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Ci sentiamo mediocri perché siamo incapaci di essere veramente mediocri

Morte di socrate Francesco ha scritto: Caro Pier, spesso mi capita di pensare di essere una persona priva di talenti. Negli studi non ho mai brillato, di recente sono stato pure costretto ad abbandonare l’università. Ho sempre incontrato difficoltà nei rapporti con gli altri e ho sofferto molto di solitudine. Cerco di svolgere in modo coscienzioso il mio lavoro, ma spesso mi accorgo di non essere efficace e capace di risolvere i problemi. Anche il mio aspetto fisico sembra riflettere un senso di mediocrità. Nella vita di tutti i giorni sperimento questi e altri limiti rispetto ai quali provo una sensazione di profondo disagio. Non riesco a dare un significato positivo ai miei limiti, che siano intellettuali, caratteriali o fisici. Per trasformare i fallimenti in opportunità bisogna essere dotati di una forza creativa che non so dove trovare. Cerco un punto di partenza, un'indicazione, grazie.

 
Un abbraccio,
Francesco

Pier ha risposto: Caro Francesco, ricordo un pranzo a cui partecipai da piccolo. Ero con i miei genitori, una coppia di amici e il loro figlio che aveva pochi anni più di me. Mangiammo il primo, poi arrivò il secondo con i soliti contorni di verdure. Come spesso ho visto accadere, a noi piccoli ci riempirono il piatto di spinaci dicendo che dovevamo mangiarli perché facevano tanto bene. Fortuna voleva che a me non dispiacessero poi tanto, ma stessa buona sorte non toccò al mio compagno che li detestava.

“Mamma, sai che non mi piacciono gli spinaci, mangio solo un po' di insalata”, disse il mio amichetto. Sciaguratamente avevo già iniziato a mangiarli, ma se avessi saputo come si sarebbero messe le cose gli avrei lanciati fuori dalla finestra. Quella grande e sensibile educatrice della mamma del mio amico iniziò il suo sermone della montagna: “Ma guarda Pierluigi come li mangia senza fare storie, perché tu vuoi fare queste brutte figure? Sai che li devi mangiare perché fanno molto bene e il cibo non si può buttare via. Quante volte ti ho detto che tanti bambini stanno morendo di fame?! Dovresti vergognarti per quanto capriccioso sei! Su dai inizia a mangiare! “Ma mamma, mi fanno vomitare, non riesco a mandarli giù”, rispose il bambino. “Qui non è questione di cosa ti piace o non ti piace, ma è questione di avere un po' di buona volontà e sforzarsi di fare anche le cose che non si vogliono fare perché sono soprattutto queste che ci fanno crescere. Sai quante volte ti capiterà di fare ciò che non ti piace ma dovrai farlo comunque!”, ribatte la madre.  Questo stupido discorso continuò per un bel pezzo, fra le lacrime e gli sforzi di vomito di quel bambino e le idiozie di quella donna. Continuò sino a quando quel piatto di spinaci non fu vuoto. 

In un piatto di spinaci quella donna vedeva molte cose: la fame del mondo, la vergogna e la colpa di una società ricca e opulenta che usa e consuma senza criterio, il futuro fallimentare di un bambino che, cresciuto senza midollo, non sarebbe riuscito ad affrontare le cose indigeste che la vita gli avrebbe riservato. Ma ci rendiamo conto di quanto fossero divenuti pesanti quegli spinaci per quel povero bimbo?! Degli spinaci possono contenere tutto questo? Pare che per qualcuno sia possibile, soprattutto per qualcuno come quella povera signora che non vedeva nulla di male nella pelliccia che indossava, nella macchina da 5 chilometri con un litro che guidava e in quel cornuto di marito con cui stava. Se guardandosi allo specchio non si vede il fango che si ha sul viso, finisce sempre che si notino solo quei piccoli pezzi che, staccandosi dal nostro mascherone, finiscono per cadere nel piatto in cui sta mangiando qualcun altro, e, paradossalmente, è proprio lì che si finisce per indispettirsi. Cosa intendo?

Questa nostra società ci insegna l'ipocrisia, l'umiliazione e la negazione del nostro sentimento più libero e profondo. Non si deve avanzare del cibo nel piatto per non sentirsi in colpa per tutti coloro che non hanno nemmeno un piatto su cui mangiare. Questa è la sintesi perfetta della morale occidentale. Mangia sino a scoppiare, non avanzare nulla perché c'è chi non ha quel che tu hai, anzi, a dire la verità non ha proprio nulla, pertanto non chiederti perché le cose stiano così, se dipenda anche da te, se tu possa fare qualcosa per cambiare la situazione: non chiederti nulla, non fare nulla, basta che non avanzi del cibo nel tuo piatto! 

Ma la lezione del piatto di spinaci non finisce qui, è immensa, è biblica. La nostra società ci insegna che non possiamo mangiare ciò che ci piace! Come possiamo permetterci di dire no a quel che ci viene imposto, a ciò per cui tutti, introno a noi, si sacrificano senza alcuna pietà di se stessi e degli altri? Preferiamo qualche foglia di insalata ai tanto sani e buoni spinaci o, peggio ancora, affermiamo di voler mangiare ciò che ci piace, dichiariamo esplicitamente l'esistenza di un nostro sentire, di un nostro volere, di un nostro Essere? Ingrati e arroganti. Gli spinaci fanno bene, così dicono tutti, così ci insegna la società. Nel seguire questo dogma tutti soffrono per una vita intera, e noi ci permettiamo di affermare che non ci piacciono? Vergogniamoci, sentiamoci in colpa per la nostra arroganza e per la mancanza di rispetto nei confronti di coloro a cui dobbiamo tutto.

“Io sto ancora con tuo padre anche se non lo amo più da anni, anche se ho trovato piacere in un altro abbraccio, se non sopporto più di passare le notti con lui, e tu non riesci a mangiare un piatto di spinaci? Ma sai cosa significa questo? Sai cosa significa non riuscire a fingere di accettare ciò che non ami come se lo amassi? Significa non essere più rispettati, significa dover vivere soli, pensando con la propria testa, sentendo con il proprio cuore, rimanendo fedeli alla propria verità. Figlio mio, questa è una vita terrorizzante, è una vita per pochi eletti, coraggiosi e folli. Non posso permettermi che tu debba correre il rischio di una responsabilità simile, di un dolore così grande, che forse non ti porterà a nulla. Mangia questi spinaci, impara ad accettare ciò che non senti, impara a mettere il pensiero della massa sopra la tua ragione, ad abbassare la testa di fronte al tuo capo, a farti gli amici giusti nel posto giusto.

Impara ad essere servile così verrai servito, ad essere accondiscendente così sarai accondisceso, ad essere mansueto così non sarai troppo esposto al pericolo. Questa società è piena di lavori inutili, mortificanti, segue mode e costumi avvilenti, intrattiene e addormenta le persone con spettacoli miserabili, con ragionamenti vili e meschini, predica il falso usando abilmente parole vuote, morte, senz'anima. Figlio mio, impara da subito ad adattarti, mangia questi spinaci, perché fanno bene. Lascia perdere cosa ti piace o non ti piace, lascia perdere la verità, la libertà, l'amore, il rispetto di se stessi. Se dovessimo iniziare a prendere in considerazione tutte queste cose non sarebbe più finita. Perderesti il novanta percento delle relazioni, guadagneresti poco e niente, saresti deriso, isolato, scacciato, maltrattato, e tutto perché faresti una paura tremenda. Figlio mio impara da subito a mangiare ciò che ti dicono faccia bene e non farmi patire tutto questo dolore”.

Ecco, probabilmente, cosa vedeva e voleva comunicare quella mamma attraverso un piatto di spinaci, e non è una rarità, continua ad accadere tutti i giorni, magari utilizzando altre situazioni come esempio.

Noi adulti inconsapevolmente passiamo questi messaggi attraverso le cose di tutti i giorni, cose anche piccole ai nostri occhi, ma ai bambini il messaggio arriva sempre forte e chiaro. Ecco come i figli apprendono la nostra lezione, magari proprio quando noi pensavamo di averli salvati dai nostri condizionamenti.

Caro Francesco, negli studi non hai mai brillato, cerchi di svolgere il tuo lavoro coscienziosamente, non ti senti efficace e capace di risolvere problemi, il tuo aspetto ti risulta mediocre. Ora mi chiedo: ma quanti spinaci ti hanno fatto mangiare quando eri piccolo, e quanto ti facevano vomitare? Credo che tu ti stia ingannando da solo chiamando limiti cose che in realtà sono frutto del tuo innato sano sentire. È come se quel mio piccolo amico del racconto avesse iniziato a pensare: “Guarda che limitato che sono, non riesco a mangiare gli spinaci, non riesco a sforzarmi, sono così debole e fragile che poche manciate d'erba mi fanno venire i conati di vomito”. Se quel bambino avesse iniziato a ragionare così di sé, probabilmente si sarebbe sforzato per anni di mangiare quegli spinaci, divenendone sicuramente capace, ma altrettanto si sarebbe sentito una persona mediocre. Mediocre significa proprio questo: colui che sta nella media, che fa ciò che gli altri fanno per paura di non essere accettato, a discapito del suo profondo e libero sentire, della sua libertà e dalla sua capacità di essere ciò che è. 

Dici di aver sempre incontrato difficoltà nello stare con gli altri. “Per fortuna!”, dico io. Per come stanno messe le cose oggi, se una persona mi venisse a dire di non aver mai incontrato problemi stando con gli altri, mi preoccuperei seriamente per lei. Solo i mediocri possono non avere problemi e non sentirsi mai sopraffatti dalla solitudine.

Il problema per me sta nel fatto che tu interpreti le tue difficoltà e la tua solitudine come una sorta di incapacità d'adattarti alla massa, alla norma, alla mediocrità. Paradossalmente ti senti mediocre perché non riesci a vivere come i mediocri. Forse hai provato così tanto a mangiare gli “spinaci” che ora non ti ricordi nemmeno più cosa ti sarebbe veramente piaciuto mangiare. Non interpretare il tuo non riuscire ad adattarti come un limite perché nel mio modo di vedere la vita l'incapacità di adattarsi è l'unica vera possibilità di fare un salto di qualità, di entrare in contatto con la nostra realtà più profonda. Sono i disadattati che permettono l'evoluzione della società, non i ben inseriti!

Tu dici: “Non riesco a dare un significato positivo ai miei limiti, che siano intellettuali, caratteriali o fisici”. Per forza che non vi riesci: stai chiamando limiti cose che non lo sono. Secondo te, se non ho il coraggio di suicidarmi ho un limite? Se non ho il coraggio di sparare ad un ladro ho un limite? Il nostro tempo chiama limiti cose che in realtà sono segni d'intelligenza e sensibilità. Chiama limite non accettare compromessi miserabili, non voler imbrogliare, non voler vivere per guadagnare denaro al fine unico di guadagnare denaro, non voler fare sesso con ogni gorilla che si incontra per strada o non voler apparire ad ogni costo. 

Tu dici: “Per trasformare i fallimenti in opportunità bisogna essere dotati di una forza creativa che non so dove trovare”. Per molti di noi oggi trasformare i fallimenti in opportunità significa seguire la via del furfante. Compro un terreno edificabile per centomila euro e poi scopro che sono sabbie mobili. Penso un po' e poi mi dico: “E se ci facessi una bella discarica? L'immondizia che vi sverso mi farebbe da fondamenta e ci guadagnerei pure un bel po' dato che l'Ente Pubblico non trova mai nessun luogo da trasformare serenamente in pattumiera. Poi, una volta colma, la ricopro bene di terra, dò un po' di tangenti al tizio che decide i piani regolatori del Comune e la faccio trasformare nuovamente in zona edificabile. Così quel che ora vale zero domani varrà un milione” (non è un esempio di fantasia, per chi ha orecchi per intendere intenda). Questo significa trasformare un fallimento in un'opportunità, ma significa anche fregare la gente.

Tu vieni fregato e per uscire dalla fregatura trovi il modo di fregare altri il doppio. Questo è ciò che spesso oggi viene chiamato creatività, peccato che sia solo furbizia e arroganza. Per me i fallimenti non vanno trasformati attraverso ambigue “forze creative” in opportunità, ma vanno semplicemente compresi. Infatti, noi chiamiamo “fallimento” solo ciò a cui non riusciamo a dare un senso e un futuro. Al cospetto di ciò che non comprendiamo possiamo fare due cose: rifilarlo a qualcun altro o scoprirne il messaggio nascosto.

Per esempio, la fine di una relazione è spesso detta “fallimento sentimentale”. Perché lo chiamiamo “fallimento”? Perché di norma in una relazione vogliamo che le cose vadano in un certo modo senza prestare attenzione al come stanno andando realmente. Così accade che ciò che immaginiamo crolli a contatto con ciò che realmente è, e così iniziamo raccontarci storie di fallimenti e sfortuna. Il dolore del crollo delle nostre illusioni ci fa usare la parola fallimento. Poi, non amando fare i conti con ciò che abbiamo sbagliato, iniziamo a scaricare tutte le responsabilità sull'altro. 

Se iniziamo a comprendere la realtà che si cela dietro ad un accadimento i fallimenti svaniscono e affiorano le grandi opportunità di cambiamento. Dobbiamo mettere da parte l'idea fissa che abbiamo in testa di come devono andare le cose e iniziare a vedere come vanno realmente. Una volta capito questo avremo guadagnato una lezione impareggiabile, utile sino alla fine dei nostri giorni e forse oltre. La furbizia e l'astuzia agite per nascondere la nostra inconsapevolezza portano solo guai. “Non riesco a mangiare gli spinaci, questo è un fallimento! Allora devo trovare un modo creativo per uscire da questo problema. Potrei iniziare ad immaginare che questi spinaci siano miracolosi come quelli di Braccio di Ferro, potrei condirli con un litro di aceto balsamico o, meglio ancora, potrei iniziare a venderli ai bambini del terzo mondo così non muoiono più di fame, e, soprattutto, mia madre non li troverebbe più negli scaffali del supermercato, così non me li rifila più”. Questo modo di pensare e agire è solo un modo per non fare i conti con noi stessi.

Caro Francesco, la pseudo creatività che ci hanno insegnato porta ad essere furbi, ad aggirare gli ostacoli, magari a diventare ricchi. Potremmo persino riuscire a vendere ghiaccio agli eschimesi. Insomma, potremmo combinarne una per colore, ma non riusciremmo mai a scoprire chi siamo veramente, a vivere onestamente, liberi e a testa alta, ben consapevoli di quale sia il nostro vero valore.

Credo sia un bene il tuo non riuscire ad adattarti, ma devi iniziare a vederlo in modo nuovo, altrimenti rimarrai una persona che si sente mediocre perché non riesce a vivere come i mediocri. Un bambino non ama gli spinaci, punto! Di verdure ce ne sono tante, spetta a lui scoprire qual è la sua preferita, ma soprattutto spetta a lui, quando diviene adulto, comprendere che il non voler magiare una cosa è manifestazione di libertà e unicità e non una questione di limiti, mediocrità e colpe. 

Infine, per quanto riguarda la mediocrità dell'aspetto fisico, personalmente credo che la vera bellezza sia un'espressione dell'anima e non una forma del corpo, cosa sempre soggettiva e opinabile, pertanto, se la tua anima inizierà ad uscire da questa percezione di mediocrità vedrai che anche il tuo corpo inizierà ad apparirti diversamente, e di conseguenza apparirà diversamente anche a chi ti circonda. Sei tu che crei il mondo in cui vivi.

 
Un abbraccio,
Pier

 

 

Tags: Ricerca della felicità, Equilibrio interiore

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Commenti   

# Sere290392 2013-11-02 13:39
Questa risposta che hai dato mi evoca molte delle situazione che ho vissuto e continuano a tornare nei miei pensieri... è una risposta bellissima nella sua realtà!

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