• Tramontobastia
  • Ragazze Danubio
  • Orologio Rovescio
  • Uomo Del Mare

Spiritualità

La buia notte dell'anima

Fabio ha scritto: Grazie della bellissima risposta e del tempo dedicatomi (riferimento all'articolo: Il grande disincanto). Il punto, però, su cui cercavo di fissare l'attenzione maggiormente riguardava il fatto che mi pare che ci siano certe cose, certi stati che attraversiamo che siano molto più difficili da osservare, da accettare. Insomma, mi pare indubbio che la vita assuma i contorni e il sapore di una schifezza quando siamo in stati ad esempio depressivi od oscuri, per capirci. Il punto è che trovo difficile accettare certi stati bui in cui a volte passo e disidentificarmi da essi, non sentirli come miei. Quando accadono mi sento cadervi dentro e la vita mi pare oggettivamente più brutta, meno viva, meno leggera, per quanto so che comunque tutto va semplicemente osservato. Sono momenti in cui sto affrontando o lasciando andare qualcosa, e non posso fare altro che accettare e osservare la schifezza (senza giudicarla come "schifezza" magari)? Sono momenti in cui sta venendo fuori un dolore che magari ho avuto dentro per tanto tempo e al quale ancora una parte di me resiste, e più lo accetterò e lo osserverò come tutto il resto meno verrà a trovarmi? La “buia notte dell'anima” di cui si parla nel misticismo non è forse l'attraversare certe oscurità interiori molto difficili da accettare, ma che poi, se superate e accettate, danno spazio a una consapevolezza più vasta?

Pier ha risposto: Gentile Fabio, dal mio punto di vista ciò che tu descrivi non è quello che il misticismo definisce come “la buia notte dell'anima”. La “buia notte dell'anima” è una fase dell’indagine interiore in cui tutti i poliedrici stati della coscienza identificata sono stati abbandonati, ma la pace e la libertà dell'Essere non sono ancora affiorate. In quella fase l'ego è sul letto di morte, in stato agonico. Tutti i suoi giochi non trovano più un senso, le brame legate al divenire fenomenico sono comprese come vuote e portatrici di sofferenza, ma oltre a questo nulla affiora, né pace, né amore, né libertà. È in questo momento che le scuole mistiche dicono che il maestro è fondamentale per infondere fiducia al discepolo, per impedirgli di cadere all'indietro in un doloroso stato di non senso colmo di angoscia esistenziale. Quando si entra nella “buia notte dell'anima” i maestri, con la loro presenza colma di pace inamovibile, ci trasmettono il coraggio necessario per non abbandonare la “posizione” conquistata e lasciarsi andare all’ultimo passo: l’abbandono totale all’ignoto. In questa fase sembra di essere sul ciglio di un burrone: di fronte a noi il nulla, dietro di noi solo macerie. “Gettati, quel vuoto che ti terrorizza, se lo accogli, è colmo di vita, io l'ho sperimentato! Gettati!”, queste sono le parole che in quel momento un vero maestro può pronunciare in piena verità al suo discepolo per fargli compiere l'ultimo passo. Quelli che tu descrivi sembrano più momenti di emersione e confronto con aspetti che fanno ancora parte della struttura condizionata del pensiero.

Per spiegarmi meglio provo a fare un esempio. Pensa a una pianta parassitaria. Nelle sue molteplici ramificazione avvolge l'albero succhiandogli la linfa. All'inizio dell’indagine interiore la nostra coscienza si muove in superficie, fra le foglie terminali delle ramificazione. La meditazione ci porta progressivamente a comprendere la natura del parassita sino ad andare sempre più in profondità, sempre più vicini alla base del tronco dell’albero, alla causa prima, là dove la luce del mondo fenomenico svanisce e si sprofonda nell'oscurità della terra, dove si alimentano le radici. È quando la coscienza raggiunge questo punto critico che si entra nella “buia notte dell'anima”. Altra cosa è quando la coscienza incontra alcuni nodi particolarmente spessi delle ramificazione della pianta, punti che possono generare nel processo di osservazione e disidentificazione stati emotivi-mentali come depressione, euforia, ansia, ecc., particolarmente intensi. Il tuo commento mi rievoca più situazioni legate alla sperimentazione di questi “nodi di personalità” e non il vuoto potenzialmente paralizzante e inquietante che ci si apre quando si incontra l'oscurità delle “radici” del “parassita egoico”.

Questa è solo una mia impressione raccolta dalla lettura di poche righe, ma quando parli di lasciar andare la “schifezza”, la stessa idea di “lasciare andare” è propria ai contenuti specifici del pensiero condizionato, ciò che nella metafora ho chiamato “nodi”. Lo stato che si esperisce nella fase detta “buia notte dell'anima”, essendo privo di contenuti, è già fuori dalla dicotomia “osservatore - cosa osservata”. Pertanto, non essendovi più nulla a cui identificarsi all’infuori della percezione d’essere l’osservatore, non può nemmeno sorgere l’idea di abbandonare qualcosa. In quel punto della coscienza la perdita di contenuti a cui identificarsi isola l’osservatore (l'ultima cittadella dell'ego), in una sorta di prigione mentale ed emotiva che spesso può far emergere un’angosciante e paradossale percezione di claustrofobia (perché l’”Io” si percepisce solo e chiuso in sé) e agorafobia (perché l’”Io” si trova ad osservare uno sterile vuoto). L'osservatore, l’idea “Io sono e osservo”, è la forma più pura dell'ego, ma è pur sempre uno stato identificato e separato di consapevolezza. Quando i contenuti dell'osservazione divengono irrilevanti o persino inesistenti, che fine fa l'osservatore? L'osservatore, alla termine del processo di disidentificazione, avendo terminato il suo compito dovrebbe dissolversi spontaneamente. Spesso però diviene l’oggetto a cui ci aggrappiamo più tenacemente proprio perché l’ultimo e il più intimo fenomeno di conoscenza passata della consapevolezza. Facendo un esempio, se un barca ci è servita per attraversare un fiume, giunti sull’altra sponda, tentare di portare con se la barca diviene inutile quanto invalidante.

Solitamente questo è il passaggio più difficile, non solo da vivere, ma anche da comprendere. Quando l'osservatore non ha più contenuti d'osservazione che lo legano emotivamente rimane isolato. Un soggetto senza oggetti muore a livello energetico emotivo - mentale perché ciò che alimenta la sua struttura (l’attenzione verso qualcosa) viene a mancare. È come un triangolo fatto da due carte: se una carta cade l’altra la segue. Se gli oggetti d'osservazione perdono la loro carica di attrazione cosa può reggere il soggetto? Nulla. A quel punto l'osservatore, che altro non è che il pensiero base della mente, “Io penso, osservo, faccio…”, sperimenta ciò che spesso è stato definito “orror vacui”, che significa letteralmente terrore del vuoto, concetto conosciuto in psicologia come cenofobia o agorafobia. Per superare questa ultima fase la fiducia e il coraggio sono tutto, per questo spesso è utile avere accanto qualcuno che ha già superato questa fase e che grazie alla sua quiete interiore e sicurezza date dall’esperienza ci può prendere per mano e sussurrare: lasciati andare, lascia svanire anche quest’io, questa è l’unica vera morte è resurrezione.

Forse è importante precisare che l'”Io” muore unicamente come oggetto di identificazione della consapevolezza, come “centro di egoicità”, non certo a livello mentale empirico. L'”Io” smette di essere il fulcro attorno cui ruotano e si legano tutti i condizionamenti e diviene un perfetto strumento mentale utile a pensare, parlare, capire, ricercare, sino a quando il corpo sarà in vita. Infatti come potrebbe l'”Io” come puro pensiero svanire dalla mente sino a quando il corpo è in vita. Mente e corpo sono reciprocamente l’uno causa dell’altro. Ciò che cambia è la percezione delle cose. L'”Io” non viene più vissuto come una realtà identitaria composta da infinite ramificazione di memoria (idee di sé, emozioni, proiezioni di personalità frutto dell’esperienza), ma come uno strumento che la Vita utilizza per esprimersi al meglio in uno specifico punto dello spazio e del tempo.

Infine, ricongiungendomi al mio precedente articolo, vorrei parlare brevemente ancora di un aspetto. Da quel che ho detto sino ad ora qualcuno potrebbe pensare che mi contraddico. La volta scorsa ho sostenuto che non esistono gradi di risveglio, ora parlo di foglie superficiali della pinta, rami, tronco e radici che la coscienza percorre prima di liberarsi. Le cose sono contradditorie solo in apparenza.

Facciamo un esempio mutuato dal maestro Ramana. Sono nella mia camera da letto qui a Vicenza e sto sognando di essere a Roma perso in qualche via di periferia. Chiedo informazione ai passati, mi sento solo e perduto. Trovo un uomo gentile che mi dà un passaggio in auto per accompagnarmi alla stazione. Prendo il treno, arrivo alla stazione di Vicenza. Non ho soldi. Inizio a camminare verso casa. Cammino e cammino, quando incontro un amico che mi dà un passaggio sino a casa. Suono il campanello quando d’un tratto mi risveglio nel mio letto. Qualcuno può dire che ho compiuto un percorso, un viaggio difficile e lungo. Ma l'ho compiuto veramente? No, era solo un sogno. Mi sarei potuto risvegliare in qualsiasi momento, anche sul treno o lungo una strada di Roma. Non mi era necessario arrivare sino a casa. Era tutto un sogno! Stessa cosa sono i nostri percorsi spirituali.

Siamo così appesantiti da idee fallaci a cui crediamo intensamente che solitamente è necessario passare attraverso molteplici e spesso dolorose esperienze prima di poter anche solo vagamente intuire l’irrealtà della nostra condizione psichica. Quando l’intuizione affiora, iniziamo ad abbandoniamo alcune identificazioni, ma ciò che conta più di ogni cosa è comprendere e tagliare la radice che genera tutte le identificazione. Solo così potremmo porre definitivamente termine alla frammentazione della coscienza. Molte persone perdono molto tempo nella risoluzione di specifiche identificazione chiamando poi tutto quel lavoro percorso interiore. Bene, dico io, meglio che non fare nulla. Ma se si comprende l’essenza del condizionamento, non serve alcun percorso.

Non è necessario vagare per Roma, salire su un treno e camminare, camminare, per risvegliarci solo dopo tante fatiche sul “letto della nostra casa interiore”. Ciò che facciamo lo alimentiamo noi stessi con il nostro credervi. Sino a quando crederemo necessario compiere un lungo viaggio, questo sarà. Convinzione e azione si accompagnano! Tanto credo ai condizionamenti tanto devo meditare e osservare, pazientare. Ma se comprendo profondamente e direttamente la verità della mia condizione esistenziale, la radice del processo di condizionamento e il fatto che la mia Essenza è libera qui ed ora, da sempre e per sempre, il sogno si spezza istantaneamente.

Gentile Fabio, spesso ci lasciamo ingabbiare dai condizionamenti giocandoci un buffo tranello. Poiché percepiamo un forte impatto emotivo pensiamo di dover lavorare molto su noi stessi e cosi siamo come il cane che si morde la coda! Se l'”Io” che osserva inizia a ritenere di dover lavorare molto, di essere al cospetto di qualcosa di difficile o particolarmente ostico e doloroso, ha determinato da sé la durata e la difficoltà del suo viaggio onirico verso il risveglio, oltre ad aver ovviamente smesso di osservare.

Sai cosa credo? I tuoi stati sofferenti, come i miei e quelli di tutti sono solo bolle di memoria fluttuanti nell’infinito spazio della coscienza. Non sono schifezze, sono sogni. A volte belli, a volte tremendi. Se smetti di perderti in loro si dissolvono nel nulla da cui sono venuti. A quel punto non è nemmeno detto che si debba vivere la tanto temuta “notte dell'anima”, infatti l’ego anche con questa storia è capace di crearsi un mostro con cui combattere per anni e anni. Sogna che tutto andrà per il meglio, che già ora sta andando per il meglio in questo preciso istante e luogo. Sogna così perché un sogno perfetto non ha nemmeno bisogno di esistere: ed ecco che sei sveglio!

Un caro saluto,

Pier

Tags: Ricerca della felicità, Equilibrio interiore, Pace della mente

Per inserire i commenti vai a fondo pagina

Commenti   

# Fabio23 2013-10-23 10:13
Ti ringrazio davvero molto Dadrim per queste tue ricchissime risposte.. Ci tengo solo a precisare che non intendevo che quella che stavo sperimentando fosse la buia notte dell'anima ma era soltanto per puntare l'attenzione sul fatto che esistano certe "esperienze" o momenti che anche per le persone più libere, più "evolute spiritualmente" possano risultare molto difficili da accettare e affrontare, magari appunto per la paura e il terrore che evocano che anche tu hai descritto.. Il mio non accettare queste "schifezze" e quello che ho descritto credo sia in perfetta linea con ciò che dici, ovvero sulla "sperimentazion e di particolari nodi della 'pianta della vita'".. Intendi comunque che l'essere Liberi o meno dipende da quanto ci facciamo coinvolgere o ci identifichiamo con questi nodi? Perché mi pare indubbio che (per quanto ci identifichiamo o meno con esso) un percorso di purificazione ci sia, che l'affrontare certe cose sia necessario, per quanto alla fine ci renderemmo conto che era tutto un sogno nella nostra testa, anche il percorso stesso.. Ma è stato proprio il percorso che ci ha permesso di "entrare" in questa visione delle cose, di comprendere che era un sogno e che la Libertà è sempre stata sotto i nostri occhi.. Come dire che dobbiamo affrontare e lasciar andare certe cose per capire che non c'era niente da affrontare o lasciar andare, che eravamo già Liberi..
# Dadrim 2013-10-23 15:19
Potremmo sintetizzare tutti i nostri discorsi così: poiché le proiezioni del pensiero identificato hanno una loro esistenza, una loro forza (anche un sogno, a modo suo, finche dura ha un’esistenza), in principio l'indagine è fondamentale per smantellarle. Tempi e distanza che l'indagine percorrerà sono cose unicamente legate allo scontro fra la forza d’identificazio ne e la forza di comprensione: questione focale che rientra nel mistero della libertà di ogni essere umano e del suo destino.

Ribadisco pertanto che, se le mie riflessioni sono corrette e condivise, non v'è male maggiore o minore in sé, ma unicamente in relazione al suo rapporto di forza con l'intensità della nostra risposta consapevole.

Andando al personale cosa vorrei dirti/dirci? Se meditazione, nella sua essenza, significa sradicare l'identificazio ne della coscienza con i contenuti mentali d’identità spuria, contenuti mentali sono anche le idee di tempo, spazio e difficoltà.

Parlare di maggiore difficoltà, di sforzo che si deve intensificare, pertanto di tempo, significa parlare dall'interno del mondo della coscienza spuria, della coscienza che sogna ancora un processo di miglioramento, di divenire identitario individuale, di perfezionamento o perlomeno smantellamento dell’ego.

Tu sei già libero qui e ora. Lo so, forse non è la percezione che hai o che abbiamo, ma poco importa. Se comprendiamo profondamente che la percezione di squilibrio è un prodotto del pensiero identificato, e come tale la ignoriamo, vedremo accadere miracoli a una velocità incredibile.

Se ci pensi, quando la consapevolezza comprende pienamente che ogni forma di squilibrio, di disagio interiore, di “schifezza”, non è altro che il frutto di un processo ingannevole del pensiero, tale pensiero viene rapidamente privato di attenzione. E cosa mantiene in vita il dolore? L'attenzione! Sembra un controsenso, lo so. Starai pensando: se basta non prestare attenzione alle nostre sofferenze mezzo mondo sarebbe beato. Io dico che in un certo senso è vero. Mezzo mondo infatti, non avendo mai indagato un bel niente, non essendosi mai posto una mezza domanda non è beato, ma in coma sì. Il coma, per quanto riguarda la percezione del dolore e del disagio esistenziale permette una specie di anestesia, quindi si può dire che tante persone non soffrono e non gioiscono perché non sono né vive né morte. Certo si lamentano un sacco, ma se fai caso tutto è rivolta verso il fuori. Loro non centrano nulla, non hanno alcun dubbio o difetto.

Il guaio comincia quando si inizia a comprendere veramente. A quel punto la sofferenza è inevitabile e di solito sale d’intensità tanto più si vede chiaramente che il vero guaio sta solo in noi. Quando si inizia a comprendere la condizione orrenda in cui siamo finiti e i cui versa la maggior parte dell’umanità, troppo spesso si finisce per cadere in un’impasse. Iniziamo ad affondare nelle ferite e nelle schifezze generate dalla mente condizionata come fossimo finiti nelle sabbie mobili. Infatti, l’osservazione, se portata avanti in un certo modo, dà come risultato l’idea che più si osserva, più vi sarebbe da osservare.

La svolta a tutto questo non è tanto data dall'affrontare ogni singolo condizionamento , ma dal comprendere il meccanismo base del processo alienante. Se si comprende profondamente l'errore di fondo del pensiero l'energia psichica viene spontaneamente invertita, rivolta all'interno, fermando più o meno rapidamente il flusso estroverso "deviato" della coscienza.

Per questo continuo a porre l'accento sul non senso di parlare di un tempo, di una difficoltà e di un progresso spirituale.

In principio questi concetti possono avere anche una ragione, ma se la radice è stata vista e recisa, tutto ciò non trova più ragione, e noi qui, almeno con alcuni, non siamo più alle prime riflessioni.

Certo il vecchio movimento avrà bisogno di un discreto tempo cronologico per fermarsi, come quando un uomo smette di pedalare su una bici senza freni: servirà un certo tempo per fermare la corsa. V'è da dire però che quando si smette di pedalare, nonostante la bici stia ancora procedendo (nonostante la mente viva ancora i medesimi stati precedenti), qualcosa nel profondo si percepisce comunque, paradossalmente , in pace. E' un paradosso che dura solo sino a quando il nuovo equilibrio viene stabilito. Sentirsi gli stessi di sempre, afflitti dalle medesime ansie e paure, eppure sentirsi quieti; incredibile, ma comprensibile.

Buon paradosso a tutti!
# Fabio23 2013-10-24 09:47
Grazie dal profondo del mio cuore Dadrim.. Ora posso dire che il dialogo scatenato dal mio commento iniziale è finito, ora sento che non ho più niente da chiederti (riguardo a questo discorso che abbiamo fato).. Hai chiarito i dubbi che mi ponevo e mi trovo perfettamente con le tue parole.. Spero di non averti rubato troppo tempo o energie date le ricchissime e accurate risposte che mi hai dato.. Grazie davvero!
# Dadrim 2013-10-24 14:52
Quando un dialogo finisce nel silenzio perché il cuore di entrambi ha trovato comune visione e un po' di pace non sai che piacere provo. Quello è lo scopo dell'investigar e assieme. Le parole, se efficaci, più vanno in profondità e più diminuiscono, sino a svanire nel silenzio. Il vero viaggio, infatti, inizia solo con la fine del pensiero. Da lì tutto diviene un nuovo viaggio, ma non di ricerca, di pura e semplice meraviglia. Questa è l'impegno che il misticismo, (la filosofia ultima, la psicologia del trascendente o come lo si voglia chiamare) indicano. Questo è quel che assime proviamo a realizzare.

Nessun furto di tempo!
Grazie a te!
# Fabio23 2013-10-24 21:12
Non c'è cosa più bella potessi dirmi..

PER INSERIRE COMMENTI DEVI ESSERE ISCRITTO O ABBONATO.
TI RICORDIAMO CHE L'ISCRIZIONE E' GRATUITA!

Libri

Contengono alcune fra le risposte più significative del blog su amore, meditazione, realizzazione di sé, libertà dai condizionamenti.

Canzoni

Ascolta le nostre canzoni: un viaggio nel mondo delle emozioni e del pensiero umano alla ricerca del significato ultimo delle cose.

Iscriviti

Iscrizione gratuita e illimitata permette l'inserimento di commenti e la ricezione newsletter.