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Meditazione

Meditazione come gioia in sé

Manuel ha scritto: Ciao Pier, ho riflettuto su ciò che mi hai scritto. Ho capito che mentre pratico l'osservazione attenta e passiva ho la sensazione, a volte, che stia facendo un lavoro per ottenere in futuro un benessere interiore, mentre sappiamo che la meditazione è qualcosa che si svolge nel presente. Ho capito quindi che il gioire è la base da cui poi si sviluppa anche l'osservazione attenta e passiva. Ho compreso che devo cogliere a pieno il momento con allegria, in modo che quando mi osservo anche questo si svolga con gioia e non come un lavoro che devo fare per guadagnarmi qualcosa. La meditazione, se praticata come un lavoro, uno sforzo, non porta da nessuna parte, o forse porterà con più difficoltà, viceversa se praticato con gioia e leggerezza tutto accade più naturalmente. Un ultima cosa: un metodo va cambiato oppure no? Per esempio, l''osservazione del mio corpo e di tutto ciò che scorre nella mente è quel che ora pratico, non so se arriverà un giorno in cui dovrò cambiare metodo.

 
Grazie, un saluto,
Manuel

Pier ha risposto: Se cerchi di gioire nel presente, ma questa gioia non nasce da sé, ma è voluta, è sempre qualcosa che fai partendo da un condizionamento, è qualcosa che nasce da un'idea e viene proiettata sul presente, è un desiderio di coprire la tua infelicità, ma una recita non può divenire realtà! Come ti dicevo, vera libertà accade dall'accettazione di quel che siamo, non dalla proiezione di quel che vorremmo che fosse. Ora mediti partendo dall'idea che otterrai un benessere interiore futuro, ma dove sta il problema? Anche questa idea è un pensiero come tanti, anche questo pensiero va trattato come gli altri, osservato e lasciato andare. Quando ogni pensiero sarà abbandonato la porta sul presente si aprirà spontaneamente e la serenità affiorerà naturalmente, senza che tu debba esercitare alcuno sforzo. La meditazione inizia sempre con una scusa: trovare la pace, risolvere dei conflitti interiori, ma più iniziamo a comprendere come stanno le cose, più abbandoniamo ogni proiezione. Gioisci quando la gioia viene spontanea, non generare un'idea di felicità da proiettare sul presente!

Le domande che ti poni sull'eventualità di dover cambiare in futuro il metodo sono fuorvianti per due aspetti. Primo: l'osservazione non è un metodo ma l'essenza stessa del cambiamento. L'osservazione è il principio e la fine dei nostri limiti, la distruzione dei condizionamenti, la realizzazione della nostra essenza. L'osservazione è la nostra essenza! Ora quando osservi vedi e senti confusione, ma lentamente il tutto ciò diminuirà e l'osservazione sarà sempre più chiara e vasta. L'osservazione non avrà mai fine poiché è la natura stessa della nostra Coscienza: pura consapevolezza e presenza!

Ora osservi le tante cose che sono presenti in te, quindi esiste ancora un soggetto e un oggetto: tu che osservi e le cose che vengono osservate. Il giorno in cui gli oggetti del tuo mondo interiore, pensieri ed emozioni, si saranno dissolti, chi osserverà chi? Capisci la domanda? Chi osserverà chi, quando la tua consapevolezza rimarrà unicamente alla sua stessa presenza?

Il secondo aspetto fuorviante del tuo chiedere sul futuro è insito nell'atto stesso del domandare. Mi spiego meglio. Ciò che impedisce il contatto con il presente è l'attività proiettiva del pensiero. Il pensiero usa il presente unicamente come trampolino di lancio per i suoi piani futuri. Ecco allora che il dare energie a un “domandare sul futuro” alimenta unicamente l'attività proiettiva del pensiero, impedendo la percezione del qui ed ora. Il futuro non esiste, la vita è sempre e solo “presente”, questo è l'unico tempo che conosce la realtà. Progettare, immaginare, valutare, sono cose buona nel campo della tecnica, del fare, ma non nella dimensione spirituale, intima, emotiva!

Infine concordo con te: la meditazione non è un lavoro, non è un obbiettivo da raggiungere, è un'azione che trova il suo significato e il suo compimento nel suo stesso “esercizio”. Più comprenderemo questo aspetto e più scopriremo la gioia intrinseca all'azione, cancellando ogni idea di sforzo, desiderio di raggiungimento e realizzazione. Quando in noi non vi sarà più nessuno che vorrà realizzarsi, modificarsi o appagarsi, cosa impedirà alla nostra innata quiete interiore di manifestarsi? Noi siamo sia il prigioniero che la prigione. Quando smetteremo di voler salvare il condannato, svanirà la pena e la prigione crollerà.

È lo stesso desiderio di salvezza che genera il tormento, ma per comprendere e dissolvere completamente questa azione viziosa è necessario un gran lavoro preliminare di comprensione, una profonda e costante osservazione che passa attraverso tutte le domande e i dubbi che ora stai vivendo. Tutto è così utile e significativo.

 
Un caro saluto,
Pier


Tags: Maestri spirituali

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