.

Mi chiedo poi come tu possa pensare d’essere inutile? Inutile può divenirlo unicamente un oggetto. Sono gli oggetti che nascono per uno scopo e divengono inutili una volta assolto il loro compito, ma tu non sei un oggetto e non sei nata per uno scopo che possa esaurirsi nel tempo. Pensa poi ai tuoi figli: come puoi deluderli? I figli dai propri genitori desiderano amore e serenità. Ma se dovessero già esser caduti nelle logiche del denaro e del divenire, invertite la vostra rotta fin che siete in tempo, dona loro la ricchezza dei valori essenziali che questo duro periodo ti può offrire.

Spiega loro come non sia il denaro e il plauso della gente a poter dare la forza e la serenità d’animo, ma come solo un cuore e una mente limpidi e liberi da ogni cosa superflua possano attraversare le tempeste della vita.

Un abbraccio,

Pier

 

Sull'educazione, la maturità e l'innocenza del bambino

Osservando la crescita di un individuo, dall’infanzia sino alla cosiddetta maturità, possiamo notare, nella quasi totalità dei casi, come durante questo tempo accada qualcosa, una sorta di mutazione anomala del modo di pensare e di reagire agli eventi della vita… L’innocenza si tramuta in astuzia, la serenità in preoccupazione, il gioco in serietà, la scoperta del nuovo in paura dell’ignoto, e molto altro ancora. Una così radicale metamorfosi non può esimerci dal bisogno di tentare di capirne le cause e i molteplici risvolti. Dal mio punto di vista la frattura che separa l'adulto dal bambino non è il prodotto di un progressivo aumento della complessità e, spesso, drammaticità dei fenomeni sociali, né tanto meno il risultato dell’accumularsi dell’esperienza. Ciò che determina la “morte” del bambino e consente la nascita di ciò che chiamiamo erroneamente “individuo adulto”, è il lavaggio del cervello a cui quotidianamente sottoponiamo le nuove generazioni, e a cui noi stessi siamo stati sottoposti...

 

Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva

Federico ha chiesto: Caro Pier, hai spesso detto che non esiste una tecnica o un metodo per conoscere se stessi e divenire uomini liberi ma un “giusto atteggiamento alla vita”. Potresti chiarire meglio?

Pier ha risposto: Esatto! Dal mio punto di vista non v’è una tecnica, ma unicamente un “giusto atteggiamento” nei confronti dell’esistenza: uno stato mentale che ci permette di penetrare nella dimensione più intima e profonda dell’esistenza, attraverso una disposizione di totale apertura del “sentire”. Infatti, quando desideriamo comprendere veramente qualcosa, la nostra mente diviene silenziosa, i nostri pensieri si acquietano e, in questo modo, la realtà delle cose lentamente inizia a manifestarsi.

Quando ci diviene chiaro che ogni forma di preconcetto, di desiderio selettivo, di bisogno d'essere rassicurati o compiaciuti, opera come una lente che distorce e confonde la nostra percezione della vita, la nostra coscienza entra spontaneamente in uno stato che potremmo definire d’osservazione “attenta e passiva”. Non sei il primo a chiedere chiarimenti su questo punto. Cercherò quindi di approfondire nel miglior modo possibile questo aspetto.

La ricerca esistenziale nasce dall’esigenza di comprendere e rispondere pienamente ai due principali fenomeni che costituiscono l’umana esistenza.

Il primo fenomeno è la “sofferenza”. Sofferenza interiore, mentale, emotiva, esistenziale...

Il secondo fenomeno è il desiderio. Desiderio di ricercare e scoprire uno stato interiore solitamente detto felicità, appagamento, serenità, pace, realizzazione, piacere…

Le domande che più frequentemente nascono spontanee dall’inconfutabile veridicità di questi due assunti base sono:

Esiste la felicità, la pace, la realizzazione o quant’altro? Cosa sono e come nascono la sofferenza e il dolore?

Sofferenza e dolore possono essere eliminati, superati, evasi, o sono parte costitutiva dell’esistenza umana?

1. Premessa

Un antico detto popolare afferma: "Se a un uomo sì dà un pesce lo si nutre per una notte, ma se gli si insegna a pescare lo si avrà sfamato per il resto della vita". Nel peculiare mondo della “coscienza umana” potrebbe valere il detto: “Se ad un uomo parli d’amore e libertà lo avrai sfamato per il tempo delle tue parole, ma se lo aiuterai a scoprire l’amore e la libertà che vivono in lui l’avrai saziato per l’eternità”. 

Per affrontare liberamente e serenamente il viaggio della vita, ciò che veramente conta è occuparsi del problema riguardante il “conoscere”. Com'è possibile conoscere veramente se stessi, penetrando e dissolvendo cose come il dolore, la sofferenza, la paura, l’odio, la rabbia, la morte. Come è possibile scoprire veramente se esiste in noi qualcosa come la pace e la serenità, evitando di operare attraverso autosuggestioni? Quando comprendiamo veramente qualcosa? Quando possiamo affermare che quanto stiamo sperimentando sia effettivamente realtà e non suggestione e condizionamento? Quando tentiamo di comprendere qualcosa, il problema inerente l’attività conoscitiva dell’individuo è basilare. Per comprendere veramente qualcosa, come ci si deve atteggiare, avvicinare, predisporre nei confronti di ciò che si sta per osservare?

Se giungiamo a comprendere pienamente e definitivamente attraverso quali modi e forme la nostra coscienza è in grado di penetrare ed esperire liberamente l'esistenza, avremo trovato la chiave capace di aprire ogni porta che incontreremo lungo il nostro cammino. Solitamente, però, noi uomini siamo più interessati alle risposte anziché cercare di sviscerare i segreti che si celano nelle domande. Quando abbiamo un problema o attraversiamo un momento di confusione, il più delle volte, desideriamo qualcuno che sia in grado di darci delle soluzioni immediate, qualcuno che abbia ricercato, faticato e compreso al posto nostro. È per questo che, nella migliore delle ipotesi, ci rivolgiamo a degli “esperti”.

Perché quel che ci preme di più è il cercare di evitare la fatica e il dolore che comporterebbe l’incedere con le proprie forze e la propria intelligenza. Questo atteggiamento, dal mio punto di vista, è frutto di “un’educazione” basta sulla dipendenza e la sfiducia nelle capacità e nelle risorse dell'individuo.

Abituarsi a dipendere dalle parole e dalle esperienze altrui, con il tempo, ci rende profondamente insicuri, timorosi di commettere errori e di guisa ottusi nel pensiero e privi di coraggio. Ottusità di pensiero, sfiducia, paura, insicurezza e dipendenza, sono l’humus su cui cresce ogni forma di sofferenza e violenza. Ma cosa caratterizza il dolore più di ogni altra cosa? A mio avviso, la perdita, da parte del soggetto, della sua capacità d’autodeterminarsi, di affrontare e risolvere le sfide della vita autonomamente, e, in ultima, la perdita della capacità di realizzare una vita interiore piena. Il nostro sistema "educativo" induce alla dipendenza, la dipendenza a sua volta genera sofferenza, la quale, a sua volta, progressivamente diviene un disagio interiore così radicato da costringerci a rivolgerci ai cosiddetti "esperti", perché alla fine di questo processo di deperimento interiore siamo divenuti effettivamente incapaci di risolvere autonomamente i nostri conflitti. Questo è il paradosso della profezia che si autoavvera.

La psicologia e la psichiatria si occupano di quegli stati mentali definiti “patologici”, ma perché nessuno si occupa seriamente delle radici del disagio? Perché trattiamo il disagio solo quando questo si manifesta e ci costringe ad operare con un individuo ampiamente compromesso nelle sue risorse interiori? Forse perché ciò comporterebbe il dover criticare e demolire buona parte dei presupposti su cui si fonda la nostra società? Forse perché questo scomodo lavoro non è molto remunerativo e non ci mette in buona luce?

Solo un’educazione fondata sull’autonomia, la responsabilità individuale, la fiducia nelle proprie capacità e la libertà di coscienza, può spezzare questo processo educativo malato, ma una siffatta educazione non è certo in linea con le logiche d'interesse di coloro che detengono posizioni di controllo reggendosi unicamente sulla psicologia della dipendenza. Dobbiamo smettere di condizionare persone sane e intelligenti dicendo loro cosa devono fare, come devono pensare, a chi devono credere, a cosa devono aderire e a chi devono ubbidire. Soprattutto dobbiamo smettere di far subire tutto ciò ai nostri bambini per il semplice motivo che essi sono gli individui più indifesi e meno tutelati. Bambini condizionati diverranno genitori condizionanti, e così la catena non si spezzerà mai. Per fermare questa spirale di dolore è indispensabile che gli adulti comprendano le logiche del condizionamento che hanno subito e che stanno perpetrando, riacquisendo, così, finalmente, quell'innata capacità di sperimentare e comprendere la vita, senza filtri o barriere. Se il mondo adulto continuerà ad essere sottoposto al giogo dell’autorità e dell'ignoranza di sé, non v’è alcuna speranza per le generazioni future.

Il nostro compito non è quello di dare risposte, ma unicamente quello di sollecitare e stimolare l’osservazione e la sperimentazione diretta e personale dell’esistenza. Per occuparci del sano ed equilibrato sviluppo del bambino e dell’adulto dobbiamo unicamente comprendere come l’essere umano possa autonomamente penetrare il fenomeno “vita”. Dobbiamo iniziare ad occuparci gli uni degli altri come fratelli, e non erigere alcuni a maestri e confinare altri allo stadio di alunni perennemente ripetenti.   

2. Le forme della ricerca

Tutti cercano qualcosa: piacere, fama, gloria, potere, sicurezza, felicità, amore. Tutti noi, almeno in una cosa, siamo uguali: desideriamo e vogliamo ottenere qualcosa. Detto ciò, possiamo facilmente distinguere tre fondamentali approcci di ricerca che l’uomo assume nei confronti di se stesso e del mondo che lo circonda.

Il primo è un approccio di “ricerca motivata a priori”, vale a dire una ricerca che scaturisce da una particolare necessità, da un bisogno che è causa, direzione e fine della ricerca stessa. Se vogliamo vivere nel lusso cercheremo di guadagnare molti soldi. Se vogliamo diventare genitori cercheremo di generare dei figli.  Se vogliamo trovare Dio inizieremo ad abbracciare qualche fede o a seguire qualche pratica o setta strana. Questo atteggiamento non si interroga mai sulle ragioni del desiderio che sta alla base della ricerca, ma muove la persona unicamente a reperire quel che ritiene più utile per raggiungere l’oggetto desiderato. Questa forma di ricerca è profondamente sbagliata per quanto riguarda la possibilità di comprendere veramente qualcosa poiché non è minimamente interessata alla comprensione di ciò che veramente è quel qualcosa, ma unicamente alla soddisfazione dei contenuti emotivi e mentali che l’hanno generata.

Il secondo tipo d’approccio lo potremmo definire come “un’azione d’adeguamento” da parte dell’individuo all’ambiente circostante e, quindi, anche a ciò che a priori gli viene offerto. L’uomo che si muove nella vita assumendo questo approccio è unicamente interessato a reperire mezzi noti per raggiungere fini altrettanto noti. Questo atteggiamento spinge la persona a giustificare le proprie azioni ed il proprio vivere sulla base di quel che la società ritiene buono e giusto. Il desiderio di fondo dominante è la sicurezza, che a ben vedere è il riflesso della paura prodotta dalla percezione di insicurezza, ma di tutto questo, il nostro uomo, non ne è certo cosciente, perché chi fugge dalla paura nulla teme di più che ammettere di fuggire dalle sue stesse paure. Infine v’è quell’approccio all’esistenza che ritengo indispensabile per poter comprendere realmente e risolvere i nostri problemi. Questo approccio lo possiamo definire “un atteggiamento d’indagine attenta e passiva”.

3. L’osservazione attenta e passiva.

È importante sottolineare la grande differenza che sussiste fra l’azione d’indagine e quella di ricerca. Compiere un’indagine su un determinato oggetto, su noi stessi, le nostre relazioni o qualunque altra cosa, significa cercare di osservare la realtà mossi unicamente dall’intento di voler comprendere ciò che c’è di fronte. Svolgere una ricerca, spesso invece, significa scrutare qualcosa al fine di individuarne particolari caratteristiche utili all’assolvimento di un fine predeterminato.

Ricercare significa manipolare, osservare principalmente quelle cose ritenute utili, escludendo poi tutto il resto. La ricerca è pertanto un’azione escludente, delimitante e manipolativa, tutte cose, queste, assolutamente dannose per una reale e piena comprensione di un fenomeno, qualunque esso sia. Per comprendere il nostro mondo interiore e tutti i suoi misteriosi avvenimenti è quindi fondamentale capire l’importanza capitale che gioca il modo in cui noi osserviamo. Non si potrà sottolineare e far riflettere mai abbastanza sull’assoluta importanza che esercitano i presupposti da cui muoviamo per comprendere l’esistenza. Quando sentiamo che qualcosa, in noi o fuori di noi, non va, la prima cosa che facciamo è cercare delle risposte, un aiuto, una via d’uscita. Tutta la nostra attenzione ed energia si sposta e focalizza immediatamente sulle possibili risposte. Tutta la nostra cultura inerente la cura della persona è stata completamente inglobata nel paradigma medico scientifico classico “sintomo – farmaco/stimolo – risposta”, e ormai allo stesso modo rispondiamo alle sfide della vita e del nostro mondo interiore. Un sintomo, spesso, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, è, il più delle volte, un segnale da comprendere e non da eliminare o soffocare! Ma chi lo deve comprendere? Unicamente chi lo vive, e non lo specialista o l’analista. Specialista, analista, figure religiose e quant’altro, assolvono alla loro funzione solo quando operano da agevolatori, stimolatori di un processo di auto - osservazione e comprensione dell’individuo. La paura, il dolore per la perdita di un caro, l’angoscia per un futuro che ci appare sempre più incerto o l’inquietudine che sentiamo quando affiora in noi l’idea della morte, non sono sintomi di un male da curare, inteso come patologia.

Se ci osserviamo “attentamente e in modo passivo”, quando in noi affiora della sofferenza o qualcosa di sgradito, possiamo notare come questo evento faccia scattare immediatamente la necessità di trovare una soluzione capace di eliminare in modo subitaneo il disagio. Reagiamo cercando una via di fuga, una strada che ci porti il più rapidamente possibile a una modificazione dello stato interiore che ci turba. Ma fuggire non ci porterà mai a scoprire. Per risolvere un problema è necessario comprendere la natura del problema.

Farmaci, ideologie consolanti, fanatismi, ossessioni, droghe, continue ricerche della distrazione e dello svago, nella maggior parte dei casi fungono da anestetici, da momentanee evasioni, sino a poter divenire vere e proprie prigioni della mente dalle quali non si è più in grado di ascoltare il significato che le sfide della vita cercano di comunicarci. Spesso, infatti, il rimedio sbagliato è la causa principale dell’aggravarsi di un problema. È solo a questo punto che il concetto di patologia psichica trova la sua più chiara declinazione, cioè quando l’individuo si avviluppa all’interno di una struttura di pensiero reiterante, entro la quale non può giungervi più alcuna voce dissonante dal perpetuo e sempre uguale suo pensare e sentire.

Pertanto è un grave errore definire malattia, e trattare di conseguenza, quel disagio, quel segnale, quello stimolo che in origine è unicamente la peculiare forma che l’organismo o la mente adottano per dialogare con la coscienza, al fine di dirigerla e consigliarla entro gli argini del naturale e spontaneo divenire. Potremmo dire che la sofferenza ed il disagio sono la bussola della nostra esistenza, servono per segnalarci le rotte sbagliate o per indicarci l’orizzonte da seguire. Ma tutto dipende da noi, la bussola è solo uno strumento meccanico, che senza un capitano, capace di trarne i corretti insegnamenti, risulta totalmente inutile. È indispensabile cominciare ad ascoltare e vedere ciò che ci sta di fronte, ciò che ci punzecchia continuamente, che ci irrita e ci ferisce, perché il nostro mondo interiore non risponde alle leggi della meccanica, ma unicamente alle leggi dell’intelligenza. E per comprendere l’intelligenza è necessaria l’intelligenza, null’altro.  L’unica strada possibile è, quindi, intraprendere una seria indagine, divenendo scienziati di noi stessi, del nostro mondo interiore.

Quando riconosciamo l’esistenza di un problema, fuori o dentro di noi, quale sarà la nostra esigenza primaria? Prima cercheremo di ascoltare e vedere il problema, solo così avremo poi la comprensione sufficiente per agire correttamente. Non possiamo agire d’impeto, alla ceca, spinti dalla paura di rimanere almeno per un po’ di tempo con ciò che ci confonde e spaventa!

Il primo passo di un’indagine determina tutto il suo futuro percorso. Se le prime mosse sono fallaci, ed erroneamente vengono date per valide o per già sufficientemente fondate, molte forze e tempo saranno persi nell'invano tentativo di cercare teorie che vadano a loro sostegno. È però comprensibile che l’uomo sia più interessato ad avere delle soluzioni immediate, piuttosto che intraprendere un a volte doloroso percorso di comprensione. La sofferenza, infatti, è un fenomeno che agisce direttamente sulla “pelle” di chi la osserva. È, quindi, relativamente facile divenire degli scienziati del mondo che vive fuori di noi, ma è una cosa straordinaria essere degli scienziati del nostro mondo interiore. 

Se l’individuo si lascia trasportare dalla necessità di scovare un’immediata soluzione alla sua condizione di disagio, è facile che trovi rimedi più dannosi che utili o che si lasci condurre da persone che non sanno nemmeno loro dove stanno andando, e ahimè si sa che più una persona soffre, più è disposta a credere in qualsiasi cosa possa darle una minima speranza. Per comprendere le leggi del nostro mondo interiore si devono osservare tutti i fenomeni che compongono le nostre complesse, quanto meravigliose, esistenze, come un astronomo osserva il cosmo, pieni di stupore e meraviglia per l’infinito e misterioso spazio che ci sta di fronte. Ma per fare ciò dobbiamo come prima cosa smettere di aver paura delle nostre paure, iniziando così ad affrontare la realtà di quel che si nasconde in noi. Osserviamo attenti e fiduciosi l’oscurità dei nostri cieli interiori, e lasciamo che siano le comete e i pianeti, che lì si muovono, a parlarci del loro mistero.

4. Conclusione

Da quanto detto finora risulta che l’osservazione attenta e passiva è il fondamento stesso del fenomeno della consapevolezza, e comprendere come lasciare operare la consapevolezza è l’inizio e la fine di ogni vera indagine. Lo stato mentale “attento e passivo”, inizialmente si percepisce come uno sforzo, una sorta di esercizio. Questo avviene per il semplice motivo che siamo ormai assuefatti ad una continua attività caotica del pensiero, ma perseverando con fiducia, lentamente lo stato “attento e passivo” può ridivenire quella condizione naturale che portavamo con noi, in potenza, sin dal nostro primo respiro.

Approfondirò, per chi lo volesse, in un’altra occasione, alcuni aspetti pratici utili alla corretta sperimentazione di questo stato d’osservazione. Per ora credo che quando detto sia più che sufficiente.

 

Una scarpa n°48 è grande, ma stretta per chi porta il 52!

scarpaRoberto ha scritto: Ciao Pier, sono Roberto. Sono stato obbligato dalle circostanze a fare i conti (disastrosi) con la mia esistenza alcuni anni fa, perciò comprendo il tuo linguaggio e condivido molti pareri. Personalmente ho imparato a stare molto attento a dare consigli, specialmente a chi non ha nessuna intenzione di affrontare dispiaceri addormentati, e ho notato il tatto con cui hai dato alcune risposte a persone in situazioni abbastanza delicate. Non sarei stato capace di essere altrettanto diplomatico, ed è per questo che spesso evito di proporre soluzioni. La mia domanda è: sei sincero o cerchi di addolcire la pillola temendo un rifiuto secco al giusto rimedio? Si sa che certi dolori vanno vissuti e pianti fino all'ultima lacrima affinché si manifesti il "miracoloso" effetto di accettazione della realtà, e a volte sembra tu voglia far credere che si possa evitare questo obbligo: forse non ritieni che ad ognuno venga affidato un compito alla sua portata? Non voglio essere critico, solo non ho capito la tua tecnica.

Pier ha risposto: Caro Roberto, io non ho nessuna tecnica o strategia, non valuto nulla e non elaboro calcolo alcuno per il semplice motivo che non ho nessun fine, scopo o obbiettivo. Gli obbiettivi nascono quando si proietta un’immagine di ciò che si ritiene dovrebbe essere il futuro. Per avere uno scopo devi avere un desiderio da realizzare, ma io non ho alcun desiderio da raggiungere quando rispondo a una domanda. La mia risposta è unicamente la condivisione immediata della mia percezione del problema. Se poi qualcuno, ascoltando le mie parole, riesce a dissolvere il suo problema, bene, ma questo è principalmente merito suo.

Quando condividiamo la nostra visione delle cose per il puro piacere di vivere la relazione, il nostro significato è intrinseco all’azione che compiamo. Quando, invece, agiamo con uno scopo estrinseco, predeterminato, il nostro relazionarci non è più libero, ma manipolativo e vincolante. Un fine, per me, esiste sempre e solo in chi pone una domanda. È chi chiede che elabora la risposta, e quando la risposta rientra nel suo spazio di consapevolezza, questa può essere accettata, rifiutata o deformata nei significati. Tutto qua! Non ho una tecnica, non sono uno psicologo o uno psichiatra, non ho una profilassi, una diagnosi e una prassi. Se proprio devo cercare di definire quel faccio, la parola più adatta mi sembra essere “poesia”. Ricordo che da piccolo mi chiesero cosa volessi fare da grande? Risposi il poeta. Sorrisero. Non so se mi stia riuscendo, ma credo che la poesia sia la cosa che più si avvicina alle mie risposte. Sì, perché per me è l’essenza della vita ad essere pura bellezza e poesia, e non v’è nulla di più appagante del provare a rifletterla e trasmetterla alle persone attraverso le parole. Almeno per me. Qualcun altro userà altri strumenti e sentieri: il legno, un pennello, la cura di un figlio, di un giardino, di una città. Le vie sono infinite!

Tornando a noi, dicevo che una tecnica è utile solo per chi crede che gli individui siano tutti uguali o perlomeno sottoponibili allo stesso processo di trasformazione, ma poiché ogni essere umano è un fenomeno indefinibile e imprevedibile l’unica via percorribile è l’intuizione immediata e diretta di ciò che serve fare e dire in uno scambio da cuore a cuore.

Perché credi poi che alcune mie risposte siano diplomatiche e addolcite? Sembra che in te sia radicata la convinzione che il contatto con la realtà debba necessariamente essere un fenomeno doloroso, ma per me non è necessariamente così! La strada che ci riporta a noi stessi è dolorosa quanto riteniamo che debba esserlo, dipende solo da noi. Chi è colui che riscopre se stesso? E chi è quel se stesso da riscoprire? Siamo sempre e solo noi! Tu sei la via, il viandante e la meta!

Quando rispondo a qualcuno, l’unica cosa che cerco di fare è percepire il grado di equilibrio, sensibilità e penetrabilità della coscienza di colui che pone la domanda. Un problema di cemento necessita l’utilizzo di un martello, mentre un problema fatto di palloncini d’aria l’uso di uno spillo. Vi sono, però, a volte, anche problemi così sanguinanti e sofferenti che l’unica cosa che ci mi sento di mettere in gioco è l’ascolto, il silenzio, una garza sterile e del disinfettante. Se proprio devo trovare un fine, uno scopo, il mio fine è la persona, non certo una verità, un dio o una pace fuori dal cuore dell'uomo stesso, perché non ritengo nulla più elevato della necessità e possibilità d’amore e consapevolezza che l’uomo manifesta in sé. Infine, Roberto, sono certo che a tutti noi venga sempre affidato un compito alla nostra portata, il fatto è che non tutti desiderano portare a termine quel compito.

 
Un caro saluto,
Pier

 

Comunicazione, incomprensione e ignoranza

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Quando noi uomini comunichiamo, in realtà non ci comprendiamo mai esattamente, anzi, il più delle volte ci fraintendiamo completamente. Proprio per questo cercherò di esprimermi nel modo più semplice e chiaro a me possibile. A Voi cercare di comprendere nel medesimo modo. Ogni parola che usiamo, se riflettiamo bene, non può mai avere il medesimo significato per chi l'esprime e chi l'ascolta. Ad esempio, la parola “cane” nella mia mente fa riaffiorare delle particolari immagini, nella vostra sicuramente altre. La parola “cane”, a livello logico, è un categoria universale. Il termine “cane” racchiude in sé l’idea astratta di tutti i cani esistenti al mondo. Pertanto se dico che vorrei comprare un cane, tutti comprendono esattamente il senso della mia affermazione. Quando però uso un termine generico per definire qualcosa di specifico sorgono problemi, sia per quanto riguarda la mia personale comprensione degli eventi che mi accadono, sia per quanto riguarda la possibilità di comunicare efficacemente con le persone che mi circondano.

Per esempio, quando dico di odiare i cani è molto probabile che stia creando un pensiero ingannevole capace di paralizzare il naturale processo di crescita e comprensione della mia consapevolezza. Perché odio i cani? Probabilmente perché, in passato, ho avuto delle esperienze poco piacevoli con alcuni cani. Questo però non significa che ogni cane sia uguale ai cani di cui ho fatto esperienza in passato. È quindi corretto affermare: io odio quei cani con cui sono entrato in contatto nel mio passato. Definire in modo corretto le nostre esperienze ci permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda. Da questo esempio, infatti, si capisce facilmente come il dire “odio i cani” generi in me un atteggiamento di rifiuto verso ogni essere vivente che, a livello concettuale, rientra nella mia definizione di cane. Dire, invece, “odio quel cane che mi ha morso l’anno scorso”, mi pone nella condizione di fare nuove esperienze con tutti gli altri esseri viventi appartenenti alla specie dei cani. Da quanto detto sinora dovrebbe risultare chiaro il danno enorme che portano le generalizzazione e tutte le definizioni affrettate e superficiali delle cose che spesso appiccichiamo alla realtà dei fatti.

Sostituiamo, ora, alla parola cane la parola musulmano, italiano, nomade, negro, slavo, ebreo, cattolico, ortodosso, comunista o altre simili per rilevanza. Credo risulti immediatamente comprensibile la pericolosità che si nascondono in un tale ignorante modo d’interpretare la vita che ci circonda. I concetti, usati nel tentativo di comunicare e comprendere esperienze vissute, risultano mezzi poveri e inadeguati poiché empiricamente, esistenzialmente, realmente e umanamente non esiste nulla che possa essere racchiuso in una categoria di pensiero, ma unicamente una serie infinita di esperienze diverse che ognuno di noi fa in continuazione.

Esiste pertanto una realtà empirica soggettiva (diversa per ogni individuo) e una realtà concettuale oggettiva (uguale per ogni persona). L’errore più grande nasce dal fatto che la forma oggettiva del linguaggio viene ingannevolmente utilizzata per comunicare e comprendere esperienze soggettive empiriche. Immaginiamo quale difficoltà di comprensione è connaturata a termini come mondo, amore, fratellanza, libertà, verità, dio, democrazia, società, umanità, coscienza, anima, spiritualità: tutti nomi che racchiudono un’immensità di contenuti differenti a seconda del background culturale d’ogni uomo. Potremmo proseguire in una lunghissima disquisizione sull'imprecisione del linguaggio e sulle difficoltà che troviamo nel cercare di comprenderci veramente, ma quanto detto credo possa bastare per rendere evidente l'importanza di chiarire il più precisamente possibile, a noi stessi e agli altri, la dimensione empirica soggettiva che si nasconde sotto il superficiale strato linguistico. Infine, altrettanto fondamentale è prestare totale attenzione a ciò che troppo facilmente diamo per scontato, compreso e certo.

Feriamo tanto facilmente e soffriamo proprio perché le parole sono divenute più importanti dell'amore e della verità. Amiamo più le parole della mente che il vivo corpo degli esseri umani!

Pier

Libri

Contengono alcune fra le risposte più significative del blog su amore, meditazione, realizzazione di sé, libertà dai condizionamenti.

Canzoni

Ascolta le nostre canzoni: un viaggio nel mondo delle emozioni e del pensiero umano alla ricerca del significato ultimo delle cose.

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