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Falliti o sfigati: l’economia dell’avidità

crisi economica

Sandro ha scritto: Ciao Pier, sono Sandro. Ho un'attività artigianale con i miei fratelli che non va bene e non riusciamo a migliorare le cose. Ho costantemente paura di fallire, di aver buttato tutta la mia vita, di non avere più opportunità di lavoro dove realizzare i miei talenti. Vedo i miei coetanei che hanno costruito le loro vite professionali, raramente ho provato invidia, ma questo periodo, purtroppo, sono invidioso e totalmente insicuro del mio futuro. Mi potresti dare un consiglio?

Pier ha risposto: Ansia e angoscia sono sempre il prodotto di pensieri limitanti che ci sono stati imposti o che noi stessi abbiamo più o meno involontariamente creato o assorbito. Se investighiamo la reale natura di tali pensieri e ne comprendiamo l’insensatezza possiamo liberarcene, accedendo a una più solida, ampia e profonda condizione di vita.

L’Italia, soprattutto le regioni del nord, ma più in generale l’Occidente intero, dopo la fine della seconda guerra mondiale, hanno attraversato un cinquantennio di grande benessere economico, di crescita e prosperità materiale. All’incirca dal 2006 le cose sono andate progressivamente degenerando. L’ideologia capitalista che ha permesso l’egemonia economica mondiale dell’Occidente, dal mio punto di vista, non poteva fare altro che seguire una parabola discendente. Abbiamo generato un pensiero di crescita e produzione unicamente basato sul profitto e l’espansione personale e materiale che per adempiersi inevitabilmente porta allo sfruttamento e all’impoverimento di altri individui e della stessa natura che ci nutre e sostiene. Essenzialmente porta alla guerra e, alla fine, l’autodistruzione!

Il capitalismo avido e profondamente corrotto che ci ha dato cinquant’anni di fragile e iniqua ricchezza ora ci sta esplodendo in faccia. Un fiume umano di disperati invade l’Europa per fuggire dalle guerre che l’Occidente stesso ha fomentato o direttamente provocato unicamente per piani di dominio e profitto. L’apertura dei mercati ha permesso di delocalizzare il lavoro in paesi dove i salari sono immensamente più bassi dei nostri. Tutto ciò ha reso alcune persone infinitamente più ricche, ed enormi masse di individui sempre più povere, impotenti e confuse.

L’economia reale è stata contaminata, se non sostituita, dalle speculazioni finanziarie, trasformando così le nostre vite in un’interminabile discussione sulle fluttuazione dei mercati e i debiti nazionali. Parlare di senso etico e valoriale dell’economia sembra una bestemmi, un’utopia, un pensiero infantile. Usando parole come spread, rating o dow jones si tenta di far ascendere la vile e banale realtà economico-politica odierna ad un piano quasi divino, oracolare. “Il dio mercato ha parlato, l’uomo massa deve tacere e subire fiducioso, meglio ancora se disposto a sacrificarsi!”

Se l’uomo non si sforzerà sempre più di “convertire la sua rotta” lavorando, pensando e agendo mosso da vero e saggio amore per sé, i suoi simili e ciò che lo circonda, continuando a promuovere ideali avidi e d’autoesaltazione, guerre, odio e angoscia dilagheranno sempre più.

Cosa c’entra tutto ciò con l’ansia e l’angoscia che molti di noi provano nel loro intimo, nel loro piccolo mondo apparentemente così lontano ed estraneo alle guerre che flagellano luoghi lontani e alle direttive economiche che escono dai palazzi di potere? Se riflettiamo ritengo non si possa fare a meno di notare come tutti noi, chi più chi meno, siamo stati lentamente avvelenati da questo sistema di valori malati, dall’idea, direi il dogma, che la realizzazione economica equivale alla realizzazione “personale totale”, e che questa, oltretutto, sia pienamente nelle nostre mani, nostra totale responsabilità. Se non riesci economicamente sei un fallito perché il vero uomo sa come cogliere le occasioni, sa come sfruttare anche le situazioni peggiori. Il vero “self made man” trasforma anche il letame in oro. Se non ci sei riuscito è un problema tuo, sei tu l’incapace, il fallito!

Pochi mesi fa, nella chiesa di fronte casa mia, celebravano i funerali di un trentacinquenne. Tumore, dodici mesi e ciao a tutti: genitori, moglie e figlia di tre anni. Quest’uomo cos’è agli occhi della nostra cultura del capitale avido e dell’idea imperante di realizzazione personale? Un fallito, uno sfigato o un errore della natura? Probabile la seconda, giacché la cultura del capitale avido conosce solo due parole: fallito e sfigato. La prima, fallito, la applica a tutti coloro che sono ciò vivi e sani ma non dotati dei requisiti base: macchina di grossa cilindrata, piscina, villa, viaggi frequenti in prima classe, vestiti firmati, potere… La seconda parola, sfigato, la appone a tutto ciò che è morto o non biologicamente adatto a combattere per raggiungere i suoi obbiettivi. Milioni di cinesi, indiani, africani, sudamericani, e sempre più occidentali, non sono altro che sfigati o falliti. Se questo è lo schema culturale entro cui si muove il pensiero delle persone che ritenute, o che si ritengono, maggiormente realizzate e capaci cosa ci possiamo aspettare dal futuro, che economia riusciremo mai a portare avanti? Oggi leggevo che quelli della Fiat sono contenti, le vendite durante l’estate hanno mostrato segni di ripresa.

Il capo del Governo è baldanzoso: la ripresa c’è e si vede! La ripresa di cosa mi chiedo io? Più macchine significa più scorie, più rifiuti, più inquinamento. Più costruzioni edili significa più cementificazione. Più consumi significa più desideri, più dipendenze, più fughe verso il nulla. Siamo già sette miliardi, vi sono città che non vedono più il sole a causa dell’inquinamento, catastrofi ambientali continue, ma tutti sperano nella ripresa. Ma di cosa mi chiedo? Della corsa verso il nulla, verso l’autodistruzione? Bello! Viva l’economia!

Gentile Sandro, la povertà a cui ci stanno portando non è tanto materiale, ma interiore, mentale ed emotiva. Attraverso la paura di non trovare più il denaro sufficiente a dare un pasto decente alle nostre famiglie o, più banalmente ma non meno perentoriamente, attraverso il dogma di dover rientrare in un certo immaginario di vita ossessivamente pubblicizzata siamo giunti a non chiederci più cosa significhi realizzare una vita piena, a cosa dovrebbe servire il denaro e cosa sia la vera libertà. Proviamo a non fare nostra una tale filosofia di morte, proviamo a rigettarla dal nostro organismo, salviamoci! Non permettiamo a questa malattia di infettarci l’anima con la paura e il ricatto del tozzo di pane o dell’ego non realizzato. Se riconosciamo il vuoto e l’errore che si celano dietro all’idea di realizzazione personale come espansione economica ed egoica, la depressione, l’invidia e il senso di fallimento non ci potranno più affliggere. Ripensiamo seriamente, liberi da condizionamenti e paure, cosa significhi realizzazione. Dal mio punto di vista, realizzare se stessi è qualcosa che non può dipendere da condizioni esterne o dal caso, altrimenti non sarebbe un realizzare “se stessi” ma realizzare “qualcosa”. Noi però identifichiamo noi stessi alle cose: denaro, fama, potere, casa, macchina…, e così ci perdiamo. Ma per quanto tempo ce la possiamo ancora raccontare senza vedere come tutte queste cose siano contingenti, impermanenti e totalmente aliene al nostro vero Sé? Quanto dura una macchina, un conto in banca, la nostra stessa salute e giovinezza? Il tempo di un respiro!

Realizzare se stessi, pertanto, come prima cosa significa proprio rompere la dipendenza psicologica che ci lega alle cose non essenziali del mondo. Sentire pienamente che per quanto l’economia e il lavoro possano andare male, il nostro cuore e la nostra mente rimangono quieti, colmi di dignità, liberi e forti, è il primo grande passo. Fortificando questa consapevolezza interiore è parimenti possibile non smettere mai di avere fiducia nel domani continuando a porre amore e cura in tutto ciò che facciamo. Se la mente e il cuore vengono svuotati dall’ansia e dalla paura che la dipendenza genera, permettiamo alla bellezza e alle possibilità che ci circondano di non sfuggire dal nostro sguardo. Per quanto oggi io possa attraversare una fase di indigenza questo non può e non deve intaccare la mia capacità di vedere, sperare, proteggere e curare la tenerezza e la bellezza che abitano in me come in gran parte delle persone e della vita che mi circondano.

Non ci sono retribuzione o riconoscimenti sociali che valgano il prezzo del sole che brilla nel cielo, della compagnia di una persona cara, della cura e della fiducia che puoi donare ad un figlio, un amico o un viandante, del silenzio e della contemplazione in cui ti puoi raccogliere per liberarti da ogni forma di dipendenza e ricatto sociale. Sono convito che non vi sia perdita economica pari all’aver perso la capacità di amare e scoprire la vita e le persone. Per questo mi ripeto sempre che la morte, in realtà, è la nostra più cara amica, perché se la teniamo a mente ci può ricordare che non siamo qui solo per provare ad esaudire qualche nostro desiderio o per aderire a qualche malato modello sociale, ma siamo qui per confrontarci con domande immense ed eterne!

Un caro saluto,

Pier

 

Tags: Crisi economica

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