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Meditazione

La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica

Roberto ha risposto: Ciao Pier, ti rispondo con un po’ di ritardo perché ho considerato attentamente la tua risposta. È un’importante opportunità quella che mi puoi offrire dalla tua posizione di serio ed interessato conoscitore del pensiero di Jiddu Krishnamurti così che ne approfitto per replicare. Il corpo della tua lettera è servito per marcare quello che già avevo assorbito della filosofia di J.K. Desidererei parlare di questa parte:

“Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello astratto e teorico, ma di rimanere totalmente vuoti per quanto riguarda il livello empirico ed esperienziale, quel livello che J.K. definisce come unicamente reale e fecondo… La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie ad una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.”

Io ero convinto d’aver trovato questa chiave di volta in “Libertà dal conosciuto”[1], il libro che più degli altri onoro, dove negli ultimi capitoli affronta i temi del “guardare - ascoltare - arte - bellezza – austerità – l’osservatore e la cosa osservata”. Come ti avevo anticipato ho saggiato altre filosofie, ma soltanto superficialmente, ed ora però mi chiedo se veramente J.K. sia limitato nell’offrire una completa possibilità di riscatto spirituale. Ho apprezzato ciò che scrivi e t’invito ad essere del tutto diretto e schietto nella tua risposta.

Roberto

Pier ha scritto: Caro Roberto, è solo un mio punto di vista, ma J.K., nella sua comunicazione, non tiene sufficientemente conto dello stato di consapevolezza dei suoi interlocutori e delle grandi difficoltà che incontrano lungo il percorso spirituale. A livello descrittivo ritengo J.K. il maestro più coerente e veritiero. Il punto cruciale però non sta nel descrivere obiettivamente e coerentemente la fenomenologia del nostro mondo psichico, o perlomeno questo, spesso, non è sufficiente. Il punto sta piuttosto nel riuscire ad aiutare le persone a uscire effettivamente e definitivamente dalla loro gabbia psichica e vivere la realtà della dimensione spirituale o come la vogliamo chiamare. Dal mio punto di vista, se per ottenere questo fosse più utile raccontare una mezza verità che la pura e semplice verità, ben venga. Se una mezza verità aiuta più di una verità a raggiungere la Verità, per quale motivo dovremmo proseguire sulla linea dei duri e puri? Se per far scendere un bambino impaurito da un albero non basta ricordargli che come è salito può anche scendere, ma, magari, basterebbe raccontargli che suo fratello gli sta rubando tutte le figurine del suo adorato album di calciatori, anche se questo non fosse per niente vero, dove sta il problema? Quando scenderà dall’albero e vedrà che nella sua cameretta c’è ancora l’album di figurine, capirà!

Mai, almeno che io sappia, J.K. ha descritto una qualche forma di meditazione, esercizio, pratica o "trucco" utili a sciogliere le tensioni e i blocchi che limitano il nostro corpo e la nostra mente. Quando J.K. descrive, per esempio, come si genera in noi la rabbia, non v’è nulla che si possa ribattere. Le sue osservazioni sono penetranti, ma non per questo la nostra rabbia svanisce. È vero che J.K. invita continuamente a non capire unicamente a livello mentale quel che dice, ma di osservarlo nella vita quotidiana nel suo effettivo accadere, eppure ho personalmente notato che nella maggior parte delle persone questo approccio non si rivela efficace. Questo mi sembra accadere, paradossalmente, proprio per il fatto che J.K. ha prima dato una chiave descrittiva del fenomeno, che, per quanto veritiera possa essere, diviene ugualmente una lente attraverso cui la mente si attiva per osservare e dominare l'evento. La cosa fondamentale è riuscire a vivere un evento pienamente consapevoli e totalmente privi dell'attività analitica del pensiero. Il pensiero dovrebbe essere trattato unicamente come un semplice oggetto di percezione, smettendo di farlo divenire il punto di partenza della nostra osservazione. Non so se riesco ad essere chiaro su questo punto. Quando cerchiamo d'osservare e scoprire il nostro reale funzionamento interiore, non deve esistere alcun pensiero che dà vita al nostro osservare. Tutti i nostri pensieri dovrebbero esser visti come semplici oggetti transitanti sulla superficie della coscienza. Quando osserviamo il pensiero nella sua totalità, questo dovrebbe scorrere come le nuvole nel cielo. Quando osserviamo le nuvole che vagano nel cielo, cosa possiamo farci? Nulla! Le nuvole sono così distanti, impalpabili, immodificabili: l'unica cosa che possiamo fare è osservarle! Lo stesso dovrebbe accadere con i nostri pensieri. Ci sediamo tranquilli in un angolo, chiudiamo gli occhi e dentro di noi vediamo fluttuare tutto il nostro caos interiore: pensieri razionali, irrazionali, emozioni positive, negative, assurdità di ogni genere e così via. La cosa che comunemente facciamo è manipolare questo flusso di pensieri ed emozioni. Quando passa un pensiero subito lo cavalchiamo, ci facciamo trasportare da questo in mille altri pensieri.

Osserva, guarda se quel che dico è vero. Se ora chiudi gli occhi cosa accade? Passa un pensiero, poi un altro, e magari per qualche secondo riesci a osservarli senza farti coinvolgere, ma dopo poco arriva un pensiero più forte, più coinvolgente, ed ecco che parti a fantasticare, e da quel pensiero ne vengono altri affini e connessi che generano dialoghi interiori di ogni genere, poi sensazioni, magari immagini, ed infine, se rimani seduto per un tempo sufficiente, il sonno e i sogni.

Non so se hai già visto pienamente questo processo interiore, non so a che punto sei con le tue osservazioni, ma se hai fatto qualche esperimento sai di cosa sto parlando. J. K. può divenire un gran problema proprio per il suo averci spiegato nei minimi dettagli perché e come avvengono in noi fenomeni come la rabbia, la paura, il dolore ecc.. Se spieghiamo troppo i meccanismi dei condizionamenti interiori che ci muovono, la nostra mente può cadere nell'illusione di aver risolto i guai proprio perché comprende la verità delle nostre spiegazioni.

È vero che J.K. martella i suoi interlocutori dicendo "dovete osservare in voi il reale accadere di quel che dico, altrimenti anche quel che dico diverrà un condizionamento", ma dal mio punto di vista questa affermazione, per quanto venga ripetuta, non è sufficiente. Si dovrebbe chiarire meglio come porsi interiormente per acquisire quella "disposizione coscienziale" indispensabile per essere effettivamente in uno stato di libera osservazione.

J.K. si è dilungato enormemente in disquisizioni fenomenologiche, ma se io sono chiuso in una stanza di una casa che sta andando a fuoco non mi serve a molto sapere come il fuoco si è generato, come si propaga e che effetti produce. Quel che mi serve, più di ogni altra cosa, è sapere come potermi recare in un luogo da cui poter osservare l'incendio senza rimanervi coinvolto. Ecco allora che, forse, stando seduto su una comoda sedia del giardino, con un bel gelato in mano, inizierò anch’io a disquisire sui perché e i percome del fuoco. Il punto focale, ad un certo punto della mia ricerca, si è spostato dai "perché" al “come”, cosa che J.K. avrebbe rifiutato totalmente. La domanda ultima era divenuta: "ma come devo pormi interiormente, per riuscire effettivamente a comprendere e dissolvere i miei condizionamenti". Raccogliendo quanto detto sino ad ora, il punto capitale di tutta la faccenda "spiritualità", dal mio punto di vista, sta nel riuscire a generare o riscoprire quella dimensione di consapevolezza dalla quale ci è possibile osservare tutto quel che accade in noi senza perdere la percezione che noi siamo sempre e solo colui che sta osservando. Ma come far emergere questa disposizione della consapevolezza?

Se ci sediamo su di una comoda sedia, sul divano, a terra con le gambe incrociate, sul tetto di casa o dove e come stiamo meglio, chiudiamo gli occhi e iniziamo a osservare, cosa vediamo, cosa sentiamo? Facciamolo! Considerando che nella forma siamo tutti diversi, ma nella sostanza siamo tutti uguali, ognuno di noi avrà sfumature di pensieri ed emozioni diverse, ma tutti avranno ugualmente un flusso più o meno importante di pensieri, emozioni e immagini. La svolta sta nel vedere la differenza che sussiste fra l'osservare questo flusso ed il partecipare attivamente alla creazione, modificazione e direzione del flusso.

Dobbiamo esercitarci ad essere degli osservatori imparziali di questo flusso, dobbiamo smettere di alimentarlo, e l'unico modo possibile per fare ciò è provare e continuamente riprovare a sederci, chiudere gli occhi e lasciare che le cose vadano per gli affari loro, rimanendo, però, sempre vigili e attenti. Un pensiero, passa, poi un altro, poi un'immagine, poi un'emozione, poi ancora un pensiero che rievoca un altro pensiero, che rievoca delle immagini, e queste, a loro volta, rievocano altre emozioni. Il nostro mondo interiore inizialmente è solo questo: un magma di impressioni acquisite con l'esperienza, con il passare degli anni e, pertanto, con l'imprimersi degli eventi nella nostra memoria.

Questo flusso di memorie può scorrere libero o venire manipolato da quello che riteniamo essere il nostro “Io”, cioè noi stessi, che altro non è che un ennesimo pensiero. Quando osserviamo in noi questo flusso, se prestiamo attenzione, vediamo che sussiste una netta differenza fra lo stato di "consapevolezza osservativa" e lo stato di "coinvolgimento diretto". Quando ci coinvolgiamo direttamente diveniamo protagonisti del nostro film interiore, ed è questa sensazione che definiamo ego.

Questo continuo gioco del cadere e dell'uscire dal nostro film interiore, inizialmente ci accadrà tantissime volte, ma lentamente, se tenaci e fiduciosi proseguiremo con la nostra meditazione, inizieremo ad essere sempre più capaci di rimanere dei semplici spettatori del film. Ecco allora che il film perderà progressivamente la sua capacità di attrarci e tenerci incollati alle sedie, e forse, dopo qualche tempo, riusciremo anche ad uscire dal cinema e fare ritorno a casa. Vivere in un cinema non è cosa molto piacevole infondo. Quando la nostra coscienza sviluppa, come sua caratteristica dominante, la capacità di rimanere in uno stato di osservazione attenta e passiva, molte cose interessanti inizieranno ad accaderci.

Punti importanti da sottolineare di questo processo sono:

I° La sua apparente banalità, noiosità, inutilità se non stupidità.

II° La persistenza e la sottigliezza del nostro flusso meccanico interiore

III° La potente illusione di essere sempre e solo quel colui che vive proprio dell'attività manipolativa e desiderante del flusso interiore.

Risposta al primo punto: “Tutto ciò sembra banale solo perché siamo così abituati a fare, a manipolare e a credere la vita un fenomeno difficile, fatto di astuzie, ostacoli e imprese megalomani, che non riusciamo più a credere e stare in qualcosa di semplice, rilassato, immotivato, privo dell'attività mentale”.

Risposta al secondo punto: “Qualunque cosa passi nel nostro flusso interiore, pensieri, immagini o emozioni, lasciamola scorrere totalmente e liberamente. Accettiamo incondizionatamente tutto, poiché quel che scorre in noi non siamo noi. Noi siamo solo e sempre colui che osserva, e colui che osserva non giudica. Se cadiamo nel giudizio, non giudichiamoci per aver giudicato, ma ritorniamo a osservare. Se qualcosa ci spaventa, se le paure sono intense, se l'angoscia sale, se ci sentiamo morire, va benissimo, significa che questa è l’attuale natura del nostro flusso interiore. Se lo lasciamo scorrere lentamente andrà diminuendo. La follia, in sostanza, è un conflitto interiore represso, ma quando ci si permette di osservare ed accettare qualunque conflitto, su quale terreno può crescere un disturbo mentale? Se l'attività mentale viene lasciata scorrere liberamente, senza impedimenti, senza giudizio o repressioni, chi e che cosa inizierà a lottare contro se stesso?”.

L'ultimo punto: “Quando il pensiero scorre senza un attore che lo manipola, modifica e sviluppa, dove va a finire quell'entità che siamo soliti chiamare Io. Chi siamo noi a quel punto? Dove vanno a finire tutte le nostre idee su noi stessi e tutte le nostre frammentate e dolorose strutture di personalità? Semplicemente crollano, svaniscono, si dissolvono, facendoci riscoprire la reale natura della nostra Coscienza Originaria. Una Coscienza che non ha alcun nome o forma, e che pertanto non può essere descritta ma unicamente “incarnata”.

Un caro saluto,

Pier

 


[1]Jiddu Krishnamurti, Astrolabio Ubaldini Edizioni, Roma, 1973.

Tags: Maestri spirituali

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Commenti   

# roberto vaccaro 2009-07-23 22:09
C'è una cosa che mi sfugge in tutta la risposta. Ad un certo punto viene detto "sono passato dal PERCHE' al come". Non capisco molto bene, mi sembra che il PERCHE' sia stato un pò minimizzato nella sua funzionalità, forse sarebbe il caso di analizzare più profondamente la motivazione del movimento. Se il pensiero viene diretto verso qualcosa di idealmente e concettualmente migliore.... perchè lo fa? Si muove da solo o lo muove qualcosa? L' idea che ci sia qualcosa da abbandonare o qualcosa da ricercare a parer mio appare nuovamente fuorviante, perchè quando c'è esperienza di qualsiasi tipo c'è CHI fa l' esperienza, dunque chi è che sente di doversi liberare dai condizionamenti ? E perchè? Finchè ci sono delle domande c'è qualcuno che le pone, le domande devono sparire.

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