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Mistici e maestri illuminati

Jiddu Krishnamurti

Roberto ha scritto: Ti avevo anticipato che la lettura di Jiddu Krishnamurti[1] mi ha sollevato le “tapparelle” sui miei pensieri e sulle mie emozioni. Trovo però difficoltà a seguirlo quando parla di realtà a me esterne:

“Che cos’è la vita? Allora che cos’è la creazione? La vita dell'albero, la vita del piccolo filo d'erba - la vita, ... l'origine della vita -, qualcosa che vive? Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro. Non dite di sì o di no, ... stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere? Questo è un argomento troppo serio… stiamo provando a penetrare in qualcosa che non ha nome, che non ha fine. Posso uccidere quell'uccello, ma ce ne sarà sempre un altro… Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo? State aspettando che sia io a descrivervelo, ... Perché?”[2]

Ecco, qui non saprei da che parte addentrarmi. Non è che sia indifferente a ciò che vive, anzi, mi stupisce parecchio, ma poiché scarto l’idea di un Dio creatore non vado al di là di pormi come uno spettatore affascinato da ciò che lo circonda. Vorrei capire se lui qui ci invita a trovare un regista, un Dio, una causa; siccome però non si è mai pronunciato su questi temi ho scartato l’ipotesi. Li citò, ma per svalutare come sono stati da sempre gestiti dagli uomini. Questo discorso io lo considero come un suo testamento e non avrò pace fino a che non lo avrò digerito in tutte le sue parti. Ancora grazie per il tempo che mi stai dedicando.

Roberto

Pier ha risposto: Caro Roberto, grazie a te per la tua domanda, perché per la prima volta vengo chiamato a rispondere in merito a uno dei maestri che più ho amato e hanno segnato la mia vita: Jiddu Krishnamurti. Il tuo quesito è sorto molte volte anche nella mia mente, e ogni volta che non riuscivo a darvi risposta ritornavo a leggere ogni singolo passo, ogni riga e ogni parola di tutti i discorsi tenuti da J. K., ma niente! J. K. sembrava non voler completare la sua visione delle cose, proprio su quegli argomenti che più mi stavano a cuore: “esiste una vita prima e dopo questa nostra esistenza? Esiste l’anima? Esiste un Dio o qualcosa di simile? Esiste un senso, un significato o una destinazione ultima per noi uomini?” No! J.K. non ha mia risposto a questi quesiti, ma più la mia mente si contorceva nel tentativo di trovare una risposta a queste domande e più il mio cuore iniziava a comprendere la motivazione che stava alla base di queste apparenti incompletezze.

Tutto il messaggio di J.K. è un invito all’osservazione, alla diretta e personale sperimentazione del reale accadere delle cose. Krishnamurti, attraverso la minuziosa descrizione del come nascono, crescono e si consolidano i nostri processi mentali, vuole unicamente portare il suo interlocutore alla comprensione dei limiti e delle barriere che impediscono alla coscienza di esperire la reale natura delle cose, una natura fatta di creatività, bellezza e pace. J.K. non ha mai risposto a nessuna domanda attraverso una definizione intellettuale, ma unicamente attraverso una descrizione dell’effettivo accadere fenomenologico delle cose, ribadendo sempre e sino alla nausea che anche questo suo continuo descrivere il reale non avrebbe avuto nessun senso per l’ascoltatore se quest’ultimo non si fosse messo in gioco personalmente e totalmente, cercando di osservare direttamente in lui stesso come nasce e si mantiene quella limitata e tormentosa entità che siamo soliti chiamare ego o personalità. Se rileggiamo attentamente la frase che tu riporti, notiamo che anche in questo caso J.K. invita ripetutamente alla personale e diretta osservazione e comprensione delle cose.

“Non dite di sì o di no, ...stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere?”

J.K. afferma: “Non dite di sì o di no”. Perché questa affermazione? Perché noi solitamente ci lasciamo andare all’assenso o al dissenso unicamente in base al nostro condizionamento, partendo da quel che il nostro ambiente, la nostra cultura, la nostra società o la nostra famiglia ci hanno spinto a credere o non credere. Non so quante persona riescano a comprendere l’immensa importanza di questo punto! Noi crediamo a certe cose o dubitiamo d'altre unicamente sulla base di quel che abbiamo sentito dire da altri. È raro trovare un individuo che fonda la sua vita unicamente su quel che egli stesso ha affettivamente sperimentato e compreso in prima persona.

V’è chi crede in Dio, chi nell’anima, chi nell’amore e chi nel famiglia, ma quanti hanno avuto esperienze reali di Dio, dell’anima, dell’amore o della validità del vivere in famiglia? Quante persone sono prova vivente di quel che sostengono? Vi sono poi persone che non credono in Dio, nell’anima o nell’amore, e che magari spendono tutta la loro vita per difendere un’ideologia politica, filosofica o scientista, ma quante di queste persone possono effettivamente dire d’aver speso ogni loro energia per indagare l'effettiva esistenza o meno di quel che negano?

Di guisa non dite sì o no partendo da condizionamenti, da affermazioni prese in prestito o dal rispetto dell’autorità, ma gettate tutto alle vostre spalle e guardate con i vostri stessi occhi, con la vostra consapevolezza, dentro e fuori di voi. Osservate il reale manifestarsi delle cose, sia in voi che fuori da voi, senza pregiudizi, senza desideri pregiudicanti, senza pretese. Inizialmente, ovviamente, le uniche cose che potrete osservare saranno proprio i vostri pregiudizi, le vostre paure, i vostri limiti, ma questo è solo l’inizio!

Dalla lettura degli scritti di J. K. si comprende come il novantanove percento del lavoro di auto-conoscenza consista nella rimozione dei condizionamenti. Quando i condizionamenti vengono rimossi la nostra coscienza è finalmente in grado di penetrare la realtà, e la realtà è un qualcosa di incomunicabile. J. K. afferma: “L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”. Cosa intende? Noi siamo abituati a usare la mente per dominare, per acquisire nuove conoscenze che potremo poi usare per difenderci, per arricchirci, sia interiormente che esteriormente. Ogni volta che approcciamo qualcosa con la mente, attraverso il pensiero, in realtà desideriamo ottenere una ricompensa, vogliamo un guadagno, la nostra conoscenza è tutta finalizzata al divenire sempre di più. Poche persone andrebbero a un seminario che ci aiuta ad essere più vuoti, meno competitivi, meno attrezzati alla lotta per la sopravvivenza sociale, e dato che la nostra mente è radicalmente condizionata a operare in questo modo, alla stessa maniera affrontiamo le domande ultime sull’esistenza. Noi vogliamo dominare Dio, l’eternità, la morte, vogliamo conoscere per poterci difendere o per poter gestire gli eventi. Mai ci sogneremmo di farci dominare, travolgere e possedere da qualcosa, fosse anche il divino o l’amore. Questo è il motivo per cui poche persone sanno cosa sia il vero amore. L’amore non può essere posseduto, dominato, previsto o calcolato, perché se così fosse, in esso, non vi sarebbe nulla di meraviglioso, di nuovo, di fresco e imprevedibile. Noi vogliamo conoscere l’estasi, ma non vogliamo rischiare nulla, non vogliamo perdere i nostri rassicuranti confini, le nostre paure, le nostre statiche idee sulla vita, gli altri e il mondo. Noi vogliamo tutto, ma senza mai abbandonare nulla. Ecco allora che J.K. ci dice: “L'assoluto non è una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”.

“Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro”. Cosa intende ora J.K.? La vita continua, è evidente, anche se domani scoppiasse una guerra nucleare e l’intero pianeta terra venisse distrutto, quale folle potrebbe pensare che in qualche miliardo di anni un nuovo universo non potrebbe riformarsi e che il nostro livello di evoluzione non potrebbe essere raggiunto se non superato? Chi potrebbe pensare che noi umani siamo il migliore, il primo e l’unico esperimento che l’esistenza ha compiuto per manifestare se stessa?

Come si può credere che lo spazio infinito che ci circonda non sia capace di ospitare altre infinite forme di vita? L’affermazione di J.K. pertanto pone un altro problema, per noi uomini ben più grande: possiamo anche uccidere quel che vive, ma di quel che vive tutto viene annientato, ucciso, cancellato? Esiste qualcosa nascosto in quel che vive che non può morire? Cos’è quel che vive? Cos’è la vita? Noi lo sappiamo veramente? Ne abbiamo avuto esperienza reale e diretta, l’abbiamo "vista con i nostri stessi occhi" o stiamo solo ripetendo parole d’altri?

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

In quest’affermazione J.K. offre unicamente un invito alla sperimentazione diretta e personale dell’assoluto. Non si deve cercare di leggere questa frase da un punto di vista descrittivo, sarebbe un grave errore, vorrebbe dire ricadere nuovamente in quei limiti che J.K. cerca continuamente di abbattere. Significherebbe voler ottenere l'assoluto come ricompensa per portarlo a casa e poterlo usare.

J.K. descrive minuziosamente unicamente i nostri limiti, i nostri condizionamenti, quel che è in noi e che facilmente possiamo osservare, per questo mille volte ripete che per comprendere qualcosa dobbiamo seguire la “via negativa” e vedere ciò che quel qualcosa non è. Per trovare la libertà dobbiamo prima di tutto comprendere cosa ci rende schiavi. Krishnamurti, infatti, descrive sempre e solo le forme e i modi attraverso cui si generano e manifestano le nostre catene, ma mai dirà cos’è la libertà. Non dirà mai cos’è la libertà perché noi, non avendone alcuna esperienza, trasformeremmo la sue parole in un nuovo credo, in un dogma. Si può solo parlare e approfondire quel che effettivamente vive nell’animo di una persona, ma se nell’animo di una persona v’è pace e libertà a cosa servono le parole, a cosa servono i maestri? A nulla! Pertanto le parole servono solo a descrivere e approfondire la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre paure, ma quando questi vengono totalmente visti e trascesi, ecco che le parole non servono più a nulla, perché l’amore e la libertà usano il linguaggio del silenzio.

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

Caro Roberto, leggendo queste parole ti potrei dire che per me J.K. usa il termine “creazione” con la valenza di “entità in stato di perpetua creatività”, potrei dirti che per J.K. non v’è un Dio persona che genera il mondo, ma un’infinita e intelligente energia creativa che, al di là del tempo e dello spazio, manifesta se stessa attraverso forme a noi visibili e invisibili. Potrei dire mille altre cose, ma che importanza avrebbero? Nessuna! Sarebbero sole le mie parole messe in bocca a chi non c’è più. Quello di cui sono certo è che le parole di J.K., come di ogni altro uomo che vive oltre i confini del pensiero, non vanno mai prese alla lettera e, soprattutto, non si deve mai cercare di capirle a livello intellettuale. Vanno prese come un invito, uno spunto, un cartello stradale. Il cartello stradale non è la meta, non è nulla se non un aiuto a raggiungere la realtà della meta. Non cercare di capire se J.K., attraverso la sua esperienza spirituale, riteneva esistesse un Dio creatore, un’energia creativa, l’anima, il nulla o un soldo bucato, ma cerca piuttosto di comprendere e dissolvere i limiti che ti impediscono di scoprire personalmente quel che qui viene definito l’Assoluto. Segui la via negativa, svuotati, solo così il positivo, il pieno potrà rivelartisi.

Mi permetto infine di concludere con una nota critica sulla forma di comunicazione usata da J.K. Krishnamurti nei suoi scritti definisce il metodo analitico come fallace, infatti afferma spesso: “analisi vuol dire paralisi”. Sono pienamente d’accordo su questo, ma non posso fare a meno di notare come egli, negando ogni metodo, ogni atto di abbandono e fiducia, si ritrovi costretto, suo malgrado, a fare uso del metodo analitico e dello strumento della ragione in maniera spropositata, lasciando facilmente cadere il suo interlocutore nella stessa gabbia che vorrebbe dissolvere. Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello teorico, ma di rimanere vuoti per quanto riguarda il livello esperienziale, proprio quel livello a cui J.K. ci vorrebbe condurre. Nel mio personale percorso sono riuscito a risolvere questa impasse in un unico modo. Le descrizioni di J.K. dei nostri processi mentali sono lapalissiane, inconfutabili, ma quando si è visto ciò non rimane altro che entrare con sempre più fiducia nel silenzio che vive oltre le forme della mente. J.K. offre una genealogia della mente, dell’ego, ma, dal mio punto di vista, non sottolinea a sufficienza l’importanza che riveste l’atto d’osservare in sé, l’abbandono e la fiducia. La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie a una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.

Sempre a disposizione per qualunque altro chiarimento ti lascio con queste altre stupende parole del maestro J.K..

 
Un caro saluto,
Pier

«Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una "fede". La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. »[3]

 


[1] Jiddu Krishnamurti (Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo mistico di origine indiana.

[2] Frammenti tratti dall’ultimo discorso di Jiddu Krishnamurti tenuto il 4 gennaio 1986 a Vasanta Vihar. EFB, numero speciale, 1986, e The future is Now (Gollancz, Harper & Row, 1988)

[3] Jiddu Krishnamurti, discorso di scioglimento dell'Ordine della Stella, 3 agosto 1929, Ommen, Olanda

Tags: Maestri spirituali

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Commenti   

# athena 2009-07-07 11:50
questo articolo è davvero un gran lavoro, complimenti.
e qui ne fisso parti separatamente..

questo suo continuo descrivere il reale non avrebbe avuto nessun senso per l’ascoltatore se quest’ultimo non si fosse messo in gioco personalmente e totalmente


gettate tutto alle vostre spalle e guardate con i vostri stessi occhi

Cos’è la vita? Noi lo sappiamo veramente? Ne abbiamo avuto esperienza reale e diretta, l’abbiamo vista con i nostri stessi occhi o stiamo solo ripetendo frasi e convinzioni d’altri?

Si può solo parlare e approfondire quel che effettivamente vive nell’animo di una persona, ma se nell’animo di una persona v’è pace e libertà a cosa servono le parole, a cosa servono i maestri? A nulla!! Pertanto le parole servono solo a descrivere e approfondire la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre paure, ma quando questi vengono totalmente visti e trascesi, ecco che le parole non servono più a nulla, poiché l’amore e la libertà usano il linguaggio del silenzio o dell’arte, ma mai le parole della mente e della necessità.

non v’è un dio persona che genera il mondo, ma un’infinita e intelligente energia creativa che, al di là del tempo e dello spazio, manifesta se stessa attraverso forme a noi visibili e invisibili

non rimane altro che entrare con sempre più fiducia, passione e abbandono nel silenzio che vive oltre le forme della mente

....la mente può diventare un incredibile grandioso strumento.

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