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Il dogma dell’anzianità e l’eternità della giovinezza

giovinezza Nella nostra cultura si è generate l’idea che avere più anni di vita significa anche avere più esperienza e conoscenza, e più esperienza e conoscenza significano anche più saggezza e serenità. Questo è un pensiero meramente quantitativo, lineare ed estremamente superficiale. Non v’è dubbio, inoltre, che un siffatto pensiero nasca, anche e soprattutto, dal bisogno di nascondere le prove di una vita fallimentare dietro il muro di una superiorità dettata dal dogma dell’anzianità. “Io sono vecchio e so più di te, pertanto non discutere, ma fai quel che ti dico”, quante volte abbiamo sentito questa frase?! L’abbiamo sentita tutti, e tutti l’abbiamo odiata, ma molti di noi l’hanno comunque rispettata e accettata a capo chino, e quando ormai ci accorgiamo d’esser divenuti vecchi e d’aver vissuto un’intera vita facendo quel che altri volevano, il dolore e il rimpianto spesso sono troppo grandi per poter ammettere di non essere stati sufficientemente forti da riuscire a camminare con le nostre gambe e pensare con la nostra testa. Ecco allora che pure a noi non rimane altro che dire: “Io so più di te, ascolta e fa quel che dico, perché sono più vecchio e ho più esperienza”. Sembra che il semplice passare del tempo e l’accumularsi dell’esperienza siano l’unico metro che molti usano per valutare il valore di una persona, dopo il suo conto in banca e la sua posizione di potere, ovviamente. Cose come la felicità, la serenità, l’amore e il sorriso che vivono in un uomo, pare non vengano nemmeno concepite fra le qualità che un individuo dovrebbe avere per poter essere considerato un punto di riferimento.

Io credo che ciò stia accadendo semplicemente perché non si riescono più a trovare persone equilibrate e serene. Quanti vecchi conosciamo che non sono divenuti perlopiù ottusi?

È quindi comprensibile che la maggior parte delle persone, non avendo praticamente più alcuna esperienza di libertà, gioia e vero amore, inizi a basare i propri criteri di valore unicamente sulla durata della vita di una persona, sul suo conto in banca e sul suo lavoro. Chi vive infelice teme la morte quanto la vita, pertanto, mosso unicamente dalla paura e dal bisogno di difendersi, ripone le sue certezze nel benessere fisico, nel denaro e sul potere di comandare in generale, che è solo un’altra illusione di sicurezza.

Nella mia visione delle cose, però, la vita non si muove unicamente su un piano lineare, temporale ed esperienziale, ma si muove anche in una dimensione verticale, di profondità, atemporale, fatta di significati, libertà e amore. L’esperienza e il trascorrere del tempo non sono di per sé prove sufficiente di saggezza e valore. Un uomo può fare mille esperienze, ma se la sua consapevolezza non penetra gli sconfinati significati e dimensioni che si nascondono dietro a ogni evento, l’unica cosa che otterrà sarà un maggiore indurimento delle sue difese e un aumento delle paure. La vita è una continua esperienza, ma ciò che conta è cosa ne facciamo di tutta questa esperienza. Noi nasciamo camminando sulla superficie della dimensione orizzontale della vita, una dimensione fatta dal muto trascorrere del tempo e dal continuo accadere degli eventi, ma ogni istante e ogni singola esperienza, se osservati con attenzione e sensibilità, possono divenire una soglia per fare un balzo nella dimensione verticale, profonda, dell’esistenza, quella dimensione che è intrinsecamente portatrice di libertà e saggezza. Un uomo, durante l’arco di un’intera vita, può vivere la fine di mille relazioni sentimentali, e da ciò concludere, sempre più, che in questo mondo non esiste una donna alla sua altezza. Un altro uomo, invece, in tutta la sua vita, può vivere un solo amore, capace di rispondere a tutte le sue domande e i suoi bisogni. Non è il semplice trascorrere del tempo che ci rende uomini, ma è quel che facciamo di ogni singolo istante della nostra vita! Per me è quindi indispensabile camminare lungo il sentiero del tempo e delle esperienze, quanto è indispensabile gettare in ogni singolo momento lo scandagli della nostra consapevolezza, per attingere i significati direttamente dal cuore di questa nostra esistenza.

V’è poi da dire che se la saggezza nascesse unicamente dal trascorrere del tempo, questa vita sarebbe molto crudele verso tutti coloro che non hanno la fortuna di vivere a lungo. Ma grazie a dio le cose non stanno così, infatti, ogni qualvolta la nostra sete di pace e serenità si rende bruciante, ecco che la porta della dimensione profonda della nostra vita si apre, per questo a volte è più facile trovare luce negli occhi di un giovane morente, piuttosto che in quelli di un vecchio sano!

Un abbraccio,
Pier

Sulla Chiesa Cattolica: ciò che non si rigenera muore

chiesa_cattolicaSara ha scritto: Caro Pier, in alcuni tuoi scritti sei stato molto critico nei confronti delle istituzioni religiose, in particolar modo verso la chiesa cattolica. Nella tua breve biografia dici, però, d’esserti affidato alla guida di un frate francescano per diversi anni. Non ti sembra di essere contraddittorio?

Un saluto,
Sara

Pier ha risposto: Cara Sara, non credo d’essere io quello in contraddizione, ma ritengo proprio che lo siano le istituzioni religiose. Io sono un singolo individuo che dice quel che pensa, contrariamente a quel che fanno le Chiese. Le istituzioni religiose sono composte da migliaia di individui, e migliaia di individui non possono avere un'unica visione della spiritualità, altrimenti sarebbero degli automi. Questo è il motivo principale per cui, nelle mia vita, ho potuto trovare uomini appartenenti alla Chiesa cattolica dotati, dal mio personalissimo punto di vista, di una profonda dimensione spirituale, come ho potuto trovarne altri corrotti sia da un punto di vista morale che spirituale. Dalla tua domanda mi sembra di capire che commetti l’errore di vedere le istituzioni religiose entro una prospettiva monolitica. Una grande chiesa è fatta da milioni di individui, e ogni individuo ha una sua peculiare visione dell'uomo e della spiritualità. Sono solo i mass media e i vertici delle istituzioni che ci vorrebbero far apparire le cose in bianco o in nero, ma la realtà è sempre un arcobaleno infinito.

Critico, poi, in particolar modo la Chiesa cattolica perché è quella che conosco meglio, quella che ha influenzato maggiormente la mia vita, e anche perché, a modo mio, è l’istituzione religiosa a cui sono più “affezionato”, nel bene e nel male. Penso inoltre che si critichi solo ciò a cui si è in qualche modo legati e a cui si attribuisce un valore e mai qualcosa che ci risulti irrilevante o indifferente. V'è poi da dire che la Chiesa cattolica è un’istituzione religiosa strutturata all'interno di logiche di potere piramidali, con al vertice il Papa e alla base i fedeli. Come in tutte le strutture di potere piramidale, fra il vertice e la base, esistono notevoli differenze. Ritengo quindi un errore ritenere la Chiesa cattolica un blocco unitario di coscienza. Come in un gregge esiste un pastore, le pecore più disciplinate, un gran numero di pecore che si accodano per semplice abitudine, e pecore che fuggono dal gruppo, così sono anche le umane istituzioni, Chiesa cattolica compresa. Ogni istituzione, qualora dovesse effettivamente divenire un’entità monolitica, è unicamente destinata a morire di vecchiaia. Il nostro corpo rimane in salute solo sino a quando è in grado di rigenerarsi, quando questo processo termina, subentra la vecchiaia e la morte. Ugualmente accade per la nostra coscienza.

La coscienza umana, vista nella sua globalità, è un fenomeno in perpetuo mutamento, che accade passando attraverso momenti di sedimentazione, che, progressivamente sperimentati e assorbiti, vengono poi superati. Se un’istituzione non riesce ad auto-trascendersi in continuazione, ma per paura del nuovo e del cambiamento, si trincera in se stessa, muore! Il corpo della Chiesa cattolica in che stato di salute è attualmente? Questa è, per me, la vera domanda!

Un saluto,
Pier

 

Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualità

Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualitàFabio ha scritto: Caro Pier, volevo sapere cosa ne pensi del vegetarianesimo. In questo periodo mi capita spesso di pensare all'ingiustizia del fatto che per nutrirsi bisogna arrecare sofferenza a un essere vivente. È un pensiero che spesso non mi da pace e che mi ricollega a tutte le ingiustizie di questo mondo commesse da noi uomini. Poi guardo la natura, e mi rendo conto che sono un’infinità le specie che si uccidono a vicenda per nutrirsi. E mi chiedo come sia possibile che Dio abbia creato un mondo così sbagliato, mettendo le sue creature in condizione di divorarsi a vicenda per sopravvivere. Certo potrei diventare vegetariano o addirittura frugivoro, ma a volte questa scelta mi dà l'impressione di una fuga da un aspetto, quello aggressivo, che è insito nella vita su questa terra. Da ciò nasce una grande frustrazione dovuta allo scontro del desiderare un mondo dove le creature possano amarsi tutte e rispettarsi con la necessità di dovermi integrare in un mondo di cui non capisco la logica.

 
Un saluto amichevole,
Fabio

Pier ha risposto: Caro Fabio, hai ragione, il semplice adottare una dieta vegetariana o frugivora non può essere la reale risposta al tuo problema. Il tuo problema riguarda, non solo la violenza umana, ma anche l’apparente malignità che governa la natura. Molte persone scelgono di non mangiare più carne anche se non hanno compreso tutte le implicazioni che dovrebbero portare a una scelta di questo genere. Lo fanno principalmente in risposta alla violenza che vedono insita nell’atto di mangiare esseri viventi, ma questa prima risposta non è sufficiente a comprendere l’armonia sottile che governa questo nostro universo. Ecco allora che le persone rischiano di divenire ossessionate dal bisogno di non ferire o nuocere ad altri esseri viventi, poiché il semplice atto di divenire vegetariani non può esaurire la questione sulla violenza che domina le leggi della natura, compreso, ovviante, l’uomo. Un atto veramente risolutivo non può mai venire da una superficiale reazione pratica, ma nasce sempre da una profonda comprensione esistenziale, che oltretutto non porta mai ad azioni fanatiche o dannose per l’organismo e per la psiche.

Se cerchiamo una risposta definitiva e completa dobbiamo come sempre andare a guardare nel cuore stesso della vita scendendo sempre più in meditazione, in quella che io chiamo “un’osservazione attenta e passiva” di tutto quel che accade in noi e fuori da noi. Se approcciamo le cose del mondo con questo atteggiamento mentale, piano, piano, i nostri pregiudizi si dissolvono, e lo “stato di fatto delle cose” si palesa. Osserva, lascia scorrere i tuoi pensieri, non preoccuparti di nulla, non affannarti per cose che non puoi cambiare, non cercare di risolvere nulla, rimani semplicemente in uno stato di quieta osservazione.

Come risultato dalle mie osservazioni ti posso dire che vi sono alcuni aspetti ricorrenti nel condizionamento che la nostra cultura opera sul nostro pensiero. Uno dei più forti e dannosi è l’idea di Dio come entità antropomorfa che ha creato un modo affinché gli uomini potessero vivere la loro personalissima idea di bene e giustizia. L’idea imperante di Dio rispecchia unicamente i nostri personali concetti di verità, bene, giustizia e libertà, ma quanti di noi hanno mai visto o parlato con questo Dio? Nella bibbia è scritto che Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma chi ha scritto ciò? Un uomo ovviamente. Non sembra quindi cosa più ragionevole pensare che l’uomo abbia creato Dio a sua immagine e somiglianza? Le chiese sostengono che sia stato Dio ad aver ispirato l’uomo e ad averlo guidato nella scrittura di quei testi definiti sacri. Ma dove stanno le prove di questa affermazione? Se seguiamo questa logica, perché non dovremmo credere ad ogni persona che sostiene di aver ricevuto un messaggio da qualche entità superiore? Abbiamo decine di religioni, tutte in contraddizione fra loro, e tutte sostengono l’unicità della loro verità. A me sembra un pensiero un tantino contraddittorio. Affermassero almeno che tutte hanno ragione, ma che ognuna ha una sua peculiare prospettiva!

Quando iniziamo a pensare che un Dio ha creato il mondo affinché l’uomo potesse vivere in pace e serenità, iniziamo a creare infinite domande senza soluzione, e questo perché la prima affermazione è infondata. Su quali basi possiamo sostenere che un Dio ha creato il mondo? E su quali basi ci immaginiamo questo Dio? Quando accettiamo un assunto senza averlo attentamente valutato e verificato, abbiamo solo due strade: o iniziamo a credere a tutto quel che ci viene detto, o, se usiamo un pochino la nostra ragione, finiamo in un mare di guai, vedendo le tante incongruenze. Pensa se in un programma televisivo venisse concesso ad un logico materialista di dialogare con un sacerdote. Credo che il povero religioso avrebbe sicuramente un bel da fare per non cadere nel ridicolo. Proviamo per gioco ad ipotizzare la scambio fra i due:

Sacerdote: “Dio è sommo bene e infinito amore”.     

Logico: “E il male da dove viene?”.

Sacerdote: “Dal demonio”.

Logico: “E il demonio da dove viene?”.

Sacerdote: “Era un angelo, chiamato Lucifero, nome che deriva dal latino, composto di lux (luce) e ferre (portare). Era l’angelo più vicino a Dio, per questo era detto portatore di luce, ma questa vicinanza all’altissimo lo spinse a voler superare il suo stesso Signore e Padre. Come, infatti, scrive Isaia (14,14): "Similis ero Altissimo"(Sarò simile all'Altissimo). Questo iniziò a volere Lucifero, e per questo, dopo aver perso una tremenda battaglia contro gli angeli del Signore, venne scaraventato giù dai cieli e confinato negli inferi. Da quel giorno il suo nome venne cancellato, con l’imposizione che nessuno lo pronunci mai più, e per tutti egli diventò Satana, che in lingua ebraica significa l’avversario”.

Logico: “Bella storia, ma se Dio è solo bene, come è possibile che abbia creato un angelo poi capace di muovergli battagli per sete di grandezza e potere. Come è possibile che da un’entità che è solo bene nasca un essere capace delle più basse nefandezze umane?”.

Sacerdote: “È il libero arbitrio figliolo. Dio ci ha fatti, come ogni sua creatura, liberi di scegliere”.

Logico: “Caro prete, voi a questo punto del discorso tirate fuori sempre la storia del libero arbitrio, ma non le pare che non spieghi minimamente come sia possibile tirar fuori da qualcosa che è assoluto bene del male assoluto? Quando al mattino mi alzo sereno ho il libero arbitrio di farmi il tè o il caffè, ma non mi metto a picchiare i miei figli, capisce cosa intendo? Cosa c'entra il libero arbitrio con la nascita del male? Angeli e uomini potevano avere il libero arbitrio senza dover arbitrare fra il bene e il male. Se noi possiamo arbitrare sul male, qualcuno ci avrà posto al cospetto del male, se come dite voi, noi non siamo i creatori di noi stessi…”.

Questo discorso potrebbe andare avanti all’infinito, ma non credo che per il Sacerdote le cose possano migliorare. Quando, come primo assunto, trasformiamo una metafora in un fatto, tutto quel che verrà dopo dovrà inevitabilmente essere un fraintendimento maggiore, elaborato per reggere il primo e così via. Ma una “balla” più una “balla” non fa mai una verità. Non sto rinnegando i testi sacri, sto solo cercando di chiarire che, dal mio punto di vista, quando dei racconti metaforici vengono presi alla lettera, tutto finisce inevitabilmente nell’assurdo. Se ad un ceco racconti che il sole è una palla luminosa che sta sospesa nel cielo, e questo ti prende alla lettera, il giorno che prenderà un aereo, chiederà al pilota di stare attento a non andarvi contro.

Le nostre menti sono piene di fantasie ritenute reali, metafore trasformate in verità assolute. Secoli di interpretazioni letterali dei messaggi contenuti nei testi di sacri ci hanno portato, con l’avanzare del pensiero scientifico, a perdere sempre più interesse e fiducia per la nostra stessa dimensione interiore o a credere confusamente in tante cose. Il materialismo e il nichilismo che dominano questo mondo sono anche il prodotto di una spiritualità che non è più capace di affascinare e far comprendere e sperimentare realmente la dimensione essenziale dell’animo umano.

Lasciamo pertanto il “dio persona” per un momento da parte e proviamo ad osservare i fatti. Le mie osservazioni mi dicono che nella natura v’è violenza ma non malvagità. La malvagità è una peculiarità dell’uomo. L’animale uccide per nutrirsi, senza possibilità di scelta. Il regno animale vive ancora in uno stato più o meno profondo di incoscienza di sé, perciò è insensato applicarvi i nostri concetti e le nostre emozioni. La natura, nell’uomo, invece, è divenuta potenzialmente consapevole di sé e dell’altro come entità autonome ma sostanzialmente uguali, rendendosi così capace di profonda empatia, vedendo affiorare per la prima volta un istinto di cura e conservazione della vita in ogni sua forma. Se l’uomo giungerà a piena maturazione diverrà il testimone e il custode della vita nella sua totalità.

Per questo dall’uomo ci si aspetta sempre più che non commetta immotivati e orrendi stermini di esseri viventi, considerando oltretutto che può benissimo evitare di cibarsi di animali. Attualmente però l’umanità sta evidentemente attraversando una fase di metamorfosi, dove in parte è ancora immersa nel sonno del mondo animale e in parte è entrata nella consapevole di sé e della sensibilità della vita. Risvegliarsi totalmente alla percezione consapevole della vita è il nostro grande potenziale, la nostra più grande sfida!

Se iniziassimo a conoscerci un po’ di più, comprenderemmo, in oltre, che l’assunzione di cibi costituiti dalle membra di cadaveri è nociva a livello psichico. Chi inizia ad ascoltarsi con attenzione, dopo poco tempo sente quanto l’assunzione di carne sia controproducente al mantenimento di una consapevolezza vigile. Esistono infatti specifiche diete che andrebbero seguite per chi intraprende un percorso di autoconoscenza. È anche vero però che lo stesso evolversi della meditazione/osservazione porta a comprendere autonomamente quale alimentazione sia più indicata. Infine l’apogeo dell’indagine su di sé e sulla vita giunge quando si esperisce il pieno risveglio della coscienza ed il conseguente riconoscimento della natura indivisa e sensibile di questo intero universo, percependo quindi un’impossibilità fisica, emotiva e spirituale di cibarsi di esseri viventi che vede come parte di un unico organismo. Sarebbe come per noi oggi uccidere e mangiare dei parenti. Se l’animale uccide per mangiare è cosa conforme alle leggi del mondo animale. Se l’uomo uccide per alimentarsi, spinto da bisogni di sopravvivenza, e cosa altrettanto conforme alle leggi della natura. Se uccide per puro piacere dei sensi o peggio per svago, se stermina ogni giorno milioni di animali per questioni di business e mercato è sintomo di malattia, di una metamorfosi della coscienza degenerata. So che chi da sempre è abituato a mangiare carne non può smettere dall’oggi al domani, ma se segue un naturale percorso di sensibilizzazione, progressivamente abbandonerà l’alimentazione carnivora, senza drammi o scompensi fisiologici. Alcune persone potranno anche non abbandonare mai completamente l’assunzione di carni, perché sentono che gli può essere particolarmente dannoso per l’equilibrio psico-fisico. Tutto ciò è cosa ragionevole, nulla di paragonabile all’ingordigia e all’egoismo che oggi muovono ogni nostra azione, a partire dai nostri rapporti personali, sino ad arrivare all’alimentazione.

Vorrei concludere questa nostra condivisione chiarendo il mio punto di vista sul “dio persona”. Non v’è nessuno seduto su un trono che sta a guardare questo folle e violento mondo. Se osserviamo dentro e fuori di noi son certo che giungeremo alla comune conclusione che questo universo è generato e sostenuto, attraverso ogni sua singola cellula, filo d’erba, granello di sabbia, creatura vegetale, animale, umana, visibile e a noi invisibile, da una Presenza/Essenza impersonale infinita, senza tempo, incomprensibile, indefinibile e inimmaginabile per le nostre menti. Noi uomini, che in questa Essenza siamo totalmente immersi e che d’essa siamo inconsapevoli manifestazioni, abbiamo un unico significato per cui valga la pena attraversare le tante dure prove di questo bizzarro viaggio chiamato vita: divenirne consapevoli, a Lei risvegliarci. Solo così potremo liberarci definitivamente e totalmente da ogni paura e violenza connaturate alla percezione d’essere unicamente una mente e un corpo persi in un universo infinito che vivono un giorno.

Questo risveglio, però, non può essere ottenuto attraverso le forme del pensiero, come quando si comprende una formula matematica, ma, usando una similitudine, come quando due persone si innamorano perdutamente. Se chiedi ad un amante cos'è l'amore, questo non saprà spiegartelo, alzerà le spalle e ti sorriderà. Ti potrà dire che è meraviglioso, che è la cosa che più lo rende felice al mondo, che è sacro, ma non troverà spiegazioni. Per innamorarsi non ci si può far spiegare l'amore, o lo si vive o non lo si conosce. Così è anche la sacra Presenza che regge e manifesta l'universo. L'uomo non la può comprendere, non la può descrivere, non la può pensare, ma la può sentire, la può essere se abbandona i confini del proprio ego, le sue illusioni e suoi condizionamenti. Questo è, dal mio punto di vista, la spiegazione letterale delle parole di Gesù quando afferma: Dio è amore. Dio è per l’uomo l'esperienza dell'amore sommo, della pura passione per l'esistenza intera.

Gentile Fabio, osserva, entrare sempre più in sintonia con questa misteriosa e sconfinata esistenza, perché nessuna risposta può appagarci realmente se non nasce dal nostro Essere.

 
Un abbraccio,
Pier
 

Festa delle Bandiere 20 marzo 2009

Festa delle bandiere 20/03/2009
 
Un pezzo di stoffa colorata,

un pennarello oro o argento,

un pezzo di cordicella.

Un desiderio esposto al vento,

che si consuma,

che si perde,

mentre noi rimaniamo a guardare,

distanti, silenziosi, sereni…

La festa delle bandiere cade nei giorni dell’equinozio di primavera e d’autunno, quando la durata del giorno e della notte è uguale, in equilibrio. La festa delle bandiere è silenzio, condivisione, verifica di noi stessi, del nostro cammino. La festa delle bandiere è luce e colore in luoghi spenti e fatti di cemento. La festa delle bandiere è una celebrazione della vita…

Pier

Meditazione e concentrazione: due mondi opposti

meditazioneQuando la nostra consapevolezza si rivolge ad un oggetto specifico, che sia un oggetto del mondo fisico (persone, cose, eventi…) o un oggetto del mondo interiore (pensieri o emozioni) poco importa, il fenomeno che avviene è una focalizzazione della consapevolezza, una sua cristallizzazione. Questa è concentrazione! La concentrazione è un’azione escludente, è un’azione che ci permette di conoscere molto di poco. La concentrazione quando si rivolge al mondo della materia da vita alle conoscenze scientifiche, quando invece viene usata come uno statico atteggiamento mentale indistintamente applicato a tutte le diverse dimensioni dell’esistenza, ecco che diveniamo stupidi e cechi spiritualmente. Un fanatico religioso, un razzista o un nazionalista, sono persona che concentrano la loro consapevolezza unicamente su di un pensiero, rendendo così quel pensiero assoluto, escludente, tiranno, incapace di aprirsi all’ascolto dell’altro e del diverso. Quando la nostra consapevolezza non si concentra su nulla, ma rimane semplicemente in uno stato di rilassamento, d’indistinta e immotivata osservazione di tutto quel che passa di fronte al suo “campo visivo”, quel che accade è meditazione, conoscenza dello stato di fatto delle cose, esperienza del reale, del vero o come lo si voglia chiamare. Meditazione e concentrazione sono entrambi due fenomeni generati dalla consapevolezza, ma la forma che la consapevolezza assume passando attraverso questi due fenomeni è totalmente diversa. Lo schiavo ha una mente sempre focalizzata su frammenti di vita, mentre la persona libera ha una consapevolezza illimitata, proprio perché priva di oggetti vincolanti e delimitanti.

 

Un istante prima di dover partire

 

 

 

 

 

La mia mano separa solo ciò che è nato per essere diviso,
perché la mia forza è fragile come la carezza d’un bambino
e il mio canto è lieve come il cadere d’una piuma.

Ci rimane ancora un istante prima di dover partire,
ci rimane ancora un momento per non sprecare un ultimo sorriso.

Dadrim

 

Frammento tratto dal libro "Morire ridendo".

Scarica gratuitamente e/o acquista i libri del blog di Dadrim.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Morire ridendo” contiene alcune fra le risposte più significative che Dadrim ha dato, in forma scritta, a domande sulla morte, il dolore e il senso della vita.

Schiacciati dal peso del passato

Ricordi passatiIlaria ha chiesto: Caro Pier, il passato è troppo nei miei pensieri, o meglio, i ricordi mi tornano alla mente facendomi spesso vivere male il presente. Cosa posso fare per abbandonare questo inutile peso?

Pier ha risposto: Cara Ilaria, il passato è una cosa morta, non ha alcuna realtà sostanziale! Se ci pensi bene non v’è molta differenza fra il ricordo che abbiamo dei sogni che facciamo nella notte e la memoria che conserviamo del nostro passato. I sogni, però, appena terminati, vengono immediatamente riconosciuti dalla nostra consapevolezza come fenomeni generati unicamente dalla nostra mente, privi di sostanza, quindi innocui. Cosa ben diversa accade invece per tutte quelle esperienze che abbiamo vissuto nel nostro passato. Ritenute reali, fortemente identificate all’idea di noi stessi, divengono le fondamenta della nostra personalità.

Per quanto possa essere stato brutto o doloroso, il nostro passato, con tutte le sue memorie, è l’unica apparente sostanza che ha la mente per generare un’idea di sé, e per la mente è preferibile identificarsi al peggiore dei ricordi piuttosto che rimanere sospesa in un senso di non identità. Per questo, per noi, abbandonare le nostre memorie equivale a dover saltare da un burrone senza paracadute: ci sembra di dover morire! Sorge così un apparente problema irrisolvibile: siamo tormentati da memorie dolorose, che a ben vedere non si comprende per quale motivo la nostra mente non smetta di aggrapparvisi, eppure non riusiamo a liberarcene. Ci sentiamo come quando in piena estate, mentre stiamo facendo una bella corsa lungo un fiume, tutti sudati, veniamo circondati da uno di quei fastidiosissimi sciami di moscerini che si appiccicano ovunque.

Cara Ilaria, per uscire da questa situazione paradossale è indispensabile vivere ogni giorno come se fosse il nostro primo ed ultimo giorno. Ma ciò richiede il coraggio di morire a noi stessi, alla nostra identità, per risorgere ogni momento a nuova vita con una mente sempre limpida e fresca. Osserva con un po’ più di attenzione ciò a cui ti stai aggrappando affinché tu possa divenire pienamente consapevole che vivere nel passato è solo noia e sterilità, che serbare nella mente e nel cuore un’idea di sé è unicamente un male. Acquisita questa inconfutabile consapevolezza, ciò che ora può sembrarti un coraggio ai limiti della follia lo scoprirai esser divenuto il tuo più grande desiderio. A quel punto tutto accadrà da sé.

 
Un abbraccio,
Pier

 

Panem et circenses: liberi come criceti

Panem et circensesDomenica sera ero a casa di amici e, mentre chiacchieravamo seduti a tavola, il televisore continuava ad andare in sottofondo. Ad un certo punto della serata la nostra conversazione è stata interrotta da grida da pollaio provenienti dai partecipanti del programma che stava andando in onda e che hanno almeno avuto il merito di far nascere alcune riflessioni. I mass media servono a intrattenerci. Intrattenerci significa non farci guardare, non farci riflettere, trattenendo la nostra attenzione all’interno di uno spazio di pensiero delimitato, ottuso, privo di profondità e capacità di penetrazione. I mass media sono un potente strumento ipnotico e proiettivo.

Viviamo come una mosca chiusa in una bottiglia. Il vetro ci permette di vedere il mondo che ci circonda, ma in maniera confusa e distorta oltre a non consentirci in alcun modo di sperimentarlo, toccarlo, viverlo, comprenderlo e quindi modificarlo. Il nostro vetro di bottiglia è creato in buona parte dai mass media attraverso quelle che vengono definite informazioni o notizie. Se osserviamo bene la reale natura delle notizie o delle informazioni che ci vengono date vediamo come queste siano unicamente un continuo bombardamento di fatti svuotati da ogni significato e farciti di inutili dettagli sensazionalistici, cioè diretti a generare sensazioni forti in chi li riceve. Il sensazionalismo è la trappola usata per catturare l’animale tonto che, una volta imprigionato, viene ingozzato sino al vomito con contenuti pubblicitari, i quali, dopo essere stati più e più volta assunti, creano una sorta di dipendenza psicologica che spinge a inutili e idioti acquisti che fanno girare quell’altrettanto idiota idea di economia e benessere che domina la nostra società. In questo meccanismo trita tutto l’uomo diviene unicamente una specie di criceto inebetito che fa girare senza senso la ruota del denaro e del tempo. Tutto ciò mi ricorda molto le migliaia di schiavi che hanno sofferto e sono morti unicamente per concretizzare il sogno di pochi individui: le piramidi dell’antico Egitto! L’unica differenza, e non è cosa da poco, è che gli schiavi che hanno eretto le piramidi lo hanno fatto a colpi di frusta, sapendo d’essere schiavi e pertanto avendo il desiderio di divenire uomini liberi, mentre oggi gli uomini-criceto, che fanno girare la ruota dei capitali, sono ben contenti di correre, e mentre lo fanno si gridano l’uno l’altro: noi siamo uomini liberi che lavorano e sudano per il proprio benessere! Quanto mi rattrista questa immagine. Uomini che credono di arrivare chissà dove senza rendersi conto che la ruota su cui corrono gira sempre su se stessa, fissata ad un inamovibile perno che si chiama ignoranza. Ecco allora che la storia continua a ripetersi, questa volta, però, attraverso forme ben più complesse, pericolose e ingannevoli.

Pier 

 

Una roccia nel fiume della vita

ego nel fiume della vitaUna delle più grandi illusioni che genera la nostra mente è l’idea di continuità. La continuità della nostra identità è un semplice inganno che il pensiero gioca alla nostra coscienza per reggere l’impalcatura della percezione del divenire. Noi abbiamo una serie di idee su noi stessi e una serie di ricordi passati che sorreggono queste idee. Nella nostra infanzia le persone che ci circondavano ripetevano le idee che avevano nei nostri riguardi. Queste idee potevano essere positive o negative, ma poco importa, sempre idee erano e sono. “Quanto sei intelligente e sensibile piccolo mio”, “quanto sei tremendo e fastidioso”, “questo bambino è svogliato e capriccioso”, “questo è disciplinato e rispettoso”. Insegnanti, genitori, parenti, continuamente gettano le loro idee sui bambini, e queste idee lentamente si fissano nella memoria dei piccoli andando a formare l’immagine che essi avranno di loro stessi. La nostra identità è un "dono" di chi ci stava accanto durante gli anni dello sviluppo della mente. Se osserviamo attentamente come si sviluppa la psiche di un essere umano ci accorgiamo che è proprio attraverso il giudizio che la mente si definisce e cristallizza. Se un bambino non viene esposto a continue definizioni, la sua mente rimane in uno stato di apertura, di non definizione, pertanto rimane libera e capace di comprendere con maggiore sensibilità quel che accade, sia dentro che fuori. La continuità del nostro pensiero è data unicamente dalla fissazione di alcune idee che continuamente proiettiamo su di una vita che in realtà è in costante mutamento. È così che si uccide la meraviglia e la freschezza dell’esistenza e della nostra coscienza, soffocate da interpretazioni e sovrastrutture di personalità.

Non cambia nulla se i giudizi che da piccoli ci sono stati appiccicati erano positivi o negativi. Ogni giudizio è una limitazione del naturale flusso del nostro Essere che genera ottusità di pensiero e sentimento. Una barchetta di carta in un fiume scorre veloce verso il mare, ma quando trova un vortice di corrente viene travolta e affondata. Allo stesso modo, la nostra coscienza corre veloce nel fiume della vita se evitiamo di creare vortici di personalità attraverso l’identificazione con i giudizi che il “mondo” ci scaglia contro.

Io dico che ogni giudizio su di sé è menzognero e rovinoso, per il semplice motivo che va a paralizzare la capacità di comprendere della consapevolezza, che è il fondamento stesso della libertà e della gioia d’ogni essere umano!!

Avete mai osservato quanto soffrono tutti quei ragazzini cresciuti in un ambiente che continuamente gli ripeteva: tu sei il migliore, il più furbo, il più bello, il più questo o quello? Tutta la vita dovranno lottare per confermare continuamente questa idea di loro stessi che gli è stata data, ma considerando che ciò è impossibile, poiché ogni individuo è capace in certe cose ma non in altre, continueranno a lottare e soffrire siano al giorno in cui non vorranno fare i conti con le idee che gli sono state date e pertanto con la rigidità della loro mente.

Torno quindi a dire che la continuità, la staticità e l’ottusità del nostro pensiero è solo un inganno prodotto dalla sedimentazione della personalità che si è generata inconsapevolmente quando eravamo piccoli, e che continuamente manipola e deforma il presente, partendo da quelle idee fisse che la compongono.

Il bambino nasce privo di un’idea di sé, siamo noi che già infetti dal male dell’identità glielo trasmettiamo senza comprendere l’enorme danno che compiamo. Molti credono che senza una forte personalità, in questa società, si finisca per fare una brutta fine. Solo pochi comprendono invece quanta forza, libertà, genialità, creatività e bellezza nascano da un essere privo di sovrastrutture e che pertanto è in grado di rispondere in maniera sempre nuova e limpida alle situazioni della vita.

Quando la nostra consapevolezza scorre libera, lentamente inizia a straripare dalle rive del tempo e dello spazio, entrando così nella dimensione di quel mondo che si estende oltre le inferiate di quell’angusto spazio in cui noi ora viviamo. È solo grazie al dissolvimento delle rigidità del nostro pensiero che possiamo giungere a quell’esperienza che non è comunicabile ma unicamente esperibile, là dove morte, paura, odio e ignoranza non conoscono più ragione.

Cerchiamo di comprendere come la vita sia in realtà una continua “esplosione dell’Essere”, dove ogni momento accade completo in sé stesso, privo di collegamenti con il passato. Cosa ricordiamo di tutto ciò che abbiamo vissuto ieri, l’altro ieri, lo scorso anno? Poco, molto poco, quasi nulla.

La personalità è una roccia in mezzo al fiume della vita, e per noi, prima verrà il momento in cui ci getteremo alle spalle questa roccia, prima verrà il giorno in cui scopriremo cos'è la vita!

Pier

Psicologia, filosofia e counseling

EinsteinCecilia ha scritto: Ciao Pier, sono Cecilia, di Napoli, ho quasi ventisette anni e sono anche io un counselor filosofico. Sono interessata alla tua personale visione del counseling filosofico, dato che, come sai, ancora non esiste una vera e propria definizione, riconosciuta.

 
Un abbraccio,
Cecilia

Pier ha risposto: iao Cecilia, come prima cosa vorrei dirti che non sono un counselor filosofico. Sono semplicemente una persona che ha studiato counseling filosofico. La mia sottolineatura cade sulla parola “essere”. So che magari tu la stai usando unicamente per abitudine di linguaggio, ma questo ci fa capire quanto la nostra cultura cerchi di appiccicare definizioni alle persone, e quanto le persone amino essere definite. Io sono il primario del tal ospedale, sono un insegnante, un filosofo, un camionista… Tutti sono qualcosa, tutti vogliono essere qualcosa, e non appena qualcuno, volontariamente o involontariamente, attacca l’etichetta che ci siamo appiccicati in fronte, ecco che subito la nostra identità va in crisi e inizia a lottare. Non dico che questo sia il tuo caso, ma credo che anche tu abbia notato quanto sia comune questo fenomeno. Io stesso ne sono stato colpito più volte, ma ora ho imparato la lezione! Io sono un essere vivo, cosciente, pensante e sempre in divenire. Non sono il ruolo che svolgo o la cultura che ho acquisito. Mi sono laureato in filosofia, ma non sono un filosofo, ho un diploma in counseling, ma non sono un counselor, lavoro come educatore, ma non sono un educatore, tormento me stesso e gli atri con le mie parole, ma non sono un tormentatore.

A volte mi piace pensare, però, che ogni essere umano è filosofo, perché la peculiarità che riconosco alla filosofia è la continua indagine e messa in discussione d’ogni dogma, e questa caratteristica credo sia anche l’essenza stessa della natura umana, chi più chi meno, ma ci accomuna tutti. Se siamo disposti a condividere questo, allora a me sta bene: sono un filosofo. Ma ciò deve valere per tutti, poiché quel che è parte dell’Essere non può non essere anche parte d’ogni altra creatura, considerando che per me l’Essere è il fondamento di tutto e ogni cosa!

Il male e l’errore nascono, infatti, quando “infettiamo” la percezione dell’Essere, che ci accomuna tutti, con caratteristiche mutevoli del mondo fisico. Identificandoci a cose mutevoli e non essenziali in noi torna a prendere il sopravvento l’istinto animale più arcaico manifestandosi entro logiche di appartenenza ad un gruppo, un clan, una nazione, una razza o quant’altro.

Con il tempo, mi sono poi accorto che questa infezione non risparmia nemmeno la maggioranza di coloro che si reputano filosofi o psicologi. Nel mio immaginario d’una volta, filosofi e psicologi dovevano essere per antonomasia le due tipologie di persone meno suscettibili all’immedesimazione di un ruolo, perché ritenevo che tali figure dovessero avere come unico loro obbiettivo la realizzazione di dimensioni quali: la libertà, l’equilibrio interiore, la verità e il bene comune.

L’esperienza, ahimè, mi ha portato a constatare che anche costoro, come la quasi totalità delle persone, sono mossi prevalentemente dal bisogno di rifugiarsi entro le mura di un solida definizione identitaria rispettata e ben tutelata dalle istituzioni. Quante volte ho sentito qualcuno parlare magistralmente di libertà ed equilibrio, salvo poi vederlo rispondere con astio e arroganza a domande che andavano anche solo vagamente a mettere in dubbio le sue affermazioni. Studiamo per anni, poi un’istituzione ci riconosce come suoi membri, iniziamo così a sentirci in qualche modo parte di un gruppo che ci dà una definizione, una sorta di protezione e legittimità. Per fare un esempio, Socrate non sapeva d’essere un filosofo, andava semplicemente in giro per la sua Atene a confrontarsi con le persone, per porsi e porli al vaglio del logos. Cercava unicamente la “verità”, il bene, l’equilibrio. Noi oggi creiamo stampini di Socrate. Le nostre università ci timbrano su un figlio il nostro diritto ad essere chiamati filosofi, ma su quali basi possiamo dire chi è filosofo o meno. La filosofia non è come la medicina o la fisica; la filosofia, per antonomasia, è l’attività di ricerca prima ed ultima dell’uomo, che sempre mette in gioco l’intera sua esistenza e conoscenza. La filosofia, se praticata sinceramente, dal mio punto di vista, è il mezzo più eccelso attraverso cui pervenire alla liberazione dell’anima. Ma ciò che si fa nelle nostre università non è filosofia, semmai e storia della filosofia. Ci fanno imparare cosa sostenevano i filosofi del passato. Nelle nostre scuole e università si sta uccidendo il vero pensiero filosofico attraverso la catalogazione, la “manualizzazione”, la storicizzazione degli sforzi compiuti da chi veramente perseguiva il “vero”. I manuali di filosofia andrebbero bruciati, o per non cadere in atteggiamenti nazisti, andrebbero unicamente usati come si usa un elenco telefonico. Apro l’elenco per trovare il numero di telefono di un amico, ma non reputo sufficiente sapere il numero telefonico di una persona per poter dire di conoscere quella persona. Ecco, i manuali di filosofia o psicologia non sono nulla più che elenchi telefonici!!

Ma le nostre scuole non hanno più il tempo per comprendere sino in fondo l’opera di un ricercatore. Le nostre università sono divenute unicamente luoghi di informazione, che non sanno più distinguere la differenza che intercorre fra l’informare e lo sperimentare per apprendere. Einstein, che non pare fosse proprio uno stupido disse: “Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione”. Gli esami, poi, sono un insulto al senso stesso delle discipline umanistiche. Andiamo a scuola o all’università unicamente per memorizzare informazioni, per divenire pappagalli da sfoggio culturale. L’erudizione è sterile senza il vaglio dell’esperienza, senza la continua prova e messa in discussione della solidità del nostro sentire e pensare attraverso il fare, vivere e sentire. Non è un caso che Platone, Aristotele, Pitagora, Ippocrate e molti altri, avessero fondato accademie, comunità di ricerca, scuole di vita, luoghi dove le persone, attraverso il continuo confronto, dialogo ed esercizio potevano rendere le loro esistenze prova tangibile della veridicità della loro filosofia, siano a quando, definitivamente radicate in una nuova dimensione dell’essere, sarebbero state in grado di portare la loro comunità spirituale ovunque esse andassero, perché esse stesse divenute la casa della loro anima.

La ricerca del bene, dell’equilibrio, del vero, del significato ultimo dell’esistenza, non sono una questione di voti universitari, di titoli, di erudizione, di memoria, di accumulazione di nozioni filosofico psicologiche, ma sono confronto e sperimentazione continui. Chi parla magnificamente di Eraclito, Parmenide, Socrate, Plotino, della libertà dell’anima, dell’imperturbabilità o altro, ma poi, nella sua pratica quotidiana di vita mostra gelosie, invidie, paure e megalomanie varie è prova del fallimento della sua filosofia.

Cara Cecilia, non credo esistano i filosofi, gli psicologi, i pedagogisti, o altro, ma vi sono unicamente persone che ricercano senza sosta la verità del loro Essere, il loro bene e quello altrui, ma tale ricerca non giunge mai ad una fine, non perviene mai ad una meta dove qualcuno si può sedere e mettersi al collo l’etichetta di filosofo o altro. Nella mia visione delle cose devo poi ammettere di trovare profondamente sciocca e controproducente la divisione che è stata imposta a discipline come la filosofia, la psicologia, la pedagogia e l’antropologia. Come se la mente umana fosse fatta a scomparti! Ma questa è un’altra storia che magari discuteremo un’altra volta.

Andando ora al cuore della tua domanda, fra le mille discipline esistenti ora ne abbiamo aggiunta un’altra: il counseling filosofico. V’è poi da dire che il Counseling non è solo filosofico ma si distingue a sua volta in cento altre forme d’intervento. È cosa ovvia che non vi sia un concetto condiviso di Counseling dato che sembra esistere una definizione di counseling quanti sono i praticanti di questa disciplina. Il Counseling filosofico, poi, giace in una condizione ben peggiore o migliore, a scenda della prospettiva dalla quale si giudica, per il semplice motivo che il Counseling filosofico si fonda su 2500 anni di filosofia, e non credo esista persona capace di dare una definizione univoca della disciplina filosofica. Ogni filosofo è una cosa a sé. È vero che ogni pensiero filosofico dialoga con tutti gli altri, questo è lo statuto su cui si fonda ogni vera forma di ricerca, ma poi, ogni ricercatore, se è veramente tale, giunge a delineare una sua visone ultima delle cose e delle peculiari forme di ascesi. Ciò non significa che ogni ricercatore giunga a conclusioni diverse, anzi, ciò significa spesso che l’animo umano è talmente vasto e indefinibile da poter accogliere in se mille sentieri e mille visoni che, nella loro apparente opposizione, più si dilatano e più coincidono.

Ora, nello specifico, per quanto riguarda il Counseling filosofico, devo ammettere che dopo tre anni di studi e un numero imprecisato di conferenze e convegni, non ho ancora ben capito cosa sia. Forse perché sono un po’ tonto, o forse perché non è nulla di nuovo, se non un’ennesima ridefinizione e frammentazione del globale pensiero di ricerca filosofica.

La tua domanda potrebbe pertanto necessitare di una risposta molto complessa, son infatti stati scritti già molti libri in proposito, ma non mi pare che si sia giunti a nulla, forse perché l’obbiettivo di tutto ciò era ed è scrivere molti libri per vendere un po’ di copie. Potrei risponderti analizzando e comparando il pensiero di Achenbach, Lou Marinoff, Ran Lahav o altri, ma non credo sia il caso, altrimenti mi ci vorrebbe un anno, ottenendo magari l’ennesimo libro erudito, confusionario e inconcludente, oltre al fatto di non essere quasi mai riuscito a terminare la lettura di molte opere di questi autori, poiché le ho sempre avvertite come una specie di bignami psicofilosofico , e ho sempre ritenuto che i testi originali di Socrate, Nietzsche, Freud, Jung o compagnia bella, sappiano spiegare meglio il loro pensiero di qualunque altro interprete.

Per rispondere definitivamente alla tua domanda seguirò quindi una via semplice breve, forse rozza e incompetente, ma almeno è la mia via. La psicologia ha spodestato completamente la filosofia dal campo delle pratiche d’aiuto con il suo aver reso tutto patologia e terapia. Bisogna dire che anche la filosofia ha dato una buona mano a questo processo, divenendo chiacchiera intellettuale per accademici. Dalla comprensione di questo fatto molti ricercatori si sono resi conto che il concetto di patologia ha totalmente appiattito la dimensione spirituale della coscienza umana, portando, dopo più di cento anni di medicalizzazione dell’anima, a ben poche soluzioni reali. Ecco allora che è tornato necessario ripensare anche all’evoluzione dello spirito oltre che alle cure dell’involuzione della psiche. Ma chi si può occupare dell’evoluzione, della crescita e della riappropriazione della dimensione spirituale dell’uomo? La chiesa? La filosofia, che da qualche secolo sta imputridendo in aule accademiche. Che fare allora? Ecco che il counseling trova un suo significato e un suo scopo. V’è solo un problema in tutto questo: il counseling, non solo filosofico, mi sembra unicamente un riproponimento più agile e seducente dei medesimi concetti fallimentari che stanno alla base della concezione psico-filosofica dell’ultimo secolo. Con questo non voglio dire che non serva a nulla seguire una scuola di counseling, considerando che per mia esperienza, ora come ora credo che queste “nuove” discipline siano una fucina di sperimentazione ben più libera, giovane e dotata di potenzialità di molte università. Quel che auspico maggiormente è infatti una modifica del nostro sistema universitario. L’Italia non sa quasi minimamente cosa sia un campus studentesco. I nostri studenti frequentano da pendolari le lezioni di baroni universitari, che fanno i loro 45 minuti di lezione, tre volte a settimana, pagati in modo sconsiderato, per poi svanire nel nulla. Abbiamo sedi studentesche fatiscenti, trasporti simili a tir per trasporto animali, facoltà costruite ai margini di rotatorie , stazioni ferroviarie e statali. Come si fa a non capire che il luogo e le forme attraverso cui si veicolano le conoscenze sono tanto importanti quanto i contenuti del sapere? Come si fa a non comprendere che Platone e Aristotele avevano fondato delle accademie perché avevano ben compreso che la ricerca, psicologica o scientifica che sia, necessita di luoghi ove studenti e professori possono vivere a stretto contatto, in un clima familiare, per esercitare quell’indispensabile “sfregamento dei concetti che porta al disvelamento della verità, al sua brillare”, come lo stesso Platone scriveva nella sua lettera VII?

La ricerca dell’uomo sull’uomo, dal mio punto di vista, dovrebbe convergere in un'unica forma di sperimentazione e discussione multidisciplinare, riportata all’interno di vere e proprie accademie, e smettere di scindersi in tanti rivoletti che non raggiungeranno mai l’oceano.

 
Un abbraccio,
Pier


Significato delle coincidenze

CoincidenzeVanna ha chiesto: Ciao Pier, puoi per favore dare una spiegazione alle coincidenze significative?

Pier ha risposto: Cara Vanna, nel dizionario la parola coincidenza è definita come: “il casuale accadere di due fatti nello stesso tempo o in circostanze analoghe”. Se ci pensiamo bene, di coincidenze ce ne capitano milioni ogni giorno, la vita stessa è una continua coincidenza, ma noi ne cogliamo solo alcune, quelle che, per l’appunto, tu definisci significative. Ogni giorno vediamo degli alberi molto simili fra loro, lungo le nostre strade o nei giardini delle nostre case, che perdono foglie, aghi, rami, che vengono abbattuti, ma difficilmente parliamo di coincidenze.

Ogni giorno ridiamo, litighiamo o beviamo un caffè sotto lo stesso cielo, accarezzati dallo stesso vento o bagnati dalla stessa pioggia, ma difficilmente definiamo tutto ciò coincidenza. Allora cos’è che ci fa dire “guarda che coincidenza”? L’accadere di due eventi rari, simili, a breve distanza di tempo o contemporaneamente. Cos’è che invece ci fa dire, “guarda che coincidenza significativa?”.

Ogni evento a noi esterno permette alla nostra coscienza di proiettare i suoi contenuti fuori da sé, permettendoci così di fare la nostra stessa conoscenza. La maggior parte delle persone però non comprende questo fenomeno. Non comprende che in realtà il mondo rimane solo uno schermo su cui noi proiettiamo i nostri vissuti, sino a quando la nostra coscienza non viene liberata (purificata) dai condizionamenti del suo passato. Ecco perché un fatto ha tante interpretazioni quante sono le persone che vi assistono. Ora, quando due fatti simili permettono alla nostra coscienza di proiettare vissuti personali di particolare rilevanza, ecco che nascono le coincidenze significative. I fatti coincidenti sono sempre milioni, ma la nostra coscienza, in base alla fase esistenziale che sta attraversando, legge come rilevanti unicamente quegli eventi che per qualche aspetto simbolico vanno a colpire la nostra dimensione significativa ed emotiva. Da questa lettura delle cose risulta pertanto che le coincidenze significative sono il prodotto di una peculiare “correlazione” fra il naturale e perpetuo manifestarsi del mondo fenomenico e l’altrettanto naturale e perpetuo divenire del nostro mondo coscienziale, dove quest’ultimo, rispecchiandosi fuori di sé, rimane meravigliato, non sapendo di stare facendo conoscenza di se stesso. Più la nostra coscienza diviene attenta, sensibile e profonda, e più ci accorgiamo come ogni evento sia potenzialmente portatore di significati sempre nuovi e più ampi, sino a quando i confini cadono e la coscienza esperisce sé stessa, non proiettando più nulla sul mondo delle cose, e pervenendo così alla comprensione del natura indivisibile dell’esistenza. Questo mondo non è altro che una scuola dove ci è permesso di apprendere la lezione più significativa di tutte, la lezione sul significato delle nostre stesse vite.

Vedi come tutto coincide meravigliosamente?

 

Sentirsi inferiori

montagneMaria ha chiesto: Secondo te sono una persona inferiore ad altre? Perché sono così?

Pier ha risposto: Cara Maria, per quanto riguarda le cose più importanti della vita non v’è nulla di superiore o inferiore, di migliore o peggiore, di più bello o più brutto. Il paragone esiste solo nella mente di quegli individui che non sono ancora sufficientemente sensibili e consapevoli per riuscire a percepire quel filo sottile e invisibile che accomuna l’intera esistenza. Ormai camminiamo assieme da quasi un anno, e ti ho visto fare dei passi da gigante! All’incontro di sabato, due settimane fa, eri la persona più viva e attenta di tutto il gruppo, ma in te nascono ancora domande come quella che ora mi poni. Eppure è sempre così, l’ultimo ad accorgersi di un cambiamento e sempre chi lo vive: sembra proprio che la farfalla non conservi mai memoria della sua vita da bruco. Ma non preoccuparti, io sono qui proprio per ricordarti il tempo in cui strisciavi e mostrarti le ali che ti stanno spuntando.

Mi chiedi, “perché sono così?”. “E come dovresti essere?”, ti chiedo io? Non paragonarti mai a nessuno, perché sarebbe come voler conoscere la propria immagine guardandosi in uno specchio rotto: viene fuori sempre mostruosa! Abbandona ogni idea di come dovresti essere e ancor di più l’idea che hai in merito a come ti vorrebbero vederti gli atri. Tu sei quella che sei e tutto è come dovrebbe essere. Preoccupati piuttosto di non smettere mai di vedere la bellezza della vita e di comprendere come il male e il dolore siano solo il concime dell’albero della nostra vita, bisogna solo spargerlo sul terreno giusto e smettere di spalmarselo addosso come fanno molti. Hai il dono di saper dipingere, coltivalo, fallo crescere: la pittura può essere magica se la si usa come mezzo di liberazione.

 
Un abbraccio,
Pier

 

Che cosa è la meditazione

Tramonto sulla cittàAntonella ha scritto: Salve Pier, mi piacerebbe sapere che cosa è per te la meditazione.

Pier ha risposto: Cara Antonella, la parola meditare deriva dal latino “mederi”, che significa curare. Ciò ci fa capire come nell’antichità la meditazione coincidesse con un’azione curativa che poteva riguardare sia il corpo che l’anima. La cultura occidentale ha poi lentamente abbinato questo termine unicamente all’attività del pensiero rivolto al corpo, perdendo così il collegamento con il ben più importante significato che sta nell’azione globale di cura della persona. Oggi la parola meditazione viene usata in molti modi. Vi sono però due insiemi principali e ben distinti in cui si può inscrivere il significato di meditazione. Uno è l’insieme formato, come dicevo, dall’interpretazione occidentale, dove la meditazione è un’azione del pensiero focalizzata su di un oggetto o più, atta a sviscerarne i segreti attraverso la riflessione.

L’altro insieme è formato dalla concezione orientale. In questo caso il termine italiano meditazione traduce la parola d’origine sanscrita Dhyāna (jhāna in lingua pāli) che letteralmente significa “visione”. Dalla traslitterazione della parola dhyāna derivano i termini Chan, in cinese, e Zen, in giapponese. Da ciò si comprende come in oriente la parola dhyana sia la radice stessa del pensiero mistico, spirituale d’intere tradizioni. Evitiamo ora di parlare delle molteplici concezioni di “dhyana” in oriente poiché anche queste sono tante e non credo che si trovino facilmente due persone concordi su di una medesima definizione. L’unica cosa che accomuna tutte queste letture del fenomeno “dhyana” è l’idea che questa parola indichi uno stato mentale, dell’Essere, o come lo si voglia chiamare, capace di limpida percezione del reale. “Dhyana” indica uno stato dove i pensieri e le emozioni non interferiscono più con l’umana percezione dei fenomeni sia interni che esterni alla persona. È da qui, infatti, che nasce l’idea di una consapevolezza simile a uno specchio, cioè capace di riflettere le cose senza distorcerle. Se prendiamo per buona questa mia sommaria e rozza definizione di meditazione, vista all’interno di due paradigmi totalmente opposti, ci rimane da definire quale delle due letture sia corretta. Dal mio punto di vista sono entrambe corrette, importante è però capire a cosa porta una e a cosa l’altra. Se per meditazione intendo qualcosa di finalizzato alla cura dell’anima, ecco che la concezione occidentale non è pertinente. Se invece intendo qualcosa di rivolto alla cura del corpo fisico o alla risoluzione di tutti quei problemi d’ordine pratico che la dimensione materiale umana comporta, ecco che l’utilizzo della parola “meditazione” occidentale è più che corretto. La meditazione occidentale esprime l’azione analitica del pensiero che si concretizza nella comprensione delle leggi fisiche del mondo fenomenico. L’idea di meditazione orientale, invece, è un’azione che parte sempre dal pensiero, ma unicamente per spingersi sino al punto in cui l’attività analitica del pensiero giunge a termine. Questa azione si realizza con la sperimentazione di uno stato interiore di fusione con la vita, col divino, con l’Essere o come lo si preferisce chiamare. Alla base di entrambi questi due fenomeni v’è l’azione della consapevolezza individuale, pertanto ciò che è rilevante è comprendere come “funziona” la nostra consapevolezza.

Come ho già detto in altri momenti, la nostra consapevolezza è ciò che ci permette di conoscere qualsiasi cosa. È come la luce di una lampada che quando viene puntata verso un oggetto lo illumina permettendoci di farne esperienza. La nostra consapevolezza può concentrarsi su spazi sempre più ridotti del mondo fenomenico o del nostro mondo interiore. Quando si concentra sul mondo fenomenico da vita alle conoscenze scientifiche, quando si concentra sul nostro mondo interiore da vita alle conoscenze umanistiche.

La nostra consapevolezza, però, può anche non concentrarsi su di un oggetto specifico e lasciarsi espandere indefinitamente sino a giungere a uno stato di autoconoscenza, o sarebbe meglio dire a una stato di “essenza”, là dove giunge a sperimentare la sua stessa natura, libera da concetti, desideri, emozioni e turbamenti. Questa è la dimensione della vera spiritualità, la conoscenza del misticismo. Ricapitolando abbiamo quindi: le scienze oggettive (fisica, chimica, biologia, matematica, geometria…), le scienze umanistiche (psicologia, filosofia, antropologia…) e l’esperienza o scienza mistica. Tutte queste tre dimensioni del sapere umano hanno come fondamento il fenomeno della consapevolezza. Quando la consapevolezza si muove verso il mondo delle cose da origine alla prima forma di sapere, quando si muove dentro gli spazi della psiche umana da vita alla seconda branca di sapere, quando “smette di muoversi” sperimenta la sua stessa natura, quella che gli orientali chiamano sat-chit-ananda, termini i cui significati sono rispettivamente: “essenza”, “consapevolezza” e “beatitudine”. La meditazione intesa in questo ultimo modo rende giustizia al termine latino mederi (cura), poiché in questo stato ogni nostra sofferenza interiore trova la sua estinzione, la sua cura.

Molti confondono la meditazione con le pratiche tipiche dello yoga o di altre discipline. Queste pratiche sono dei mezzi di purificazione, di catarsi, di scioglimento ed eliminazione delle tensioni che quotidianamente accumuliamo, ma non sono meditazione. Meditare significa comprendere e permanere in quello che è lo stato proprio al termine dhyana, e cioè in un’attenzione vigile e passiva. Se questa distinzione non è chiara tutto si rivela inutile. Sarebbe come svuotare un secchio che rimane sempre sotto una cascata. La cosa saggia è prima svuotare il secchio, cioè praticare delle attività liberatorie, ma poi portarlo al coperto per evitare che si riempia di continuo, e questo lo può fare solo un’osservazione passiva e vigile di tutti quei fenomeni che costantemente si agitano in noi e di cui non siamo per nulla coscienti.

Per me la meditazione intesa come “dhyana” è l’unica cura possibile per tutti i nostri mali interiori, e consiste nell’imparare a vivere liberi dal nostro intero passato, per poter semplicemente Essere.

Un abbraccio,
Pier

 

Festa delle Bandiere

Cosa sono le bandiere di preghiera?

Le “Bandiere di Preghiera” solitamente sono dei pezzi di stoffa colorati, con impresse parole sacre e immagini di divinità. Vengono usate dai buddisti tibetani, che le appendono all'aria aperta, per fare in modo che il vento possa soffiare le loro parole verso il cielo.

Nel Natale del 2000, i miei compagni ed io, appendemmo a un grande albero delle bandiere con scritte le preghiere che avremmo voluto far arrivare sino al cielo, dove avrebbero potuto essere viste da ogni uomo sulla terra. Ci fu infatti detto che solo una preghiera che si sente di poter condividere con ogni persona merita anche d’essere esaudita.

Bandiera di preghiera di Dadrim Natale del 2000Immagine: Bandiera di Pier, Natale 2000

Partendo da questo dolce ricordo vorrei proporre a tutti Voi, miei compagni di viaggio, due momenti di preghiera, riflessione e incontro, che vorrei potessero divenire eventi fissi annuali, da far cadere negli equinozi di primavera e d'autunno. Questi due momenti li potremmo chiamare “La Festa delle Bandiere”.

(La parola "equinozio" deriva dal latino e significa "notte uguale". Gli equinozi di marzo e settembre sono i due giorni di ogni anno in cui il dì e la notte hanno la stessa durata. Per definire esattamente la lunghezza del giorno, l'alba comincia quando il Sole ha superato di metà l'orizzonte e il tramonto finisce quando il Sole è di metà sotto l'orizzonte. Usando questa definizione, la lunghezza del dì è esattamente 12 ore. Agli equinozi, il Sole sorge all'esatto est e tramonta all'esatto ovest. Nell'emisfero settentrionale, l'equinozio di marzo - che cade il 20 o 21 Marzo- è l'equinozio di primavera, e l'equinozio di settembre - che cade il 22 o il 23 settembre - è l'equinozio d'autunno; nell'emisfero meridionale, questi termini sono invertiti).

In cosa consistono questi due momenti d'incontro che dovrebbero avvenire nei giorni d'equinozio?

Ognuno di noi inviti nella sua casa, o in qualsiasi luogo senta più adatto per l’occasione, le persone a lui più vicine. Un volta giunti, tutti i presenti prenderanno un pezzo di stoffa colorata, che noi avremo precedentemente preparato, di superficie rettangolare di circa 40 x 30 cm (le stoffe dovranno essere di colori diversi, una per ogni presente, inoltre dovremo far trovare dei colori indelebili).

A questo punto ognuno inizierà a disegnare e scrivere sul suo pezzo di stoffa, rimanendo con gli altri o stando da solo. Attraverso disegni e/o parole esprimeremo una preghiera che vorremmo far salire sino al cielo. Quando tutti avranno terminato di scrivere e/o disegnare, assieme si cercherà un luogo all'aperto dove poter appendere le bandiere, una vicina all’altra, per lasciarle muovere dal vento per sette giorni. Dopo aver appeso le bandiere ognuno rimarrà per il tempo desiderato in silenzio osservando il movimento delle stoffe accarezzate dal vento e rievocando dentro di sè il significato impresso nella bandiera. Tutto dovrebbe svolgersi in un clima di serenità e introspezione. Il momento migliore della giornata per svolgere tutto ciò è il tramonto.

Al tramonto del settimo giorno, poi, il padrone di casa andrà a togliere le bandiere, le lascerà asciugare se bagnate, per poi conservarle sino all’equinozio successivo, quando la “Festa delle Bandiere di Preghiera” verrà ripetuta, e solo allora le riconsegnerà ai rispettivi creatori, arrotolate e legate con uno spago di corda grezza.

Create bandiere coloratissime, appendetele nei vostri giardini, ai fili della biancheria dei condomini, lungo le cancellate delle nostre, spesso tristi, vie di periferia. Per due settimane all’anno facciamo in modo che ogni passante, vicino di casa o semplice turista possa fermarsi fra le strade delle nostre città attratto da parole di profondi desideri, preghiere, colori e gioia. Se non amate esporvi troppo o vivete isolati, lasciate pure che sia solo il cielo ad ascoltare le vostre parole portate dal vento, perché le preghiere non hanno bisogno di pubblico, semmai è il pubblico ad avere bisogno di pregare e meditare. Ricordate inoltre che tutto ciò non ha nulla accheffare con riti religiosi, sette, culti strani o altro. Tutto ciò è solo una festa, un momento di incontro, riflessione e presa di consapevolezza dei propri desideri più profondi. La Festa delle Bandiere vuole essere solo un momento in cui, anche attraverso un fare simbolico, si rafforza la memoria e il desiderio di portare a compimento il nostro viaggio interiore! Ho scelto come date l'equinozio di primavera e d'autunno per due ragione.

La prima è che in questi due momenti l'intero nostro pianeta attraversa una condizione di grande equilibrio considerando che il giorno e la notte si equivalgono temporalmente.

La seconda è che questi due momenti rappresentano e manifestano, a vari livelli d'intensità e profondità, l'essenza stessa dei due momenti più rilevanti nella vita di ogni creatura: la nascita, con l'equinozio di primavera, e la morte con l'equinozio d'autunno. Immensamente significativo è anche il fatto che mentre metà del nostro pianeta si sta risvegliando dal sonno invernale, l'altra metà si sta preparando ad entrarvi, e viceversa.

Scattate delle foto alle vostre "catene di bandiere", inviatele poi all’indirizzo e-mail del blog con il vostro nome e quello della provincia dove avete esposto le bandiere. Le più belle immagini verranno pubblicate nella home page del blog e archiviate nella galleria fotografica. Il vostro nome e quello della vostra città serviranno a creare una mappa geografica con indicati i punti dove si è svolta la Festa.

Riportiamo il calendario dei prossimi equinozi, sino all’anno 2020

Date degli equinozi per la "Festa delle Bandiere"
Anno Equinozio di
primavera
(Marzo)
Equinozio
d'autunno
(Settembre)
2009 20 Mar 22 Set
2010 20 Mar 23 Set
2011 20 Mar 23 Set
2012 20 Mar 22 Set
2013 20 Mar 22 Set
2014 20 Mar 23 Set
2015 20 Mar 23 Set
2016 20 Mar 22 Set
2017 20 Mar 22 Set
2018 20 Mar 23 Set
2019 20 Mar 23 Set
2020 20 Mar 22 Set

Riportiamo una foto di come la terra viene illuminata nei giorni d’equinozio:

Luce della terra nell'equinozio

Un abbraccio a tutti Voi,

Pier

 

Sogni, progetti e libertà: dedicarsi alla coppia o vivere la propria vita?

Ali tarpate Vale ha scritto: Ciao Pier, ho ventotto anni e sono mamma, non sposata, ma fidanzata da quasi sette anni, lui non è il papà. Tante volte mi sento piena di dubbi: se dedicarmi alla coppia o vivere libera la mia vita. Ho tanti sogni e progetti, ma a volte mi sento con le ali tarpate e si finisce così per discutere. Le mie ansie mi portano ad essere anche dieci kg in sovrappeso e così i rapporti intimi con il partner sono pochi, un po’ per colpa del tempo che manca, un po’ perché lui mi vorrebbe più in forma, nonostante dica di amarmi anche così; allora la mia femminilità si sente offesa e io reagisco mangiando. Cosa mi consigli di fare?

Grazie,
Vale

Pier ha risposto: Cara Vale, sembra che per qualche motivo tu veda l’essere fidanzata e mamma come qualcosa di non conciliabile con i tuoi sogni e progetti. La nascita di un bambino richiede dedizione assoluta, energie, pazienza e amore, ma ciò non significa che non sia possibile ritagliarsi degli spazi per portare avanti, magari con più calma, i propri sogni. La mia esperienza mi insegna che quando una donna si sente costretta a rinunciare ai propri progetti per i suoi figli o per il suo compagno, con il tempo si accende un rancore e un rimpianto difficili da superare e che difficilmente riuscirà a non far pesare in qualche modo a coloro per cui si è vista costretta a compiere la sua rinuncia. Ho notato anche, però, che nella maggior parte dei casi i figli non sono mai responsabili del fallimento dei nostri sogni. Le cause vanno rintracciate nel rapporto che viviamo con il nostro partner, in noi stessi, nelle scarse energie personali e disponibilità economiche che possediamo. Se non intuisco male, inoltre, la tua bambina/o non dovrebbe più essere tanto piccola/o, dovrebbe avere almeno sette anni, pertanto non sei più in quella fase di assoluta attenzione che richiede un neonato.

Allora mi chiedo: “Perché vedi il tuo essere fidanzata e mamma inconciliabili con i tuoi sogni?” Certo, se tu fossi una mamma, che desidera viaggiare per il mondo facendo l’autostop, ti consiglierei di riflettere molto attentamente sul tuo egoismo e sui tuoi problemi d’equilibrio interiore, ma la tua domanda mi fa pensare che i desideri e i sogni di cui parli non sono frutto di un delirio, ma sono i sani e fondamentali bisogni che una donna di 28 anni deve poter perseguire per crescere in libertà, forza, fiducia e autostima. Forse vuoi un lavoro più appagante, più adatto alla tua creatività e alle tue capacità personali. Vorresti uno stipendio capace di darti una maggiore sicurezza, per te e il tuo piccolo, vorresti più tempo per coltivare i tuoi interessi e le tue passioni, più tempo per stare con gli amici o magari semplicemente con te stessa. Vorresti vivere molte cose. Non tutte le cose si possono realizzare, ovviamente, alcune perché è la vita stessa a impedirci di conquistarle, altre perché non meritano nemmeno d’essere ricercate, per il semplice motivo che ciò che abbiamo fatto in passato ci ha donato delle situazioni che ora richiedono la nostra attenzione e la nostra energia con una priorità ben maggiore.

La nostra intelligenza è il timone che ci dirige verso ciò che merita d’esser perseguito e ci distoglie da ciò che non ha alcun valore per una nostra reale e piena realizzazione. Pertanto sta a te saper discernere tra l’essenziale e il superfluo! Ma nel momento stesso in cui hai chiarito a te stessa quali sono le mete necessarie da perseguire per poter proseguire il tuo cammino di realizzazione come donna e mamma, non lasciarti ostacolare da nulla, tanto meno da quelle persone che dovrebbero contribuire con il loro massimo coinvolgimento ad accompagnarti verso la realizzazione dei tuoi sogni più elevati.

Va chiarita una cosa molto importante su questo punto. Le persone credono che amarsi voglia dire vivere l’uno a discapito dell’altro, credono che il vero amore sia una sorta di reciproca dipendenza, dove nulla, più, può esser fatto senza la presenza o il consenso del partner. Ma questa è pura follia. Troppe persone credono che “amore” voglia dire sacrificio, soppressione dei propri bisogni in nome dei bisogni dell’altro. “Io vivo per te e tu vivi per me”. Ma ci rendiamo conto di quale suicidio dell’anima sia una cosa del genere? Se io vivo per assecondare i tuoi bisogni e tu vivi per assecondare i miei bisogni, nessun bisogno verrà appagato, ma avremo unicamente due individui repressi e oppressi l’uno dall’altro. L’amore non è dipendenza, non è asservimento alle ristrettezze mentali l’uno dell’altra, ma è perseguimento e incitamento alla realizzazione della grandezza l’uno dell’altra. L’amore incoraggia la realizzazione del proprio potenziale spirituale e umano, desidera per il proprio amato la piena realizzazione di ogni sua creatività e potenzialità. L’amore apre porte e finestre, abbatte dighe e muri, non innalza mai prigioni, scava trincee o si apre cunicoli fra le profondità della terra. Il vero amore è figlio dell’aria, dell’infinito e dei cieli incontaminati.

Cara Vale, se i tuoi desideri, i tuoi sogni e i tuoi progetti nascono dal bisogno di esprimere la tua creatività e di realizzare la tua libertà interiore, cerca di capire ciò che ti ostacola e vai oltre. Sei forse tu che per qualche condizionamento culturale o famigliare vedi la coppia e la famiglia come cose inconciliabili alla tua emancipazione e alla tua realizzazione come donna e individuo? È forse il tuo compagno che ti vorrebbe vedere e plasmare in un certo modo? Siete forse entrambi che vi sorreggete a vicenda in un rapporto di chiusura e dipendenza?

Trova la risposta a questa domanda e poi vai oltre! Per me la libertà è il valore più alto nella vita d’ogni persona. Per nulla al mondo possiamo rinunciare alla nostra libertà. So che questo pensiero spaventa e trova l’opposizione di molte persone, ma cosa posso farci. La libertà non è sinonimo di saggezza ed equilibrio, è vero, spesso ci può fare molto male, ma è anche la condizione indispensabile perché un individuo possa un giorno realizzarsi pienamente e divenire così veramente saggio ed equilibrato. Il vero amore, l’equilibrio e la saggezza non si conquistano a due soldi! Libertà significa poter sperimentare sia il bene che il male, significa essere unici responsabili delle nostre azioni, significa non poter scaricare i nostri fallimenti e dolori sulle spalle di nessuno. Se tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per mia scelta, chi o che cosa potrò incolpare dei miei fallimenti o dei miei rimpianti? Nessuno! Ed è proprio quando non possiamo accusare nessuno che la verità di ciò che siamo o facciamo ci balza costantemente agli occhi, inconfutabile, onesta e limpida.

Libertà significa essere soli e, spesso, titubanti, dubbiosi, ma chi vive solo e consapevole dei propri dubbi e limiti, lungo la propria via mette sempre un piede dopo l’altro con molta consapevolezza e attenzione. La libertà ci può spesso portare ad essere troppo attenti a noi stessi e poco agli altri, ma solo chi è liberò può un giorno iniziare ad amare e occuparsi di chi gli sta accanto incondizionatamente, partendo da una realizzazione di potenza interiore. Tutti coloro che si occupano degli altri per educazione impartita o per appagare il proprio ego crogiolandosi delle proprie azioni pie e compassionevoli, non vedi come fanno sempre pesare la loro presenza!? Se non abdichiamo mai alla nostra libertà, presto o tardi, anche chi ci sta accanto inizierà a comprendere che la nostra distanza e il nostro sano prendersi cura di noi stessi sono le basi di una vero rapporto, e se non lo dovessero capire meglio andare ognuno per la propria strada!

Per quanto riguarda il resto…

In dieci mesi, spesi per realizzare il tuo sentiero, i tuoi sogni e i tuoi progetti, avrai sicuramente bruciato i tuoi dieci chili in più: chi corre libero ha poco tempo per stare a tavola.

“Fate pure ciò che volete , ma siate prima di tutto di quelli che sanno volere ! Amate pure il vostro prossimo come voi stessi, ma siate prima di tutto di quelli che amano se stessi!”

(Nietzsche , Così parlò Zarathustra)

 
Un abbraccio,
Pier

 

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