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Disagio interiore

Attacchi di panico: paura del tutto

Anna ha scritto: Caro Pier, sono un po’ preoccupata perché sto iniziando ad avere attacchi di panico, mi vengono soprattutto quando prendo mezzi di trasporto. L'aereo mi è diventato impossibile prenderlo. La paura che mi assale ogni tanto è sovrastante. Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi. Mi farebbe molto piacere un tuo consiglio, una tua riflessione. Grazie per ascoltare ancora un po' dei miei pensieri.

 
Un caro saluto,
Anna

Pier ha risposto: Cara Anna, non preoccuparti più del necessario, gli attacchi di panico si possono risolvere contattando un bravo psicoterapeuta, fallo! Detto ciò vorrei anche condividere con te alcuni pensieri partendo da una prospettiva un po’ più ampia. Non intendo parlare degli “attacchi di panico”, definizione psicologica di un disturbo specifico che non mi compete, ma vorrei parlare delle radici stesse della paura e del panico.

Il termine panico probabilmente deriva del nome latino del dio Pan. La mitologia narra infatti che il dio terrorizzava chi lo disturbava lanciando urla mostruose. Alcuni racconti riportano anche che lo stesso Pan a volte fuggiva per paura delle sue stesse grida. Il nome Pan a sua volta deriva dal greco “paein”, che letteralmente significa “tutto”. Secondo la mitologia greca, infatti, Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, entità legata alle foreste, agli abissi e al profondo e insondabile mistero dell'esistenza.

In breve, secondo la mitologia antica, il dio Pan, il dio del Tutto, terrorizzava chi lo disturbava solamente con l'utilizzo della sua potente voce. Seguendo la saggezza antica che spesso insegnava grazie a potenti metafore, il panico nasce nell'uomo quando questo incontra il Tutto ponendosi come disturbatore. Quando l'armonia dell'insieme viene spezzata una voce mostruosa proveniente dagli abissi della natura scuote l'anima dell'uomo facendolo fuggire. La storia del dio Pan si ripete quotidianamente dentro di noi, infatti nel nostro mondo interiore si nasconde sia la dimensione del Tutto, di Pan, sia la dimensione dell'uomo disturbatore. I nostri piccoli e impermanenti pensieri, seguiti dai loro altrettanto contingenti bisogni, quando incontrano il Tutto, fuggono terrorizzati dalla sua voce. Sino a quando vivremo sentendoci e pensandoci separati dall'esistenza, inevitabilmente questa ci apparirà mostruosa, non perché lo sia veramente ma perché è la stessa natura del nostro pensiero che, nella sua finitudine, è condannata al terrore della realtà infinità e non duale dell'universo. Il pensarsi entità isolate e indipendenti dal Tutto ci spinge a voler controllare gli eventi al fine di proteggere la nostra idea di vita e di noi stessi, ma l'esistenza non potrà mai essere posseduta e confinata, di conseguenza, dalla percezione inevitabile fallimento del nostro desiderio di continuità e sicurezza nasce la sensazione di un profondo terrore di annientamento.

Scrivi: “Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi”. Ritengo che il problema paradossalmente non stia nella paura di perdersi ma nel desiderio di ritrovarsi. Volendoti “ritrovare” non ti permetti di attraversare pienamente e liberamente le fasi che mettono in crisi i confini della tua personalità e che ti permetterebbero di scoprire quella dimensione di appartenenza alla vita che unicamente ti può dare serenità. La paura di perdersi è inevitabile nel momento in cui si inizia a vedere la fragilità delle basi su cui poggiano le nostre vite, ma questa paura non dovrebbe spingerci ad aggrapparci con ancor più forza alle vecchie sicurezze, dovremmo cercare ti scovare il coraggio per lasciarci andare con fiducia.

Ricordo ancora come imparai a nuotare, fu una delle lezioni più importanti della mia vita. Temevo l'acqua, avevo paura di affogare, avevo paura di perdermi, così mi tenevo sempre al bordo della piscina con tutta la mia forza. La mia istruttrice continuava a ripetermi: lasciati andare, abbia fiducia, rilassati, l'acqua ti tiene a galla da sola, ci sono qua io, non temere nulla. Ma niente, io non la ascoltavo e rimanevo aggrappato al bordo immobile come un pezzo di legno. Poi un giorno come tanti altri entro in piscina e mi aggrappo al bordo. Questa volta l’istruttrice non mi bada minimamente, mi lascia lì appeso come un salame. Tutti nuotano e giocano sereni: io sono sempre lì a fare il salame. Passano i minuti, ho sempre più freddo, batto i denti, voglio uscire e tornare negli spogliatoi, ma non è il caso di peggiorare la brutta figura. Sono sempre più stanco, sto perdendo anche le forze per reggermi al bordo della piscina. Inizio a inveire verso l'insegnante, voglio uscire, ma niente, lei me lo impedisce, è molto più grande e forte di me. Allora, preso dalle disperazione provo a sganciarmi dal bordo e muovermi con tutta la forza che mi rimane in corpo, ma niente, vado a fondo come un sasso. La mia insegnate mi riprende per le braccia e mi tira su nuovamente. Subito mi aggrappo al bordo piscina ancora più stanco, sfiduciato, con la gola e il naso che mi bruciano per l'acqua bevuta. Faccio un ultimo tentativo, ma niente, peggio di prima, bevo ancora più acqua. Penso che ora qualche adulto mi tirerà fuori da lì, che questa insegnate è pazza. Vedo mia madre seduta sulle panchine a bordo piscina, inizio a gridarle di tirarmi fuori da lì, ma questa si alza e se ne va. Capisco che da lì non me ne andrò sino a quando non faccio ciò che vuole questa maledetta insegnante. La guardo e lei sorride, capisce che non ho più forza per oppormi, che non ho più intenzione di fuggire, sono così sfinito che per la mia mente non passano nemmeno più le solite paure di perdermi, di affogare, di non sopravvivere. Quel desidero che mi voleva far sopravvivere a tutti i costi si è dissolto ed ora posso vivere quel che realmente c'è qui e ora: questa insegnante di nuoto che sorridendo mi dice, “sei pronto a fidarti?” Io non rispondo nulla, lei mi prende con una mano per il braccio, con l'altra mi toglie senza fatica le mani dal bordo piscina. Poi mi solleva le gambe, lascia che la mia testa entri leggermente nell'acqua. Porta una mano sotto il collo e l'altra alla base della schiena. Ora mi ripete: “ti sto tenendo, non preoccuparti, non ti mollo, lasciati andare, rilassati, abbandonati, non c'è nulla da temere...”. D'un tratto vedo le sue mani fuori dall'acqua e capisco che sto galleggiando, sto nuotando. Io non sto facendo nulla, ma rimango a galla. Ora capisco che tutto il mio fare, resistere, spaventarmi e voler controllare impediva l'accadere di un qualcosa che poteva venire solo dalla fiducia e dall'abbandono.

La memoria di questa esperienza mi è tornata utile ogni volta che mi sono imbattuto in qualcosa che aveva a che fare con la paura. Questa esistenza è come una piscina in cui dobbiamo imparare a nuotare, e l'unica via è l'abbandono, la fiducia.

Cara Anna, affidati ad un bravo psicoterapeuta, ma soprattutto affidati alla vita. E quando entri nei boschi del mondo interiore e incontri il tuo dio Pan, non temere la sua voce, ti sta solo dicendo che qualcosa in te si sta opponendo al Tutto. Pan non è cattivo, prende persino paura di se stesso, vuole solo gridare a squarcia gola che così non va, che qualcosa deve essere fatto, che la vita non può rimanere chiusa fra le mura della nostra mente.

 
Un abbraccio,
Pier

 

Tags: Aiuto psicologico, Pace della mente, Salute

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Commenti   

+1 # Liana 2010-06-11 15:43
L'essere oppositivi nasconde una grande paura e la fiducia è una grande conquista interiore.:-)
+1 # Athena 2010-06-11 18:07
lode a P.S. :-)
# Alessia 2010-06-15 18:41
La vita è una stanza con infinti angoli ricoperti di specchi. Chissa come mai, a volte ci incastriamo in un angolo e vediamo il riflesso di un solo specchio invece di vedere quell'infinità di angoli, e tutto diventa più difficile e opprimente. E anche quando riusciamo a muoverci di qualche grado e scorgiamo altri specchi è una sofferenza continua perchè non finiamo mai di scoprirci cechi, o almeno di veduta mai abbastanza larga, davanti a questa infinità di angoli che ci riflettono. Più vediamo e più ci accorgiamo di non vedere. Ma non c'è ceco più grande di chi non sa di non vedere. Quando uno lo sa cerca gli strumenti adatti per aiutarsi. E bisogna avere tanta tenacia e pazienza per poter arrivare a vedere l'ultimo specchio della nostra vita, ma solo in quel momento possiamo decidere cosa farne, se lucidarlo perchè ci piace o romperlo perchè non abbiamo più nessuna superstizione dentro di noi. Ci auguro un buon intervento cirurgico-spiri tuale agli occhi e di perdere le superstizioni!
# Guest 2011-02-04 03:34
ho la senzazione che tutto sia completamente finto
anzi ho la certezza.
tutto cio che mi circonda è niente di quello che sono.
sono un animale frutto della terra.
perchè adesso mi trovo in mano un computer. è tutto troppo strano. c'e qualcosa dietro
Non posso credere che ci servono delle cose che non ci servono ne appartengono,
siamo un progetto? chi è a capo di noi

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