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Disagio interiore

Liberi da dolore, piacere, sofferenza e felicità

Marco ha scritto: Ciao Pier, è la prima volta che ti scrivo qui. Ci siamo visti qualche anno fa. Attualmente mi sento come imprigionato da questa mia ricerca interiore. Ho cioè alti e bassi, momenti di grande felicità, calma, tranquillità e pace, alternati a momenti di profonda tristezza. Cosa devo fare con questa altalena? Quando arriva la sofferenza solitamente mi siedo e la osservo, cerco di comprenderla, di capire perché è lì e cosa vuole; e allora spesso se ne va. Ma poi torna, inesorabilmente torna. Osho diceva che il nostro problema con la sofferenza è il volersene sbarazzare; dovrei accettarla dunque? Accettare che sarà sempre con me? Questo mi è difficile poiché ho iniziato il mio percorso per smettere di soffrire; ed inoltre è più di sofferenza quella che sento. Ogni volta è come cadere in un abisso dopo aver visto la luce, dove aver volato nel cielo. È come se più sento la felicità tanto più sento il suo opposto. Per questo ti chiedo cosa fare anche con la felicità: osservarla quando arriva? Buttarcisi dentro? È un ingranaggio da cui a volte riesco ad uscire, grazie ad intuizioni, illuminazioni momentanee, che in quei momenti mi fanno capire che non sono né l'uno né l'altro, ma l'Osservatore già libero, che non ha bisogno né di spingere verso A né verso B, l'Osservatore che non ha bisogno di migliorarsi, al di fuori di tutto questo pazzo meccanismo fatto di desiderio, frustrazione, aspettative, richieste, mete, speranza. Poi, finite queste intuizioni, ricado, gli occhi si richiudano, e rianelo a quei momenti. E solo dopo aver compreso nuovamente che io sono già Quello e che il desiderio di esserlo intorpidisce le acque riesco a risalire. Spero tanto che tu mi possa dare un aiuto come hai fatto in passato.

Grazie ancora Pier,
Marco

Pier ha risposto: La guerra degli opposti è il gioco della mente, è la sua natura. Se non vi fosse l’idea di “felicità” non potrebbe esservi l’idea di “sofferenza” e viceversa. Una banalità direbbero molti. Bene, ma se è così banale perché ci lamentiamo sempre del dolore? Se hai cercato il piacere arriverà il dolore, se hai cercato la felicità in una qualche idea o per qualche strana via, arriverà l’infelicità. Se le persone fossero realmente consapevoli dell’inscindibilità degli opposti e non lo avessero solo compreso mentalmente la follia di questo mondo sarebbe finita da molto tempo. Se un fatto non muta non è percepibile dalla mente e dai sensi. La “percepibilità” è data dalla modificabilità. Il mutamento è l’essenza di ogni sentire, avere o volere. Se avessimo sempre la stessa temperatura non vi sarebbero parole come caldo, freddo, temperatura, non esisterebbero proprio i concetti, le esperienze. Se avessimo solo il giorno, sole e luce, un mondo senza neanche un ombra, non sapremmo nemmeno cos’è la luce. Gli opposti determinano la loro reciproca esistenza. Gli opposti non sono antagonisti uno all’altro ma amanti in perpetuo e profondo atto di creazione. Nei frammenti di Eraclito tutto ciò è espresso meravigliosamente.

Se ti impegni nella ricerca della felicità fra le cose del mondo, come fa la maggior parte delle persone, almeno sei più radicato a terra. Se le raggiungi sei per un po’ felice, poi, quando tutto si guasta, passi ad un nuovo oggetto di desiderio. Se non le raggiungi sei teso o frustrato, e ti disperi o continui la tua lotta per l’ottenimento. Quando però la ricerca della felicità diviene unicamente mentale-interiore tutto diviene più confuso e difficile perché totalmente preda delle fluttuazione del pensiero che si muove libero dagli oggettivi accadimenti del mondo esterno.

Il punto della questione mi pare che tu lo abbia già colto. La ricerca interiore non è ricerca della felicità ma indagine della realtà. Fra le due cose v’è una differenza fondamentale da comprendere profondamente. Chi lavora per cercare la felicità finisce sempre nei guai poiché la ricerca stessa della felicità è determinata da una mente infelice, mancante, altrimenti perché cercare? Ma cosa mai potrà scoprire o vedere una mente infelice che si affanna per fuggire da se stessa? La sua ricerca affannosa non è essa stessa un altro evidente fattore di sofferenza? E così dal desiderio di fuggire il dolore scaturisce altro dolore in un circolo vizioso potenzialmente senza fine. Tutta questa fatica ad un certo punto fa collassare il lavorio mentale e permette alla quiete di fare capolino fra le nuvole del pensiero. Non appena la quiete viene percepita e registrata dalla mente, questa immediatamente ricomincia a lavorare: come faccio ora a mantenerla, come l’ho raggiunta, quanto durerà? Questi pensieri sono le prime scintille che rinfiammano la sofferenza mentale e ci fanno ricadere nel suo vortice di ricerca inconcludente.

Caro Marco, prova a fermarti un secondo. Prova a mettere da parte questa storia della felicità e della ricerca. Rimani in compagnia della “sofferenza”, guardala bene, sentila, non cercare di capire o definire. Sentila e basta, senza volerla evadere o modificare. Se provi a farvi qualcosa non la stai più osservando, vi stai fuggendo. Rimanendo in compagnia di ciò che tanto facilmente chiamiamo sofferenza, buio o dolore, potremmo scoprire che in realtà non sono ciò che pensiamo. Potremmo scoprire che l’idea di dover ricercare la felicità in un luogo lontano, attraverso chissà quali peripezie è la fonte primaria di ogni nostro tormento. Potremmo scoprire che la ricerca di una felicità immaginaria impediva la presa di coscienza della nostra reale essenza, di ciò che è sempre stato qui ed ora. Non cercare la felicità, non tuffarti nella felicità che senti. Cerca di essere e basta! Felicità e infelicità sono unicamente stati mentali, come vengono lasciali andare. Fondamentale è comprendere chi è quel colui che testimonia il loro scorrere. Il testimone “è”, e sempre sarà, prima e dopo ogni apparizione mentale. Ma noi, troppo coinvolti dai colori che la mente proietta, perdiamo l’unità di basa, la nostra natura essenziale che non è né felice né infelice, ma semplicemente libera e quieta, silente e profonda, qui ed ora.

Qui nel blog abbiamo sempre parlato di indagine, di osservazione attenta e passiva, di scoperta dell’essenza, mai di ricerca della felicità. Sii più un avventuriero, un ricercatore della verità, uno scienziato dell’anima, e meno un uomo impaurito che cerca un rifugio. Non esiste un rifugio giacché tu stesso sei la tua casa. Un uomo lungo la via vede qualcosa che si muove dietro di lui. Pensa vi sia qualcuno che lo vuole aggredire e così inizia a correre come una pazzo. Ad un certo punto, esausto, si ferma un attimo per riprendere fiato convinto di aver seminato l’aggressore. Si sente sereno, al sicuro, ma non appena si volta un istante, con la coda dell’occhio scorge nuovamente quella sagoma nera e minacciosa. Riprende così la sua disperata corsa. Si ferma nuovamente, respira, si rasserena, ma non appena si volta eccolo lì. Così vanno le cose per lungo tempo, sino a quando, ormai esanime si ferma di fronte ad un negozio che in vetrina ha un grande specchio, vi guarda dentro e vede che alle sue spalle v’è solo la sua ombra. Simili siamo anche noi uomini per quanto riguarda l’esistenza. Lottiamo, ci angosciamo e corriamo in ogni luogo nel tentativo di fuggire da un qualcosa che non esiste. La tua ombra interiore è data dalla tua non conoscenza di chi sei realmente. Pensi che vi sia un aggressore: la morte, la perdita di quel che credi fondamentale. Se poi aggiungi il sogno di una felicità capace di eliminare questa paura inesistenza capisci che le cose si complicano ulteriormente perché ti trovi a vivere stretto fra la presenza di due fantasmi. La paura è un ombra e la felicità è l’ombra della paura. L’unica cosa vera è il “corpo” di quiete e libertà che permette la proiezione dell’ombra, ma quel corpo lo sei già, come giustamente affermi alla fine della tua lettera. Rimani in compagnia di quel corpo, sentilo, immergiti, fa in mondo che l’energia che ora viene catturata dai giochi della mente si riassorba nell’essenza della tua stessa presenza.

Indifferente al dolore e al piacere, alla sofferenza e alla felicità, rimani quieto. Hai osservato per tanto tempo gli oggetti della mente e del cuore, ora prova a sentire colui che percepisce ogni cosa. Intuitivamente si comprende che questo è un osservare e sentire diverso. Tu sei quel colui che sente e osserva pertanto non puoi conoscerti come conosci i pensieri e i sentimenti. Non puoi dividerti in due. Quando siedi tranquillo e la mente inizia i sui affari tieni la consapevolezza più in se stessa, alla radice. È una specie di “ricordarsi”, di sentirsi essere. Finalmente torni consapevole di essere, e che tutto ciò che appare non è te e non è tuo. Più questa consapevolezza si rafforza, più l’Essere inizia a manifestarsi alla mente come libertà, amore e quiete profonda. È infatti la mente a definire l’Essere come dotato di questi attributi poiché questa è la modificazione che essa stessa riceve dal Suo risveglio. L’Essere in sé e per sé non ha parola o definizione, rimane inconoscibile, il mistero infinito da cui tutto sorge e a cui tutto ritorna. Tu sei Quello. Fammi sapere come procedono le cose.

 
Un caro saluto,
Pier

Tags: Aiuto psicologico, Come vincere la paura

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Commenti   

# polo0202 2014-12-22 13:52
Ciao Dadrim,
scusa se ti ho risposto dopo così tanto tempo ma ho preferito aspettare e cercare di mettere in atto i tuoi consigli.
Che dire... le tue parole mi hanno toccato nel profondo fin dalla prima lettura, tanto che ho letto la risposta a pezzi: un giorno un pezzetto il giorno dopo l'altro e così' via... come un sutra : ))
e ogni pezzetto di sutra mi ha trasmesso verità e libertà profonde. Mi hai aiutato tanto e quindi grazie davvero.
Penso che l'insegnamento che più mi ha colpito e che più richiamo alla memoria è quello di essere più coraggioso, meno un uomo impaurito un posto tranquillo e più un esploratore, un avventuriero...

Posso dirti che ora non ho quasi più quei momenti neri di prima...ma anche i momenti estatici mi sembrano un po diminuiti, avendo messo da parte tutta questa storia della ricerca...

Un altra cosa che volevo dirti è che quando leggo le parole di un maestro o le tue esse mi colpiscono sempre in profondità, le sento e mi trasportano in un'altra realtà... sono così potenti che come ti ho detto con le tue ne leggo poche e con calma... Se ad esempio leggo che io sono già Quello, che non devo fare niente, lo capisco, tutto dentro di me si acquieta e mi rilasso... poi però è come se non lo capissi più e per riacquietarmi devo rileggere qualcosa... è come se dovessi prendere spesso medicine, pillole... che ne pensi?

Un saluto Dadrim
# Peruffo Pierluigi 2014-12-22 23:31
È proprio così! La mente tende a distrarci e confondere la strada da seguire. L'anima assetata di libertà sente il bisogno di prendere la medicina che aiuta la consapevolezza a ridestarsi e ricordarle la sua reale natura.
La medicina va presa sino a quando la malattia non è completamente superata. La medicina è il ricordo del Sé, è dimorare nel Sé, sono tutte quelle parole e persone che ci aiutano a riconoscerci come il Sé!

Buon Natale!
# polo0202 2014-12-25 19:57
Buon Natale Dadrim!

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